Aquile da cortile: Rosa Luxemburg tra storia e mito movimentista

Nella sua anticritica all’articolo pubblicato da R. Rossanda sulla Rivista del manifesto n.48, Marzo 2004, pp.57-62, Rina Gagliardi[1] (La rivoluzione secondo Rosa, n. 49, aprile 2004,pp.60-62) accumula tutta una serie di mitologiche falsificazioni proprie del “socialismo” proudhoneggiante, “libertario”, “autogestionario”, ecc., che ben spesso, specie in Italia ed in Francia, ha costituito una non molto efficace mimetizzazione della socialdemocrazia del secondo dopoguerra , completamente infeudata all’imperialismo euro-americano (nel quadro della Guerra Fredda), godendo del credito e della convergenza dei più disparati settori ex-comunisti (di origine “trozkista”, “stalinista”, “titoista”, e poi anche “maoista”, “eurocomunista” e via di seguito), tra cui, non a caso, “innovatori” del calibro di A. Glucksmann, F-H. Lévy, Henri Weber, ed anche A. Occhetto, per far qualche nome significativo.Un topos caratteristico di questi variopinti “pentiti” (benchè utilizzato anche da pensatori del calibro di Craxi e Martelli), è l’abuso, più o meno spudorato, del nome di Rosa Luxemburg, o per meglio dire, dei punti deboli del “luxemburghismo”, come caricaturalmente rappresentato dai Cahiers Spartacus di R. Lefeuvre, e in parte da L. Basso ecc., ossia identificato come critica “libertaria” all’autoritarismo e “blanquismo”, ed alla “partitocrazia” (“dittatura di partito”) bolscevichi, con demonizzazione dello “stalinismo” ed interpretazione dello stesso quale prodotto dei “vizi originarii” bolscevichi.Operazioni di tal genere ovviamente si compiono con ben scarso apparato “filologico” (o con la acribia di un M. Revelli, che confonde allegramente Marx con Proudhon); nella fattispecie, si tratta in definitiva di riprodurre pappagallescamente l’infelice frase “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”, come se il “terrore di Lenin e Trozki” [2] fosse inteso a dirimere controversie “ideologiche”, e non a rintuzzare una controrivoluzione armata fino ai denti, ed un’aggressione di una dozzina di eserciti imperialisti, più un’ampia Vandea contadina e in particolare cosacca.Bontà sua, R.G. ammette che “si doveva fare la Rivoluzione d’Ottobre”, benché fosse stata “una forzatura grande della soggettività” (sic). Evoca anche la rivoluzione tedesca sconfitta (perché? da chi?), senza ovviamente chiedersi se l’isolamento della Russia dei Soviet, con tutti gli effetti dannosi ed involutivi che, p.es., Lenin paventava e denunciava non fosse anche il risultato del fatto che il civilissimo comunismo europeo, invece di imparare dal bolscevismo, si era sviato in vaneggiamenti estremistici (Germania, Italia) e semianarchici (Francia), proseguendo il rumoroso quanto vacuo “massimalismo” che affidava la rivoluzione alla inevitabile maturazione dei tempi, al “crollo” spontaneo del sistema capitalistico mondiale, al mitico “sciopero generale rivoluzionario” – mentre l’imperialismo armava e addestrava alla strage prima manipoli, e poi veri e propri eserciti di piccoli borghesi imbestialiti e Lumpen reazionari, che avrebbero ben presto smantellato, pezzo per pezzo, le conquiste, grandi e piccole, di un secolo di lotte dei lavoratori.Così, mentre i soloni socialdemocratici deploravano l’asiatico bolscevismo che così poco sportivamente  cercava con la Guardia rossa di schiacciare la Guardia bianca, le loro stesse “casematte” erano minate ed assaltate dalla Guardia nera e dalla Guardia bruna; mentre si rimproverava, in nome della “trasformazione socialista”, il Terrore rosso ad oriente, si fingeva di ignorare (o si ridicolizzava, nel caso degli “estremisti”), l’incombente Terrore bianco ad occidente, che avrebbe fatto sembrare uno scherzetto gli stessi più atroci procedimenti dell’autocrazia russa. Quos Deus vult perdere, amentat: ma è troppo chiedere un minimo di senso storico materialistico (cioè di intelligenza della lotta di classe) a chi si preoccupa essenzialmente od esclusivamente del nitore della propria anima.R.G., come i suoi ispiratori ideologici, ama follemente le affermazioni perentorie ed assiomatiche, p.es. quella “che, soprattutto, la ‘presa del potere, ovvero una concezione della rottura rivoluzionaria che la identifica – se non la esaurisce –conquista del potere politico centrale, è da rimettere radicalmente in discussione”. Ossia, in parole povere, “da buttare”. Ciò parrà evidente a R.G., ma perfino P. Ingrao, come si sa, si è chiesto perché; perché la “nonviolenza” o il rifiuto del potere dovrebbero essere perseguiti, nel mondo concreto in cui viviamo, caratterizzato dallo sfruttamento e dall’oppressione di classe, nonché dai conseguenti sterminii bellici.Inoltre R.G. prova ad argomentare anche attingendo dal solito repertorio liberal-anarchico, compreso Bakunin, che tuttavia, è giocoforza riconoscere, ben lungi dall’auspicare la nonviolenza, predicava di “metter tutto a soqquadro” (invero esaltando la più cieca distruttività anche teppistica[3]):”La conquista del potere o del governo [quindi, né Lenin né Turati!] o comunque di un ‘ponte di comando’ centrale, luogo privilegiato della capacità decisionale, implica una concentrazione violenta e separata (sic) della soggettività rivoluzionaria e induce, quasi (?) fatalmente, ad una ‘militarizzazione’ della rivoluzione stessa. In questo, la lezione di Lenin va sottoposta ad una “radicale relativizzazione”, insipido eufemismo per “negazione” e “rimozione”.Parodiando le stile di F. Bertinotti, ed aggiungendovi dubbi vezzi di proprio (la candida convinzione che i “rozzi” comunisti non conoscano i rudimenti della lingua tedesca), R.G aggiunge che “al contrario [appunto!], la lezione di Rosa Luxemburg oggi ci parla con un’attualità straordinaria: perché pone al centro della riflessione un’idea di partito (e una concezione dell’avanguardia) non separate dal ‘movimento di massa’, Massenbewegung, reale”, il che mostra la scarsa familiarità e con le opere di Lenin, e con i documenti del Komintern (comprese le gramsciane Tesi di Lione), e riproduce, più che questa o quella affermazione isolata (ed infelice) della Luxemburg, la vulgata menscevica e “liberaldemocratica” contro il Che fare?.Il richiamo alla “trasformazione radicale dell’esistente”, formuletta vuotamente “radicale” priva di alcuna determinazione storica, appioppa alla Luxemburg un’immeritata retorica da “nuovo mondo possibile”, che invano si cercherebbe nei lavori, e negli stessi strafalcioni, di quell’”aquila” marxista, cui a volte pur accade di scendere assai in basso, mai però tra il pollame del cortile controrivoluzionario. Naturalmente, R.G. non si esime dall’evocare “mitezza”, “sensibilità” e privacy di R.L., mostrando più familiarità col dolciastro filmetto della von Trotta, o con la commediola di Vico Faggi e Luigi Squarzina (Laterza 1975), che con gli effettivi contributi della Luxemburg alla restaurazione del “marxismo non adulterato”, come lei lo definiva.Ma R.G. è, shakespearianamente, una persona onesta, tanto che, per fugare i dubbi che potrebbero ragionevolmente insorgere circa eventuali plagi dalla summenzionata letteratura “socialista di sinistra”, e non tanto, nonché per spirito di equanimità, aggiunge un altro assioma relativo all’indubbiamente comunista Antonio Gramsci, il quale “ci propone un pensiero originale, proprio relativamente alla necessità della rivoluzione di essere prima di tutto trasformazione sociale e anche contropotere diffuso”. Così si accontenta pure Toni Negri, nonché, ovviamente, i vari esaltatori della “autorganizzazione” e proudhoniana “prefigurazione” del mondo nuovo “nei pori” (diceva Marx) di quello vecchio. Come accennato in precedenza, è ovvio che le Tesi di Lione restano qui chiuse da sette sigilli, e Gramsci viene arruolato a viva forza tra i “Comunisti dei Consigli” (Rätekommunisten), che peraltro non si sognano di rivendicarlo, avendolo sempre ritenuto, non a torto, un “autoritario” e un “burocrate bolscevico”…”E che cosa trarre, oggi, da Rosa Luxemburg e da Gramsci? – si interroga drammaticamente R.G. – La rivoluzione non come processo graduale, lineare o indolore, ma come sequenza di rotture forti [benchè incruente?], all’interno cioè di un processo di trasformazione che si svolge, insieme, ‘dal basso’ e ‘dall’alto’; che assume, come dato invalicabile, l’autonomia dei movimenti autorganizzati e l’autogestione, anzi l’autogoverno, insomma un progetto di democrazia radicale (sic), come obiettivo irrinunciabile; che usa il governo, le istituzioni e le leggi (…) come strumento sempre essenziale e mai però unico, e assume fino in fondo, senza mai esorcizzarlo, il ‘pericolo burocratico’. Una rivoluzione di questa natura è per forza nonviolenta: nei suoi mezzi come nei suoi fini…”.Partoriscono i monti, e nasce un topo, ossia la rivoluzione instaura una “democrazia radicale”, che per di più radicale non è e non può essere, perché per definizione non giacobina, che quindi esclude il ricorso al “monopolio della violenza” (sia pur esercitato da uno Stato nuovo, di una nuova classe dominante, con una “macchina” più semplice), per reprimere “tutti i  pericoli, anche quelli che derivano dagli strati arretrati delle masse”, e, certo, anche dalle ossificazioni degli apparati rivoluzionari. E’ chiaro che una “democrazia radicale” del genere durerebbe lo spazio di un mattino, cedendo senza resistenza alla Vandea e/o al Termidoro. Ma, direbbe, è presumibile, R.G., non si sarebbe comunque macchiata di crimini autoritari; come la Repubblica napoletana del 1799, o quella Romana del 1848, o la Comune di Parigi (1871), o il governo “consiliare” bavarese del 1919, o quello di Allende del 1973, ecc. (“meglio oppressi che oppressori”, “chi di spada ferisce”, ecc. ecc.).Ma è poi la stessa autrice ad affermare che “la politica” (categoria metastorica, ossia dello spirito) dovrebbe “rifondarsi” assumendo la ‘trasformazione molecolare’ – nonviolenta– come asse portante di sé” ed avviando “un processo vero di smilitarizzazione”. A parte le goffaggini stilistiche, qui R.G. ha del tutto ragione: sì, è vero, una “politica” (almeno classista e comunista) può ridursi alla proudhoniana utopia reazionaria della ‘trasformazione molecolare’ per via di “combinazioni economiche” più “influenza morale”più “urli” e gesticolazioni mediatiche – senza disarmare, in sostanza senza gettare le armi (anche solo metaforiche) ed arrendersi, confidando nella “clemenza” del vincitore, che, come scrive nella 6a Tesi sulla filosofia della storia W. Benjamin, anche in questo articolo citato, come al solito, a sproposito, “non ha smesso di vincere”, e “minaccia anche i morti”.In conclusione: non è certo realistico pensare di dissertare di teoria marxista con questa sorta di improvvisatori, ma bisogna pur chiedersi i motivi di tanto imperversare di luoghi comuni liberal-demo-anarcoidi nell’ambito di una “forza piccola e anzi irrisoria” (lo dice R.G.) come il PRC. Un fattore è certo il penoso fallimento del nuovo testamento del V Congresso (“svolta movimentista”), brutalmente smentito dai fatti storici (e di che stazza, v. la guerra imperialista contro l’ Iraq); a cui si aggiunge il fermo proposito di proseguire, senza troppa preoccupazione per la “dialettica mezzi-fini”, nell’eradicazione della “gramigna” comunista persistente nel PRC. Chi vivrà vedrà, et à la guerre comme à la guerre (i comunisti non possono evidentemente disarmare dinnanzi ai ricatti dei pur consumati falsari del marxismo).

Fernando Visentin

[1] R. G. nel seguito.[2] Essendo sta assassinata nel gennaio 1919 dai protofascisti agli ordini del governo socialdemocratico, la Luxemburg poteva tutt’al più conoscere il nome di J. V. Dzugashvili come Commissario del Popolo alle Nazionalità, ma né lei, né Karl Radek che manteneva il collegamento tra comunisti tedeschi e russi, poteva immaginarsi il ruolo di Stalin come Segretario generale e Bonaparte sovietico – certo non prima della morte di Lenin nel 1924.[3] cfr. certe frange odierne del “Movimento dei Movimenti”, quali i disobbedienti e Casarini, tenuto presente però che gli anarchici di allora erano molto più pericolosi per il Capitale dei disobbedienti di oggi (Nota di P. Genova).

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