4 giugno 2004, da Pavia a Roma contro Bush

A Roma contro Bush, 4 giugno 2004Nonostante la giornata feriale, la scarsa organizzazione di mezzi di trasporto a prezzo abbordabile e la campagna mediatica che per settimane ha cercato di dipingere la manifestazione di Roma contro la visita di Bush in Italia come un pericoloso teatro di sanguinose violenze e un ritrovo internazionale di malvagi estremisti… nonostante tutto questo, una delegazione pavese, cui i Giovani Comunisti di Pavia hanno in buona parte contribuito, si è recata al corteo nazionale di venerdì. Abbiamo sfilato con lo stesso striscione che avevamo il 15 febbraio 2003, giorno delle grandi manifestazioni mondiali contro l’aggressione all’Iraq, e il giorno dello scoppio della guerra, quando andammo in corteo con migliaia di giovani pavesi per il centro della città per poi occupare l’Aula Magna Sotterranea dell’università. Lo striscione recitava: “NO all’IMPERIALISMO, NO alla DITTATURA”; la dittatura a cui facevamo riferimento il 15 febbraio 2003 era quella di Saddam Hussein, quella a cui pensavamo il 4 giugno 2004 è la dittatura degli occupanti militari e del suo governo-fantoccio, è la dittatura dell’imperialismo americano che George W. Bush vorrebbe imporre con bombardieri, marine e aggressioni economiche.

Propongo alcune riflessioni sulla giornata:

  1. Perseveranza del movimento per la pace – La partecipazione di 100-200mila persone al corteo, viste tutte le condizioni negative (giorno feriale, boicottaggio da parte delle organizzazioni riformiste, mancanza di mezzi di trasporto adeguati, campagna della destra sui giornali e sulle televisioni per creare l’aspettativa di scontri, propaganda sulla “Liberazione di Roma” da parte degli americani, poco opportune dichiarazioni di Casarini e Caruso a pochi giorni dal corteo…), è un grande successo e dimostra che il movimento per la pace non è per niente entrato in una fase di riflusso e non ha creduto allo specchietto per le allodole delle fumose risoluzioni ONU.
  2. Crisi di egemonia dei riformisti su una grande parte del movimento per la pace – Prodi e D’Alema hanno fatto il possibile per sabotare questa manifestazione; per essere più esplicito possibile, D’Alema i giorni successivi ha dichiarato che i “riformisti” non dovrebbero più partecipare a cortei “insieme a disobbedienti ed incappucciati” (un modo furbo per dire mai più cortei con la sinistra più radicale). La stessa CGIL, nonostante una striminzita delegazione in piazza Partigiani, non ha dato la sua adesione alla manifestazione, compromettendone così anche l’organizzazione pratica per la quale non è stato infatti possibile utilizzare il possente apparato del sindacato.
    Eppure il corteo è riuscito (e anche senza significativi incidenti), avendo come uniche grosse organizzazioni politiche di supporto Rifondazione, i Verdi e i Comunisti Italiani. Questo crea un grosso problema politico per il Triciclo prodiano e apre enormi possibilità per Rifondazione Comunista, che dovrebbe attrezzarsi meglio politicamente per sfruttarle (invece di sprecarle nella corsa all’alleanza con l’Ulivo).
  3. “Antiamericanismo” di massa – Le dichiarazioni di molti leader della sinistra (non solo diessini) prima di questo corteo non facevano altro che confondere le acque: che senso ha dire “Siamo contro la politica di Bush, non contro l’America?”? Se si vuole dire che non si considera il popolo statunitense nel suo complesso colpevole della politica del suo governo, si tratta di un’affermazione che a sinistra dovrebbe essere ovvia; credo invece che il tentativo sia ben altro, e cioé quello di ridurre l’aggressività e il ruolo di superpotenza neocoloniale degli USA ad un problema temporaneo connesso con la presa del potere da parte dei neo-cons – lasciando ad intendere di conseguenza che basterebbe sostituire Bush con Kerry per risolvere il problema.
    Il punto è invece che per ragioni prettamente economiche e geopolitiche l’imperialismo USA ha bisogno di uno come Bush ma potrebbe anche adattarsi ad uno come Kerry, purché si mantenesse la politica colonialista che da più di un secolo ormai, con Kennedy o con Nixon, con Roosevelt o con Clinton, è l’unica politica estera possibile per il più grande Paese capitalista, dominato dai monopoli industriali e finanziari e dagli interessi del complesso militare-industriale. In questo senso, i comunisti sono “antiamericani”, cioè si oppongono frontalmente agli interessi dell’imperialismo USA, naturalmente solidarizzando invece con il movimento operaio statunitense e con tutti quei giovani e quei lavoratori che negli USA hanno lottato contro la guerra all’Iraq e contro lo sfruttamento di altri popoli.
    Questo sentimento di opposizione alla prepotenza USA, mille volte più avanzato delle cavillose distinzioni politically correct che vanno di moda nella leadership mollacciona della sinistra, era ben presente nel corteo di venerdì ed è un frutto prezioso delle conclusioni tratte da milioni di persone in Italia dagli eventi internazionali degli ultimi anni. Anche un futuro governo Kerry, accolto con sorrisi e strette di mano dai centrosinistra di tutta Europa e capace di un uso abile dell’ONU, al momento di imbarcarsi in nuove avventure coloniali dovrà comunque fare i conti con queste idee che hanno ormai una diffusione di massa.
  4. Solidarietà col popolo iracheno che resiste – Anche su questo punto, i dirigenti della sinistra e i portavoce del movimento pacifista sono molto indietro rispetto alle masse che pretendono di guidare. Molti gruppi hanno portato parole d’ordine di solidarietà con la Resistenza irachena, e si sono viste sventolare decine e decine di bandiere dell’Iraq nel corteo; questo non dava affatto scandalo, e anzi abbiamo visto tantissimi striscioni che riprendevano questo tema; ne ricordo in particolare uno con scritto “CONTRO IL TERRORISTA BUSH DIRITTO ALLA RESISTENZA” con il simbolo di Rifondazione.
    Sarebbe ora che i teorici movimentisti della non violenza si rendessero conto che proprio nel tanto celebrato “Movimento” stanno emergendo posizioni ben più avanzate e combattive dell’astratto pacifismo gandhiano, e che si impone una scelta: o spingere in avanti la presa di coscienza di milioni di persone sull’importanza di collegare le lotte per la pace in Occidente con la Resistenza popolare contro l’occupante nei Paesi aggrediti militarmente, oppure continuare a fare leva sul sentimento più emotivo, ma sicuramente meno maturo politicamente e senza prospettive, del generico desiderio di pace con cui si può trovare d’accordo anche il papa.
  5. Serietà del movimento – Il corteo si è svolto praticamente senza incidenti, con grande scorno del centrodestra (e un po’ anche del centrosinistra, che sperava così di giustificare più facilmente la sua imbarazzante assenza). Una repressione dura da parte dello Stato, d’altronde, sarebbe stata un vero boomerang per il governo, ad una sola settimana dalle elezioni europee (anche se va detto che Roma è stata militarizzata e nel piccolo scontro che c’è stato gli agenti della Guardia di Finanza hanno malmenato anche alcuni innocenti che hanno avuto solo la sfortuna di essere in zona).
    C’è stato solo un piccolo gruppo che, approfittando del passaggio del corteo, ha provocato e poi inscenato un breve scontro con le forze dell’ordine al Circo Massimo. Il fatto notevole e nuovo non è tanto che, come quasi tutti i giornali hanno notato, i violenti siano stati isolati e contestati verbalmente, ma che siano stati anche fisicamente allontanati da grossi gruppi di manifestanti esasperati dai continui pretesti che questi vigliacchi (e/o infiltrati) forniscono alla repressione e alle campagne di propaganda della destra. Sul Web si trova facilmente un filmato di questa forma di autodifesa dei manifestanti. Questa è senz’altro la via da seguire anche in futuro. In alcuni casi, come Bertinotti non ha mancato di far notare, sono stati proprio i disobbedienti ad allontanare i gruppi più violenti; naturalmente va salutato con piacere questo atteggiamento, e mi chiedo se non sarebbe ora anche da parte dei disobbedienti (a partire dai Giovani Comunisti dell’area della disobbedienza), a questo punto, di abbandonare quelle forme di “protesta eclatante” semivandalica che, seppure non violente verso le persone, pure si prestano bene a fornire pretesti alla repressione e alla propaganda avversaria.
  6. 10 – 100 – 1000 pretesti – In mancanza di meglio, le televisioni e la stampa padronali hanno dovuto accontentarsi, per infangare il riuscitissimo corteo, di qualche slogan contro i carabinieri. Sinceramente, trovo surreale che per giorni e giorni si parli di uno slogan scandito da qualcuno cercando di seppellire sotto un mare di chiacchiere e di accuse di contiguità col terrorismo islamico cento-duecentomila manifestanti che avevano invece rivendicazioni molto chiare e ben distanti dai deliranti proclami reazionari di bin Laden.
    Schifa ma non stupisce lo scoprire che anche il centrosinistra si è messo di buona lena a dare il suo contributo a questo coro ipocrita, sotto la guida del direttore d’orchestra Silvio Berlusconi.

Commenti e contributi su questi temi sono ben accetti.

Mauro Vanetti

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