Caso SNIA: PRC contro Capitelli

Il caso della ex area SNIA sta egemonizzando il dibattito politico in città ormai da diverse settimane. Addirittura su Liberazione della domenica del 29 luglio, supplemento all’organo ufficiale del PRC, un articolo denuncia a livello nazionale le politiche scellerate del centrosinistra pavese.

La faccenda è intricata e mescola temi come razzismo o solidarietà, speculazione o recupero sociale delle aree dismesse, subordinazione ai poteri forti o trasparenza amministrativa… Questo sito e i Giovani Comunisti se ne sono occupati spesso, non di rado anticipando, o anche solo esplicitando con la franchezza che ci contraddistingue, prese di posizione ed analisi che poi sarebbero state fatte proprie dall’insieme del Partito e dall’intera ala più radicale della sinistra pavese. In particolare, abbiamo sempre affermato con chiarezza la nostra opposizione alla posizione assunta su questo tema dal sindaco-sceriffo Piera Capitelli. Abbiamo denunciato la politica sbirresca della “piccola Cofferati” e la sua subordinazione nei fatti agli interessi della speculazione edilizia.

Oggi registriamo con soddisfazione sul caso SNIA l’assunzione di questa posizione da parte di un fronte molto più largo (PdCI, circolo Pasolini, il gruppo di Veltri, ItaliaNostra ecc.) e soprattutto plaudiamo alle chiare prese di posizione espresse dal nostro Partito sul tema. Oltre ovviamente al segretario cittadino, anche l’on. Burgio, il compagno Di Tomaso (consigliere comunale) e il compagno Vanetti (ex coordinatore dei GC ed esponente della sinistra interna) hanno preso posizione contro le ultime manovre della giunta Capitelli (manovre purtroppo appoggiate dall’assessore di Rifondazione Comunista in giunta, un fatto grave che sta creando una spaccatura in un Partito che sta sempre più stretto in questa maggioranza comunale di centrosinistra molto di centro e ben poco di sinistra).

Riportiamo integralmente l’articolo comparso su Liberazione della domenica:

Zero in condotta… a Piera Capitelli

La sindaca di Pavia, Piera Capitelli, nasconde sotto un aspetto mite il pugno di ferro della decisionista: quando le comunicano che nell’area dell’ex Snia, in cui vivono abusivamente in condizioni igieniche allarmanti oltre 200 nomadi, alcuni
dei capannoni hanno problemi di degrado statico, non ci pensa due volte e ne ordina la demolizione. Poco importa che il Piano regolatore prescriva che nella trasformazione dell’area quegli edifici debbano essere conservati; poco importa che il suo compito sarebbe quello di imporre alla proprietà privata dell’area di consolidarli in attesa dell’approvazione del piano urbanistico di trasformazione, impedendo che nel frattempo vengano usati impropriamente. Ci pensa lei a comportarsi come farebbe un vero e proprio “padrone del vapore?: basta demolire gli edifici e sia il problema statico che l’uso improprio scompaiono.
I vincoli di Prg? Mica ce li ha imposti la Soprintendenza ai Beni Culturali. Sono “cosa nostra?: ormai con la “deregulation? imperante – si sa – si possono cambiare d’accordo con la proprietà; e figurarsi se la proprietà non è d’accordo a togliersi di mezzo la palla al piede di quei ruderi ingombranti di inizio Novecento; opifici, poi: poco adatti ad essere trasformati in supermercati e shopping centers moderni e pieni di pareti a specchio.
Vuoi mettere ? Così quando proporranno il piano urbanistico di trasformazione non dovranno neanche chiedercelo di cambiare i vincoli: già fatto! Questa sì è vera efficienza amministrativa! Se c’è una cosa che attenua un po’ la colpa di
Piera Capitelli è che, in fondo, lei non ha fatto che prendere esempio dalla SuperSindaca Letizia Moratti, che poche settimane prima, a Milano aveva mandato le ruspe al quartiere Isola a demolire la ex Stecca degli Artigiani, per porre fine all’occupazione abusiva degli spacciatori, che avevano scacciato le attività artistico-culturali del quartiere. Anche lì: via l’edificio, risolto il problema.
E poco importa loro, se il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, in visita a Milano pochi giorni dopo, aveva voluto andare a sedersi tra i resti di quell’edificio, per ascoltare i cittadini che gli ricordavano come il titolo del
suo ultimo libro, La città degli uomini, non potesse intendersi solo come una bella suggestione metaforica sul mondo che cambia, ma come un concreto obiettivo di ripristinare un controllo sociale collettivo sulle trasformazioni in corso nelle nostre città. Le città del mondo occidentale stanno, infatti, subendo un cambiamento epocale sotto la spinta di un mutamento del modello produttivo caratterizzato dall’abbandono delle collocazioni urbane delle grandi fabbriche sorte tra fine dell’Ottocento e metà del Novecento, e che hanno avuto la loro massima espansione tra il 1930 e il 1970 con la dominanza dell’organizzazione ford-taylorista della produzione.
In un quadro di estesa globalizzazione degli scambi finanziari e commerciali e alla ricerca di condizioni di più bassa remunerazione della forza lavoro, le produzioni materiali di massa si ricollocano nei paesi di nuova industrializzazione (est europeo, Turchia, India, Estremo Oriente; in misura assai minore America meridionale), spesso riproponendovi le forme di organizzazione produttiva dismesse in Occidente e lasciando liberi nelle città novecentesche del mondo occidentale ampi comparti di aree alla ricerca di nuove destinazioni funzionali.
Ferma restando la necessità di una riflessione critica su questa nuova divisione internazionale del lavoro, si apre anche la necessità di rivendicare forme di governo democratico e condiviso del nuovo utilizzo degli spazi urbani resi liberi dal diffondersi di questi processi, in cui sia lecito anche salvaguardare l’immagine della fase storica che abbiamo attraversato.
In questa visione, ogni tentativo di porre limiti ed indirizzi ai criteri di riutilizzo di queste aree sulla base di interessi generali degli utenti delle città viene considerata un’indebita intromissione nelle “magnifiche sorti e progressive? che le forze economiche e finanziarie pretendono di interpretare nella trasformazione urbana, e per la quale ritengono propria legittima prerogativa non solo proporre quantità e funzioni secondo una valutazione delle opportunità di mercato di volta in volta ritenute attendibili dalle proprie aspettative aziendali, consentendone anche una docile adattabilità alle eventuali
fluttuazioni di stima, ma anche quella di fornirne una conformazione progettuale e di immagine che, ovviamente, nella loro visione attiene piuttosto al carattere della riconoscibilità del marchio aziendale o del logo pubblicitario, che non a quello dei caratteri insediativi o della tradizione culturale del contesto o della città in cui si colloca l’intervento. In questo, occorre dirlo, supportate dal pervasivo diffondersi di una cultura progettuale veicolata in campo urbanistico-architettonico dall’ambito massmediatico e più affine al mondo della novità effimera della moda e del design che non all’individuazione di tendenze stabili e durature, che meglio si confanno a fenomeni di lunga durata come sono quelli di conformazione urbana.
Sempre più spesso, l’effetto di “scoop? dell’immagine di nuovi edifici affidati
all’indiscutibilità della fama mediatica dei grandi nomi dello stilismo architettonico viene usata da amministratori in vena di cavalcare una sempre più pervasiva politica-spettacolo per giustificare la necessità di maggiori volumetrie, tanto da indurre a riflettere se non sia giunto il momento di chiedere un’estensione delle rivendicazioni no logo anche al campo delle manifestazioni della creatività architettonica!

Sergio Brenna

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