25 Aprile di festa e di rabbia

Il 25 Aprile 1945 la popolazione italiana insorge contro gli occupanti nazisti e i loro collaboratori repubblichini. È quella giornata, che segnò la sconfitta definitiva del nazifascismo in Italia e in cui un ruolo preminente fu giocato dalle forze comuniste, socialiste e sindacali, che oggi vogliamo ricordare come una festa.
Ci sono altre cose, però, che ricordiamo invece con rabbia.
Ricordiamo che oggi rialza sempre più la testa chi considera quel giorno, tanto importante per i diritti democratici e le conquiste sociali, come una sciagura; che addirittura un attuale ministro (ma è solo la punta dell’iceberg) non ha mai rinnegato il fatto che quel giorno lui stesse dalla parte dei rastrellatori di ebrei e partigiani, dalla parte degli invasori e degli oppressori, dalla parte infame di Hitler e di Mussolini.
I gruppetti neofascisti e neonazisti che hanno fatto capolino anche nella nostra provincia sono l’ultima ruota del carro del revisionismo, del razzismo, del becero anticomunismo che è sparso a piene mani nella società italiana negli ultimi anni. I tanti libri di “verità scomode” contro la Resistenza servono a nascondere l?unica verità scomoda: che il popolo italiano ha saputo liberarsi, con i fucili, con gli scioperi, con un grande movimento di emancipazione, dal giogo nazifascista.
Ricordiamo poi che l’esercito della repubblica italiana “fondata sulla Resistenza” è oggi in Iraq in un ruolo certo più simile a quello dell?esercito occupante nazista nella Seconda Guerra Mondiale che non a quello della Resistenza che coraggiosamente a quell’occupazione si oppose; che addirittura quell’esercito conduce una guerra quotidiana contro il popolo iracheno che sta organizzando la sua Resistenza.
Non ignoriamo le differenze fra quella lotta di liberazione nazionale e quella italiana; non ne ignoriamo però neppure le somiglianze. Sicuramente vorremmo alla guida di quella lotta forze progressiste e di classe, che portino avanti istanze di riscatto sociale, e non ci sono congeniali i gruppi islamisti né i residui del regime baathista di Saddam Hussein, né tantomeno i metodi terroristi che niente hanno a che vedere con una genuina resistenza popolare. Quale lotta di liberazione tuttavia nasce pura, perfetta, omogenea? È ormai evidente che alla lotta (armata e non) contro l’occupazione militare a guida statunitense partecipa la grande massa del popolo iracheno, non solo questo o quel gruppo guerrigliero. La partecipazione popolare alla lotta, al di sopra delle divisioni etniche e confessionali, è il migliore argine contro il fondamentalismo ed una grande speranza.
In grande maggioranza gli iracheni non vogliono essere una colonia dell’imperialismo, non vogliono che le multinazionali USA (ma neanche l’ENI italiana!) saccheggino il loro Paese, non vogliono più vedere il loro tenore di vita crollare grazie alle “riforme economiche” imposte dalla Coalizione. A queste giuste rivendicazioni, i soldati italiani rispondono sparando sulla folla, come avvenuto il 6 aprile scorso a Nassiriya. È chiaro in questo contesto da che parte stiamo. È chiaro che la presenza italiana in Iraq deve terminare immediatamente ? una richiesta tutt’altro che “utopica” come dimostra il ritiro di Spagna, Honduras e Santo Domingo, grande vittoria del movimento mondiale contro la guerra.

Ora e sempre, qui e ovunque, Resistenza.

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