“Compagni di viaggio”

Questo è il racconto del nostro viaggio a Roma steso da Giraffa, uno dei compagni che hanno partecipato al nostro spezzone, in forma di diario personale della giornata…

COMPAGNI DI VIAGGIO

NO ©, COPYLEFT, GIUGNO 2004

Il cielo inizia a rischiararsi sopra le case. Sono le cinque. Mentalmente ripasso la composizione dello zaino. Dovrebbe esserci tutto.
La strada verso la stazione è deserta, ma colma di tranquillità tanto da condizionarmi e convincermi che sarà una giornata senza incidenti. Mi sento ben sveglio, stranamente visto l’ora e la mia fame cronica di sonno.
Sul piazzale davanti la stazione lentamente il gruppo si compone, con immancabili ritardatari.
Da Pavia inizia un viaggio lungo e, in parte, noioso, fatto di treno, di sedili polverosi, di sbadigli, di orecchie tese alle caccia di “ultime notizie”, di discussioni politiche, di panini con e senza carne dentro. Sembra il lento montaggio di un film francese indipendente, con rari sprazzi di vitalità che impediscono di addormentarsi del tutto. Il primo di questi a Firenze, dove vedere il marciapiede pieno di manifestanti pronti a salire rianima un po’ tutta la compagnia.
Non so quanto la tensione dei giorni prima abbia condizionato le adesioni e le partenze, non so quanta tensione ci sia dietro agli immancabili sorrisi di viaggio. Non so quanta gente ci sarà a Roma. I pensieri corrono dietro a questi dubbi mentre osservo annoiato la pensilina. Un lembo della bandiera esposta fuori del finestrino accanto, colpito dal basso sole mattutino, colora di rosso un pezzo del rivestimento dello scompartimento. Sarà forse per questo vile attentato all’integrità strutturale delle ferrovie che viene richiesta l’immediata rimozione del lacerto sventolante. Senza risultati. Come senza risultati apprezzabili appaiono i tentativi di vendere giornali e magliette “movimentiste”. Sarà perché si cerca di non esporsi? Sarà perché si cerca di ricucire lo strappo con l’altra sinistra (ma quale?) che si sceglie il basso profilo nel vestirsi? Mah, chissà? Probabilmente le magliette sono solo brutte. E motivo di discussione. Si cerca di contrabbandare come geniale l’idea di mettere sul fondo bianco di stoffa un mosca con testone di Bush inscritta in un cerchio nero. Nell’idea degli autori la scritta “Wanted: Mosca Bush” dovrebbe chiaramente richiamare l’idea di mosc(he)a e di terrorismo. Mi alzo a farmi un giro.
Fuori dal finestrino il cielo si carica di diversi toni di grigio che si rincorrono, sempre più scuri, uno sull’altro tra le colline dell’alto Lazio.
Giungono sporadiche notizie di scontri, ma sembrano essere contenuti, scaramucce.
L’ultima parte del viaggio scorre come i titoli di coda in un cinema chiuso. Non interessano quasi a nessuno e se ne farebbe volentieri a meno.
Roma ci accoglie con un vento forte e teso che si insinua tra i marciapiedi di Termini e tra robuste ali di polizia. Decine di cellulari e camionette presidiate da più file di agenti. Sono davvero tanti e non si può non notarli. Il sole incerto della tarda mattinata screzia e sfugge, dopo averli colpiti, dai mezzi di un azzurro vagamente “forzista”. Il resto della città non esiste. Solo sprovveduti turisti si trovano per errore tra i manifestanti che confluiscono verso piazza Esedra. Sono le 13.40. Qui comincia l’attesa. Tra i giardinetti si sonnecchia, si parla, si legge, si gioca. Sdraiato sul selciato potresti vedere le palline colorate dei giocolieri volare, con traiettorie irregolari ma precise, sugli scudi di un reparto di finanzieri in tenuta anti-sommossa. Un effetto prospettico che sembra una allegoria. L’irregolare che scherza con l’ordine, il colore che si impone sul grigio, due modi di vedere il mondo.
C’è ancora spazio per una inutile dimostrazione di forza, con un drappello di robocop fatti marciare per poche decine di metri nel viale tra i manifestanti. Qualche fischio e un dietrofront comico se non grottesco.
Si chiacchiera un po’ delle europee, dei candidati locali e non, delle implicazioni e delle modificazioni che l’andamento di questa giornata potrebbe produrre. La gente continua ad affluire, come sale tra noi il dubbio di essere comunque pochi.
Un calabrone bianco e blu ci ronza sulla testa con insistenza. Qualche goccia di pioggia poco convinta segna le magliette più che la strada…
Siamo pronti a partire, un rapido conciliabolo mette tutti d’accordo sul da farsi e, srotolato lo striscione, proseguiamo verso il corteo in formazione.Scegliamo un punto che vada bene subito dietro la federazione di Bologna di Rifondazione. Non ci si sofferma sulla disparità estetiche tra gli striscioni, in fondo è il contenuto quello che conta e su questo “dire no alla guerra del petrolio” o “essere contro l’imperialismo” è assolutamente equivalente. Le espressioni sono molteplici, gli stilemi sarebbero riassumibili in poche righe, ma tra i topoi anti-bush ne compaiono di originali e personali. Una ragazza poco avanti a noi porta sullo zaino un foglio bianco con una grafia decisa composta di lettere nere: “dalla merda almeno nascono i fiori, ma da Bush e Berlusconi nemmeno quello” e poco sotto tra parentesi , in blu: “sfogo personale”. E questo è vero. La manifestazione è collettiva, ma anche personale, è un modo per esserci, per riaffermare una contrarietà, una opposizione, una nausea, una violenta critica: “contro l’idea della violenza, la violenza delle idee”. Passano alla mente giorni tristi e grigi autunnali o afosi ed estivi, con la costanza di subire un martellamento mediatico sulle buone ragioni dei neo-cons, sulla politica estera del sig. B. (ed è difficile descrivere il nulla, complimenti ai redattori dei gazzettini governativi), sui fasti del progresso immaginato comunque luminoso, sul disprezzo per altre culture per lo più sconosciute. Passano davanti agli occhi tutte le immagini che non avremmo voluto vedere, ma sono tutte cose soffocate dalla volontà di affermare il dissenso: “la nostra vita, la nostra gente: l’altra faccia dell’impero”.
Sull’inizio stentato e lento del corteo non sai ancora se pesi la stanchezza o l’incertezza.
Ma una volta partiti è un flusso continuo, senza pause, con la lentezza di una moltitudine in marcia. Difficile descrivere la varietà di forme e di attori del dissenso. Potresti vedere i pink-blok stendere fili tra due lampioni e sospenderci manichini rosa e bandiere arcobaleno, persone di mezza età incappucciate, con lunghe vesti nere a mimare le vittime di torture, trampolieri di un bianco scintillante fendere l’aria con gesti ampi di braccia accomodate in abbondanti e lievi maniche, americani dissidenti sospesi tra manifesti (“sono un writer americano pentito: bush disonora tutta l’america”) e immobilità sugli spartitraffico con cartelloni di protesta e di scusa, striscioni gialli e disobbedienti che ricordano agli integrati: “hic sunt leones”, palette con messaggi stentorei: “Bush go home/e Berlusconi pure”, cartelli che indicano la strada per lasciare Roma al presidente americano, bandiere irachene in contrasto con bandiere americane appese al contrario. E poi i cori, gli slogan, le canzoni, la leggerezza, i balli, i giornali. Tutto con il minimo comune denominatore della contestazione politica, ideale e sociale.
Ci sono stati degli scontri? Non posso dirlo in prima persona, non li ho visti. Ci sono stati cori contro i carabinieri? Idem, non li ho potuti sentire.
Siamo arrivati in piazzale Ostiense stanchi, forse distrutti, a sederci per terra in strada vicino ad un incrocio che ogni giorno vede passare chissà quante auto e bus e moto. Tutto con l’idea di esserci ripresi la possibilità di dire no ancora una volta e di occupare le strade per vivere in altro modo la città, l’Urbe e la politica. Stanchi tanto, talvolta, da riconoscere illusoriamente conoscenti in persone mai viste prima.
I minuti contati a decine sull’asfalto che ci accoglie sdraiati o seduti cominciano a farsi troppi e ci stimolano a muoverci verso la metropolitana. Superiamo gli sbarramenti senza biglietti né tessere, un’altra piccola insubordinazione, direzione stazione Termini. Abbiamo tutto il tempo per cenare senza fretta e per chiacchierare un po’ tra di noi. Si parla ancora della manifestazione, la si confronta con altre precedenti, si cerca di capire come sia andata, si cercano amici per avere notizie dei fantomatici scontri, avvolti come sono, per noi, nell’incertezza di realtà e consistenza. Arriva qualche conferma, ma tutto appare contenuto.
Stesi sul pavimento di Termini si parla di Pavia, di internet con i suoi siti di movimento e loro forum. Si cercano informazioni attendibili sul treno per il ritorno. Qualcuno sonnecchia e qualcun altro russa fragorosamente. Nessuno di noi.
Naturalmente la giornata non è ancora finita, anzi alle 22.30 sembra iniziarne un’altra viste le sei ore da accampati che ci aspettano nei corridoi di un treno stracolmo. Un unico convoglio ospita tutti i partenti da Milano insieme a quelli che devono tornare a Bolzano. A Bologna sarà spezzata la continuità di lamiere scricchiolanti per dare ad ognuno la giusta destinazione. Sempre che sia riuscito a capire tra le molte indicazioni contraddittorie, quale siano le carrozze che arriveranno nel punto corretto d’Italia.
Quando siamo quasi rassegnati ad arrangiarci alla meglio, viene annunciato un nuovo treno per Milano, in partenza da Roma Tiburtina. La decisione è presa in fretta: parte del gruppo si staccherà e proverà a viaggiare più comodo sulla nuova possibilità concessaci da Ferrovie disorganizzate (o apertamente d’intralcio?).
La nostra nuova meta, l’agognata Tiburtina madre della rinnovata speranza di un viaggio umano, è però sede di una ulteriore protesta. Poco politica, molto sindacale. Per alcuni attivisti milanesi le Ferrovie non hanno rispettato gli accordi, mancano dei vagoni riservati e si arriverà in ritardo. Scendono e si piazzano sui binari con in testa mazzi di rivendicazioni egualmente divisibili in corrette e fantasiose. La situazione rimane bloccata per alcune decine di minuti. Si leva una leggera tensione con chi sul treno è rimasto e vorrebbe ripartire. Non so esattamente come, ma dopo un po’ la situazione si sblocca. Appena il treno sfila via e le ultime luci rosse della coda si perdono tra quelle immobili della periferia romana, arriva il secondo convoglio. Sembra di dover assistere ad un assalto a Fort Apache, invece una volta saliti ci si rende conto che i posti sarebbero stati sufficienti per tutti. La notte ci aspetta per cullarci, in posizioni innaturali, nel sonno meritato. Il resto del viaggio è solo un misto soggettivo di pensieri, ricordi, sogni, muscoli doloranti, formicolii, scossoni poco avvertiti.
Luci in alcune stazioni penetrano ritmicamente il finestrino per donare consistenza ai visi appena accennati nella penombra.
Sarà il mattino milanese a svegliarci il tanto che basta a costringerci, controvoglia, a riattivarci per scendere. I primi passi sembrano raccogliere su di loro una fatica di giorni. Forse sono anche un poco impacciati. Un primo sguardo al tabellone delle partenze non ci lascia grandi possibilità, primo treno utile dopo due ore. Giusto il tempo per una colazione. E per il giornale. E per parlare ancora, leggendosi pezzi di articolo e titoli. La manifestazione è riuscita secondo tutte le persone dotate di buon senso e capaci di contare. Sembrano tutti essere soddisfatti a parole. La mia personale impressione è che in molti speravano che la cosa fallisse miseramente in bassi numeri e scontri. Così non è stato e non resta da parte di tutti che aggrapparsi ad una cazzata scandita da pochi per cercare di ridimensionare il resto, per non affrontarlo. Spiace soprattutto sentire l’indignazione di chi non spese, a suo tempo, neppure un filo di voce per deprecare i carabinieri che a Genova, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, cantavano “uno di meno, uno di meno” e “uno, due, tre viva Pinochet”, come ricorda il padre Giuliano.
Con questi ed altri pensieri in testa, o forse nemmeno con questi, che matureranno dopo, dopo un ulteriore riposo, si decide prendere l’autobus da Famagosta per tornare a Pavia. Il resto è sole vento attraverso il finestrino, scherzi, cazzate e sole sulla campagna che va verso l’estate.
La città ci vede tornare, dopo un tour durato più di trenta ore, con l’orgoglio e la soddisfazione di aver detto ancora una volta: “Not in our name!”.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.