Contro il terrorismo, per il diritto alla Resistenza

Dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, l’esercito statunitense, insieme ai suoi “alleati-vassalli”, si è trovato di fronte ad un imprevisto movimento di Resistenza popolare. Fortunatamente, direi, perché, come alcuni hanno osservato, senza la Resistenza degli iracheni oggi assisteremmo a nuove guerre di aggressione da parte delle forze imperialiste, americane e non, contro stati quali l’Iran o la Siria.

Ogni giorno, tuttavia, alla tv come sui giornali (la maggior parte dei quali asserviti agli USA), coloro che si oppongono con le armi all’occupazione statunitense e al governo collaborazionista guidato da Allawi, vengono definiti “terroristi”. L’uso di questo termine non è, ovviamente, casuale, dal momento che esso richiama, a livello dell’immaginario collettivo, l’idea di una forza perversa e diabolica, votata solo al male. E in effetti, per i “nostri” mezzi di comunicazione lo scopo primario è proprio quello di infangare e delegittimare la Resistenza irachena, informando solo sui sequestri, le autobombe, i tagliatori di teste. Non dobbiamo consentire questa falsificazione, operata dalla disinformazione occidentale: la Resistenza armata contro l’invasore non è terrorismo. Questo non vale solamente per la lotta degli iracheni, ma anche per tutti quei popoli che si trovano, nel XXI secolo, aggrediti da potenze straniere (Palestina, Cuba, Colombia, ecc.), così come, a suo tempo, valse per l’Italia, il Vietnam e tanti altri Paesi. Essere contro la guerra, oggi, non può significare dichiararsi pacifisti assoluti, ma stare attivamente dalla parte dei popoli che resistono.

Gli stessi strateghi dell’esercito statunitense sono oggi costretti ad ammettere che esiste un appoggio popolare alla Resistenza da parte degli iracheni. Ogni giorno i gruppi di lotta si rinforzano anche organizzandosi tra loro e coordinando gli attacchi (quantunque si debba riconoscere che un vero coordinamento generale ancora non esiste, anche a causa delle loro diversissime origini). Si calcola che ogni giorno siano portati a compimento dai 30 ai 40 attacchi giornalieri alle forze d’aggressione (compresi quindi gli alleati degli americani ma pure la “ricostituita” polizia, di fatto composta da collaborazionisti). È quasi impossibile però poter definire precisamente come si articoli questo movimento. Infatti, oltre alle diverse convinzioni politiche-religiose dei vari gruppi, essi sono costretti, come ovvio, ad agire in una situazione di “illegalità” e di clandestinità.

Bisogna, però, chiarire un punto cruciale: le azioni contro lo stesso popolo iracheno (quali autobombe e kamikaze contro mercati e moschee) non hanno nulla a che fare con l’opposizione autentica ma sono semplicemente manifestazioni di un feroce oltre che ambiguo terrorismo. Difatti questi gruppi terroristici non hanno alcun interesse verso il popolo oppresso ma l’unico loro vero intento è di egemonizzare il movimento anti-imperialista. Vedendo gli effetti di questi terribili attacchi terroristici sorge anche il sospetto che gli stessi abbiano anche come scopo lo screditamento delle vere forze della Resistenza. È ben nota, infatti, la lunga e oscura storia dei rapporti tra molti raggruppamenti che praticano il terrorismo e la CIA. In ogni caso, bisogna ricordare che le forze della Resistenza irachena hanno sempre precisato di non avere nulla a che fare con azioni di carattere terroristico.

Come potrebbero, infatti, reagire i patrioti iracheni di fronte a massacri del tipo di Falluja (vedi anche le torture di Abu Ghraib, o la farsa delle venture elezioni di Gennaio) se non con l’uso delle armi contro gli invasori? Se in Italia oggi possiamo fare opposizione con manifestazioni pacifiche o scioperi è solo grazie alla Resistenza armata di coloro che durante la II guerra mondiale si opposero all’invasione nazista e al governo fascista. La stessa Carta dell’ONU sancisce il diritto dei popoli a resistere con la lotta armata se si trovano aggrediti da invasori.

Allora che fare per eliminare il terrorismo nelle terre irachene, dove per altro prima dell’invasione anglo-americana era inesistente? La risposta più convincente mi pare essere quella proposta da Valentino Parlato: una volta ritirate le truppe il terrorismo non avrebbe più alcuna giustificazione patriottica o almeno plausibile. Alla Resistenza armata in Iraq quindi, si deve categoricamente ricollegare lo slogan “dimenticato” da alcuni esponenti della sinistra italiana: “Via le truppe dall’Iraq ora, senza se e senza ma”. È questa l’unica via possibile e praticabile per la pace.

Senza cadere nella retorica delle citazioni più o meno famose, mi pare che si possa concordare con quello che alcuni decenni fa affermava uno dei campioni delle lotte di liberazione del XX secolo, Ernesto Che Guevara: “Queste le nostre aspirazioni: distruzione dell’imperialismo con l’eliminazione del suo principale baluardo, il dominio imperialista degli Stati Uniti d’America, assumendo come tattica la liberazione graduale dei popoli, a uno a uno o a gruppi, trascinando il nemico a una difficile lotta fuori dal suo terreno liquidando le sue basi di sostentamento, cioè i territori che gli sono soggetti”.

Juan José

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