Comunisti e sindacati

Nei primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista (1919-22) e nelle Tesi di Lione del PCdI, redatte da Gramsci e Togliatti[1], è sviluppato chiarissimamente il concetto che il mancato lavoro nei sindacati di massa equivale al rifiuto di operare per l’egemonia comunista nelle masse proletarie e semipoletarie, e dunque all’abdicazione ad ogni progetto “rivoluzionario”.
Il leninismo[2] escludeva (vedi L’estremismo del 1920) lo scissionismo sindacale e la formazione di organizzazioni separate di comunisti, o in genere “radicali” (estremiste), soprattutto allorché configurassero l’abbandono della struttura confederale (sindacato “industriale”, per branche) a favore di “sindacati di mestiere” più o meno corporativi, o di “sindacati finti”, doppioni di questa o quella tendenza o sètta.
Nel nostro caso specifico, a me pare del tutto indifendibile l’astensione o secessione verso la CGIL, sindacato con quasi 6 milioni di aderenti, ed una tradizione di sinistra, le cui vicende, certo, non hanno potuto non risentire delle vicissitudini del PCI, che ne costituiva il nucleo politico, – fino all’autoliquidazione di quel grande partito di massa.
Il posto dei comunisti è tuttora nella CGIL, per promuoverne un indirizzo tattico e strategico nettamente classista, a partire dalle difesa delle conquiste, anche minime e parziali, dei lavoratori, contro la reazione imperialista mondiale (USA) e nazionale, e contro i governi antioperai che ne pongono in atto i Diktat. Quale sia il modo migliore (più efficace) di organizzare tale intervento, è materia da discutere, senza indulgere a “fughe” dalla realtà storica concreta, ossia la pratica coincidenza tra la CGIL stessa e la “avanguardia larga” della classe operaia (senza la quale qualsiasi “prospettiva” anticapitalistica resta, tutt’al più, velleitaria).

Fernando Visentin

[1] “…la capacità di dirigere la classe è in relazione non al fatto che il partito si “proclami” l’organo rivoluzionario di essa, ma al fatto che esso “effettivamente” riesca, come una parte della classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla massa un movilento nella direzione desiderata e favorita dalle condizion oggettive. Solo come conseguenza della sua azione tra le masse il partito potrà ottenere che esse lo riconoscano come il “loro” partito (conquista della maggioranza), e solo quanto questa condizione si è realizzata esso può presumere di poter trascinare dfietro a sé la classe operaia(…). Il partito dirige la classe penetrando in tutte le organizzazioni in cui la classe lavoratrice si raccoglie e compie in esse e attraverso di esse una sistematica mobilitazione di energie secondo il programma della lotta di classe e un’azione di conquista della maggioranza alle direttive comuniste (…).
Il rapporto tra sindacati e partito è uno speciale rapporto di direzione che si realizza mediante la attività che i comunisti esplicano in seno ai sindacati. I comunisti si organizzano in frazione nei sindacati e in tutte le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla vita di tutte queste formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le parole d’ordine del loro partito (…).
L’azione nei sindacati è da concepire come essenziale per il raggiungimento dei fini del partito.
Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere”

(Lione, gennaio 1926).

Notare come Gramsci, con Lenin, rigetta la visione “autonomista” del rapporto partito sindacato (autonomia sindacale, incombatibilità tra incarichi di partito e di sindacato), prediligendo invece l’impostazione secondo cui il partito influenza il sindacato, attraverso la frazione comunista in seno al sindacato (sindacato come “cinghia di trasmissione”).

[2] “…il partito, se degno del suo nome, inquadra l’avanguardia della classe operaia e feconda col proprio influsso ideologico tutti i settori del movimento operaio, ed anzitutto i sindacati. Questi ultimi, se degni del loro nome, organizzano una massa sempre più ampia della classe operaia, compresi i suoi elementi atrretati; ma possono espletare tale funzione solo con una giusta direzione, basata su chiari principi, e questa direzione possono averla solo se il quadro dirigente sindacale è inserito nel partito della rivoluzione proletaria”

(L.D. Trockij – 21 marzo 1923, in Le mouvement communiste en France (1919-1939). Ed. de Minuit, Paris 1967, p. 268)

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