Call center e precarietà: aule di ingiustizia

Una sentenza recente del Tribunale di Milano ha stabilito che una lavoratrice di un call center, con contratto a progetto, aveva in realtà diritto a essere considerata fin dall’assunzione una lavoratrice subordinata a tutti gli effetti. L’azienda, una società di consulenza dai tratti inquietantemente simili al call center del film “Tutta la vita davanti”, è stata condannata a reintegrare la lavoratrice, a pagarle tutti gli stipendi arretrati da quando era scaduto il contratto a progetto dichiarato illecito, e a versare all’INPS tutti i contributi.

È un precedente importante: nonostante il call center operasse in outbound (e quindi fosse legittimato dalla famigerata circolare Damiano a utilizzare contratti a progetto) il Giudice ha stabilito che il progetto in realtà non esiste, perché coincide di fatto con le attività che l’azienda svolge normalmente.

Qui, purtroppo, finiscono le buone notizie per la lavoratrice che ha vinto la causa. Infatti, appena usciti dall’aula del Tribunale, abbiamo appreso che la società, una s.r.l., è in liquidazione e nel giro di pochissimo tempo verrà dichiarato fallimento.

La conseguenza è che la lavoratrice, nonostante abbia ottenuto una sentenza che le dà diritto a un posto di lavoro e a circa 12.000 euro di retribuzioni arretrate, non riceverà praticamente nulla: di sicuro non il posto di lavoro, e degli arretrati soltanto poche briciole, possibilmente non prima di un paio d’anni. I contributi, invece – e per lei è l’unica nota positiva – li coprirà l’INPS, anche questi non senza una lunga e complicata trafila burocratica.

Non si tratta certamente di una vicenda isolata, ed è questo il punto: il meccanismo della responsabilità limitata – il vero fondamento economico-giuridico del capitalismo – consente legalmente ai padroni di aprire un’azienda, ricavarne profitto per qualche anno e poi, quando i profitti calano, dichiarare fallimento senza subire praticamente alcuna conseguenza. I debiti accumulati, la maggior parte dei quali nei confronti dei lavoratori, restano insoluti e pesano esclusivamente sulle spalle dei lavoratori: non solo i compensi a cui hanno diritto non vengono pagati, ma i contributi sono a carico dell’INPS, cioè in ultima analisi ancora a carico dei lavoratori.

L’ipocrisia del sistema capitalista non potrebbe essere più evidente, se si pensa che Confindustria ha consumato nei mesi scorsi il furto del TFR e insiste per una nuova controriforma delle pensioni, giustificando queste misure con il presunto deficit dell’INPS: è chiaro invece che sono proprio i padroni, e non le pensioni dei lavoratori, a gravare sul bilancio, costringendo lo Stato ad accollarsi tutti i loro debiti! Si tratta soltanto di un’altra forma con cui i padroni, grandi e piccoli, si accaparrano i profitti e socializzano le perdite.

Questa è la vera natura del capitalismo: un sistema fondato sullo sfruttamento e sul furto sistematico di risorse da parte di una piccola minoranza di padroni a danno della larga maggioranza della popolazione. Bisogna comprendere che in uno Stato capitalista una legge, anche quella più progressista, non può essere sufficiente a difendere i diritti dei lavoratori: in ultima analisi e nel suo complesso, la legge non può che proteggere e garantire lo sfruttamento e il profitto, e la perpetuazione del sistema.

I diritti dei lavoratori si difendono efficacemente soltanto con le lotte e le mobilitazioni, gli unici fattori in grado di costringere lo Stato a promuovere leggi progressiste e i giudici a interpretarle a favore dei lavoratori. Ma, come il nostro caso dimostra, questo non basta ancora: poiché il sistema capitalista si fonda sullo sfruttamento e sul disprezzo dei diritti dei lavoratori, per difendere questi diritti e abolire lo sfruttamento è necessario che le lotte siano coscientemente indirizzate al rovesciamento del capitalismo.

È importante che i lavoratori siano consapevoli dei loro diritti, ed è giusto che, per difenderli, seguano anche le vie legali. Ma è ancora più importante comprendere e spiegare che leggi e sentenze non bastano: nel capitalismo non c’è soluzione allo sfruttamento, occorre organizzare le lotte che porteranno a una nuova società.

Alessandro Villari
avvocato del lavoro

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