Abbasso il papa!

È già da qualche tempo che in Italia viene trasmesso ripetutamente il medesimo film. All’inizio del primo tempo, il papa o il presidente della CEI o qualche altro prelato di elevato grado gerarchico fa una dichiarazione su uno dei pochi temi di cui si occupa ossessivamente la Chiesa cattolica: opposizione ai diritti dei gay, opposizione ai diritti delle coppie di fatto o delle famiglie “non tradizionali”, opposizione al diritto d’aborto, opposizione all’eutanasia, richiesta di finanziamenti per le scuole private. Qualche laico osa dichiararsi in disaccordo con le idee vaticane e allora comincia il secondo tempo: le lamentele della Chiesa e dei suoi sostenitori più accaniti perché “si vuole togliere ai cattolici diritto di parola”.

Eppure, c’è parola e parola. Esiste la parola detta col sostegno di un ragionamento, che può convincere o meno e che può imporsi o meno sulla società anche sulla base del consenso razionale che sa suscitare, e quella che si accompagna alla prepotenza del dogma e alla minaccia della scomunica. Non si può far finta di non notare che quando la Chiesa interviene in Italia lo fa in modo molto aggressivo, come se non volesse accettare di essere semplicemente una delle tante opinioni sulle cose del mondo (e neanche una delle più autorevoli quando si mette a parlare, come fa quasi sempre, di matrimonio e sessualità, visto che gli ecclesiastici dovrebbero almeno teoricamente avere una scarsa esperienza al proposito).

Allo stesso modo, c’è visita e visita. Chiunque può venire a farsi un giro a Pavia, ci mancherebbe altro. In verità, vorrei che potessero farselo anche i poveracci che invece vengono generalmente perseguitati e cacciati via in malo modo, come è avvenuto a molti abitanti dell’area ex SNIA, periodicamente espatriati a forza con dubbia “carità cristiana”. La visita del papa Joseph Ratzinger, tuttavia, non è una visita di cortesia né una visita turistica e, per dirla tutta, non sembra neppure una semplice questione di fede: ha tutti i connotati di un atto di propaganda politica, a pochi giorni dalla manifestazione del 12 maggio (Family Day) convocata da una Chiesa che ormai agisce come un partito politico. L’accoglienza riservata al papa, poi, assomiglia fortemente, per il clima che si è creato in città e per l’atteggiamento servile assunto dalle istituzioni, ad una genuflessione (che, tra l’altro, è costata un miliardo di lire) dei rappresentanti dello Stato (teoricamente laico) di fronte ad un monarca straniero, per cui vengono allestiti lussi francamente scandalosi.

Vorrei lanciare una sfida agli uomini politici pavesi che si ritengono veramente laici ed autonomi dai diktat vaticani: almeno loro abbiano il coraggio di mostrare che Pavia non è più Papia, rinunciando al loro quarto d’ora di celebrità e rifiutandosi di incontrare il papa, che per una parte importante della città è solo una persona come tante altre e non un rappresentante della divinità in terra. Non compariranno sorridenti e genuflessi sulla stampa locale e sui TG, ma avranno mostrato perlomeno una certa coerenza.

Mauro Vanetti
Giovani Comunisti Pavia

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