A due anni dall’invasione dell’Iraq

Questa lettera è stata inviata alla stampa locale da un gruppo di compagni di Pavia in occasione del ricorrere dei 2 anni dallo scoppio della guerra in Iraq.

Il 19 marzo, sabato prossimo: 2 anni dall’inizio dell’invasione dell’Iraq.
A 2 anni di distanza potremmo ripetere tutto ciò che abbiamo scritto allora. Chi non può permettersi altrettanto è George W. Bush, insieme a Berlusconi, Blair, Aznar e tutti i partiti e i giornali che hanno tentato con crescente difficoltà di giustificare questa avventura coloniale.
Le “armi di distruzione di massa” sono ormai diventate argomento da barzellette. I presunti campi di addestramento di Al Qaeda in Iraq non sono mai stati trovati anche se forse oggi esistono, proprio grazie al caos in cui la Coalizione ha gettato il Paese. Soprattutto, benessere e democrazia promessi al popolo iracheno non sono arrivati; questo non solo perché la guerra ha ridotto in ginocchio l’economia irachena, già prostrata da anni e anni di embargo, ma anche perché le leggi imposte dall’occupante straniero, all’insegna delle privatizzazioni e dei tagli agli aiuti statali, favoriscono il saccheggio del Paese da parte delle multinazionali occidentali.
L’uccisione di Nicola Calipari durante la liberazione di Giuliana Sgrena ha dato a milioni di italiani uno spaccato della brutalità delle forze d’occupazione.
Non sappiamo di preciso cosa sia successo quella sera; è sempre più difficile sapere qualcosa di preciso su qualunque cosa avvenga in Iraq, in quanto esiste una strategia precisa da parte delle potenze occupanti, volta ad allontanare ogni possibile testimone (giornalisti indipendenti, ONG critiche verso la guerra ecc.) – questa strategia tra l’altro è purtroppo aiutata dai rapimenti.
Quel che sappiamo è che i soldati nordamericani ad un checkpoint di Baghdad hanno ucciso senza ragione l’agente Calipari. Se questo è il trattamento riservato agli alleati, possiamo immaginarci come sia la vita di un comune iracheno sotto l’occupazione militare! infatti proprio ai posti di blocco già decine e decine di iracheni innocenti (anche bambini) hanno perso la vita.
D’altronde sappiamo che gli USA non accettano che si paghino riscatti per liberare i rapiti, tanto più se si tratta di una giornalista comunista! il governo italiano tuttavia è costretto a farlo per ragioni politiche (quante manifestazioni per la liberazione di Giuliana!) e questo agli Stati Uniti non va giù. Non è difficile immaginare che questi attriti tra gli USA e l’Italia possano, in un modo o in un altro, essere alla base di quel conflitto a fuoco.
Se anche si trattasse di un incidente dovuto al “grilletto facile” dei soldati al posto di blocco, questo la direbbe comunque lunga sull’irresponsabilità criminale del governo statunitense che pretende di dare lezioni di democrazia al popolo iracheno utilizzando metodi da sceriffo del Far West.
Il punto è che non potremo mai sapere la verità dalla “commissione d’inchiesta”! Questa commissione è composta da militari USA (gli stessi che hanno inventato la leggenda delle armi di distruzione di massa) e da rappresentanti delle autorità italiani: gli stessi che hanno cercato di tenere nascosta nell’edizione serale del TG1 l’uccisione di Calipari, gli stessi che ci sommergono di menzogne sui giornali e sulle televisioni, gli stessi che addirittura sostengono che in Iraq non c’è nessuna guerra, ma soltanto una “missione di pace” benvoluta dal popolo. Il popolo iracheno invece sta chiaramente alimentando una resistenza di massa che in varie forme (non tutte chiare e non tutte condivisibili) esprime l’esigenza fortissima di una liberazione nazionale. La resistenza è una cosa diversa dal terrorismo (per esempio le bombe nelle moschee o tra la folla), che pure esiste e che fa solo il gioco di Bush.
Le menzogne di guerra sono parte della guerra ed è opponendoci a questa aggressione imperialista contro l’Iraq che diamo senso alla nostra battaglia per la verità. Per questa ragione ribadiamo con forza la necessità del ritiro immediato delle truppe e delle dimissioni di questo governo. Per questa ragione ci opponiamo all’ambiguità del centrosinistra, che sta sempre più addolcendo la sua critica alla politica militare di Berlusconi: non sono questi i leader politici che rappresentano il movimento per la pace. Per questo aderiamo alla manifestazione nazionale (e mondiale) di sabato 19 a Roma, per il ritiro delle truppe e la libertà dell’Iraq, e invitiamo tutti a partecipare.

FalceMartello Pavia (V Mozione, sinistra di Rifondazione)

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