82 anni dall’uccisione di Ferruccio Ghinaglia

Ferruccio GhinagliaOggi 21 aprile 2003, il nostro ricordo va a Ferruccio Ghinaglia, eroico fondatore della gioventù comunista pavese, martire antifascista e anticapitalista, un ragazzo come noi che 82 anni fa ha dato la vita per le sue idee comuniste. Nelle sue battaglie nel movimento operaio e sindacale, nell’opposizione durissima alla guerra imperialista, nel rigore con cui difese le posizioni rivoluzionarie all’interno del Partito Socialista fino ad appoggiare la scissione di Livorno voluta da Lenin e Gramsci, vediamo un modello grandioso per la nostra stessa militanza. Con questo spirito pubblichiamo una sua breve biografia.

Ferruccio verrà commemorato nella serata di giovedì 24 aprile 2003 a Pavia!

Ferruccio Ghinaglia, ucciso dai fascisti il 21 aprile 1921

Quando fu assassinato, il 21 aprile 1921, Ferruccio Ghinaglia aveva poco più di vent’anni. Eppure era già un dirigente politico di prima linea, alla testa di un vasto e combattivo movimento di lotta, in un clima di scontro di classe durissimo, che comportava sacrifici di ogni genere, compreso quello della vita.
Era nato il 27 settembre 1899 a Casalbuttano in provincia di Cremona, ultimo dei quattro figli di un piccolo commerciante e di una maestra. Iscritto al Liceo di Cremona, fondò giovanissimo Lo studente, un foglio antimilitarista di chiara impronta socialista, che gli procurò la prima esperienza di persecuzione poliziesca. L’eccezionale rendimento negli studi lo portò a Pavia nell’autunno del 1917 per sostenere, con esito positivo, l’esame di concorso per un posto al Collegio Ghislieri. Ghinaglia si iscrisse alla facoltà di Medicina dell’Università di Pavia, ma non poté iniziare l’anno accademico: chiamato alle armi, frequentò il corso allievi ufficiali di Modena, dal quale venne espulso per l’aperta professione di idee socialiste e successivamente, tornato a Cremona, fondò e diresse il giornale Il Bolscevico, prendendo decisamente posizione per l’ala rivoluzionaria del PSI.
Tomba di GhinagliaAll’inizio del 1920 Ghinaglia ritornò a Pavia per riprendere gli studi. Da quel momento egli fu in prima fila in tutte le grandi battaglie del proletariato pavese di quell’epoca. La sua cura principale fu l’organizzazione della Federazione provinciale giovanile socialista, che lo ebbe segretario e che ebbe, sotto la sua direzione, un grande sviluppo: nell’estate del 1920 furono attivi ben 85 circoli con oltre 3200 iscritti. I giovani socialisti pavesi ebbero un ruolo decisivo nella direzione del grande sciopero bracciantile dell’aprile: nel fuoco di quella lotta Ghinaglia fondò il settimanale Vedetta Rossa, nel quale rieccheggiavano i temi dell’Ordine Nuovo, il foglio torinese di Gramsci e di Togliatti.
Fu questo un periodo importante della formazione politica di Ferruccio Ghinaglia, che prese aperta posizione contro il rifiuto dei dirigenti riformisti delle leghe bracciantili di dare alla lotta uno sbocco politico. Il superamento della ristretta visione corporativa dei capi sindacali si espresse nella conquista, sancita dall’esito vittorioso dello sciopero, dell’istituto del “fiduciario d’azienda” che costituì il tentativo di applicare alle campagne l’esperienza del consiglio di fabbrica. Ma gli eventi incalzavano. Ghinaglia partecipò con entusiasmo al movimento per l’occupazione delle fabbriche e subito dopo condusse per la frazione comunista la battaglia precongressuale che precedette la scissione.
Finito il congresso di Livorno il giovane studente fu alla testa della Federazione comunista pavese, alla quale aderì la quasi totalità dei giovani socialisti che già l’avevano conosciuto e apprezzato. La sua attività si fece sempre più intensa, moltiplicando riunioni, comizi, articoli per la stampa del Partito (prima La plebe, poi Vedetta Rossa e Falce e Martello). Instancabile, Ghinaglia era dovunque ci fosse bisogno di lui, nella polemica interna come nello scontro con l’avversario di classe.
Le elezioni amministrative del 1920 avevano segnato un trionfo per il PSI, che aveva conquistato quasi due terzi dei comuni (nella sola Lomellina 46 su 50). A Palazzo Mezzabarba era letto sindaco Alcide Malagugini, presidente della provincia era il deputato socialista Luigi Montemartini. Agrari e industriali tremavano. Fu così, in difesa dei loro interessi e col loro sostegno, che si scatenarono le squadre fasciste. Il 20 marzo 1921 furono assalite e devastate la Casa del Popolo di San Giorgio e di Lomello. Il 21 toccò alla Lega Contadina di Ottobiano. Il 22 fu assassinata a Ceretto la giovane Monichetti; l’8 aprile fu percosso a sangue il giovane comunista Papetti; il 12 fu saccheggiata e incendiata la cooperativa di Valle Lomellina; il 17 quella di Lardirago; il 20 aprile a Pavia, davanti al caffè Demetrio fu aggredito Fabrizio Maffi e pestato a sangue il comunista Baldi, accorso in sua difesa.
E il giorno dopo venne la volta di Ghinaglia: i fascisti volevano celebrare il “Natale di Roma” che si pretendeva di sostituire alla festività del Primo Maggio. Lo aspettarono in Borgo Ticino, alla sera, quando Ghinaglia, dopo aver partecipato a un’assemblea della Lega dei Mutilati da lui fondata, passato il Ponte Vecchio si stava recando alla riunione dei soci di una cooperativa. Gli spararono davanti alla casa Beretta, colpendolo a morte. Con lui rimasero sul terreno, variamente feriti, altri quattro compagni.
Pavia sbigottì e reagì. I funerali furono seguiti da migliaia e migliaia di lavoratori, contadini, operai, studenti. Ogni attività fu sospesa in segno di lutto.
Ma già una settimana dopo, il 28 aprile, veniva assassinato a Tromello, sulla soglia di casa davanti alla moglie e ai figli, il capolega Giovanni Salvadeo. La triste vicenda continuò in tutta Italia, fino al delitto Matteotti, alla reclusione di Gramsci, alla dittatura che finì soltanto venticinque anni dopo, a Piazzale Loreto.
Quanto agli assassini, in gran parte noti e riconosciuti, c’è da notare che il processo a loro carico si risolse in una farsa: minacce e percosse ai testi a carico e all’avvocato di parte civile, giudici impauriti. E anche dopo la Liberazione, quando la Procura, su istanza del segretario provinciale del PCI Aldo Magnani, dovette tornare sul processo, risultò che il fascicolo era andato perduto, senza che la Cassazione avesse preso alcuna decisione.

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