Da Pavia a Vicenza, da Vicenza… a Roma

Scorcio della manifestazione di VicenzaDopo una settimana di terrorismo psicologico promosso dal governo e dall’opposizione, dalla stampa e dalla televisione, che promettevano scontri tipo G8 di Genova e infiltrazioni brigatiste, sabato 17 febbraio tra le cento e le duecentomila persone hanno risposto all’appello di Vicenza, dando vita ad un corteo pacifico, determinato, moltitudinario contro il raddoppio della base militare americana. La nostra provincia ha dato un importante contributo, ci risulta siano partiti 4 pullman dalle sue diverse zone, senza contare le decine di compagni che si sono recati in Veneto col treno o con le proprie automobili. Sul pullman che partiva da Pavia, organizzato dal PdCI, c’eravamo noi Giovani Comunisti, Rifondazione Comunista, la CUB, l’UdU, il PCL e numerosi compagni a titolo individuale: ci sono state così tante adesioni che gli organizzatori hanno dovuto chiedere il noleggio di un pullman a due piani.

All’ingresso della città, era tutto un pullulare di camionette della polizia e dei carabinieri che controllavano i numerosissimi mezzi di trasporto, carichi di manifestanti, in arrivo, ma giunti al concentramento le forze dell’ordine erano del tutto invisibili e regnava una completa tranquillità. La gente era lì per fare politica, per dire la sua, contro la base ma anche in generale contro la presenza militare statunitense in Italia e contro tutte le politiche di guerre (numerosi gli striscioni, i volantini, i cartelli contro la guerra in Afghanistan). Il corteo faticava a partire, chi scrive si trovava in coda ed ha aspettato fermo più di un’ora; la gran parte dei compagni venuti da Pavia non hanno visto la piazza dove è terminata la manifestazione, perché il pullman doveva partire e abbiamo dovuto abbandonare il corteo a metà, quando la sua testa era già arrivata nella piazza dell’happening finale: un facile calcolo ci dice che il corteo era lungo parecchi chilometri, le cifre fornite dalla polizia (che comunque superano le aspettative del giorno prima degli stessi organizzatori) vanno almeno raddoppiate, non a caso tutti i giornali hanno registrato il giorno dopo una presenza assolutamente massiccia.

Alcune foto fatte da una compagna venuta con noi possono essere viste qui.

Al ritorno, eravamo tutti euforici. Era chiaro che l’ala più a sinistra del Paese aveva in quei giorni il vento in poppa. I toni apocalittici suscitati (e in buona parte costruiti ad arte) dall’indagine su quattro sgangherati “terroristi rossi” (come sempre scollegati dal movimento reale delle masse e con un approccio demenziale e assolutamente controproducente alla lotta politica) si sono improvvisamente dissolti il giorno dopo Vicenza: probabilmente il panico sul nuovo brigatismo non serviva più. Si stava cucinando un piatto molto più pepato contro la cosiddetta “sinistra radicale”.

Il mercoledì successivo, Prodi ha presentato le dimissioni, dopo che una mozione di politica estera esposta da D’Alema era stata bocciata dal Senato. Chi ha fatto andar sotto D’Alema? Fondamentalmente una manovra centrista (secondo il giornale finanziario Italia Oggi è stato il CCA, Confindustria-Chiesa-Americani, rappresentati da Pininfarina, Andreotti e Cossiga), ma anche “i due senatori dissidenti” Rossi (ex PdCI) e Turigliatto (della minoranza Sinistra Critica di Rifondazione) si sono opposti ad una mozione che ribadiva la guerra in Afghanistan, rivendicava la NATO pur se in salsa europeista, prometteva che la base a Vicenza si sarebbe fatta comunque. In un attivo dei Giovani Comunisti di Pavia che si è tenuto il giorno dopo le dimissioni di Prodi, è emersa l’opinione che il suicidio del governo sia la punizione che Prodi e D’Alema hanno riservato a Rifondazione, al PdCI, al sindacato, ai movimenti contro la guerra, per aver osato contraddirli a Vicenza. L’arrogante rifiuto da parte di Prodi della contestazione vicentina si era già vista col diktat contro la partecipazione di ministri e sottosegretari al corteo – un diktat purtroppo che è stato supinamente accettato dalla sinistra, nella speranza che non si rompesse l’equilibrio precario tra presenza al governo e partecipazione alle lotte contro quello stesso governo.

L’equilibrio tuttavia si è rotto, come prima o poi sarebbe stato inevitabile: dell’illusione del governo “permeabile ai movimenti” e “condizionabile da sinistra” non rimangono che i cocci. Nonostante Vicenza e la manifestazione contro la precarietà del 4 novembre, nonostante le belle promesse del programma dell’Unione, il coltello è tenuto dalla parte del manico da riformisti e centristi, che con questa “demolizione controllata” del proprio stesso esecutivo hanno lanciato un segnale molto forte a Rifondazione e al PdCI, agitando ancora una volta lo spauracchio del ritorno di Berlusconi e di un nuovo 1998. La reazione dei due partiti comunisti è stata prevedibilmente quella di piegarsi ancora una volta; appare chiaro che, con l’accettazione dei 12 punti (tra cui figurano la TAV, la guerra in Afghanistan, la NATO, la riforma delle pensioni ecc.), non si sta certo uscendo dal ginepraio in cui ci si è ficcati, al contrario si prepara una fase in cui specialmente il nostro Partito non potrà che logorarsi sempre di più. Per ora si è solo imbarcato Follini, ma un domani, se il governo fosse ancora dilaniato dalle contraddizioni con la sinistra radicale e con la CGIL, scoppierebbe una nuova crisi da cui Rifondazione, usata e screditata, potrebbe ritrovarsi espulsa dalla coalizione e sostituita da ipotesi neocentriste o di larghe intese. In fondo la decisione non siamo noi a prenderla ma solo la borghesia: cosa dobbiamo fare, dunque, stare ancora più zitti di fronte alle politiche liberiste di questo governo (che, salvo sorprese sempre possibili, verrà riconfermato e “blindato” dal voto di fiducia di domani)?

L’unico provvedimento preso da Rifondazione contro il costante peggioramento del quadro politico è stato il lancio di una caccia alle streghe contro il compagno Turigliatto. Al nostro attivo provinciale, nessuno dei giovani comunisti presenti si è dichiarato d’accordo con l’espulsione di Franco, sebbene la componente Sinistra Critica sia l’unica a non essere presente al nostro interno. Riteniamo infatti pazzesco che si colpisca un senatore a cui, nonostante si possa non essere d’accordo con la sua posizione complessiva, va perlomeno riconosciuto di essersi schierato (in una votazione che per giunta non era nemmeno di fiducia) contro la guerra in Afghanistan e contro il raddoppio della base, coerentemente col programma del Partito, mentre da parte della maggioranza del Partito non è venuta alcuna autocritica sul fallimento palese della linea seguita finora nei rapporti con Prodi e l’Unione. Le dimissioni da senatore di Franco Turigliatto, che risolvono drasticamente la contraddittorietà della sua posizione individuale, danno un carattere persecutorio alle annunciate misure disciplinari contro di lui.

D’altronde non si può presentare la scelta di Turigliatto come un fulmine a ciel sereno. La richiesta di non cedere al filoatlantismo dalemiano era ben presente sia nella manifestazione di Vicenza sia nello stesso corpo del Partito. A Pavia, per esempio, la Federazione ha prodotto un volantino che chiedeva esplicitamente che non si rifinanziasse la missione a Kabul. La Conferenza d’Organizzazione del circolo del capoluogo, tenutasi il 15 febbraio, ha approvato quasi all’unanimità (trasversalmente a tutte le componenti e con un solo voto di astensione) un ordine del giorno che chiedeva al PRC di non votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan e di condurre fino in fondo la battaglia contro il raddoppio della base di Ederle. Siamo tutti corresponsabili del “delitto politico” compiuto da Turigliatto? siamo tutti complici della caduta di Prodi e quindi a rischio espulsione? non si potrebbe poi dire lo stesso dei duecentomila di Vicenza, incluso il segretario nazionale del Partito (e infatti c’è chi afferma proprio questo: “Esiste una sinistra che non serve al Paese”, dicendo questo D’Alema si riferisce a Rossi e Turigliatto o piuttosto a tutti noi?)?

Non c’è forse un problema più serio che si vuole continuare ad ignorare?

La Conferenza Provinciale dei Giovani Comunisti il 2 giugno scorso ha preso a maggioranza una posizione chiara sul governo Prodi: pur nell’internità al Partito della Rifondazione Comunista, noi non ci consideriamo cooptati nella maggioranza di governo, bensì impegnati nella costruzione dell’alternativa socialista e nel rafforzamento del Partito nelle lotte sociali e di massa; questo vale a maggior ragione oggi che il Partito è ingabbiato ai 12 punti imposti da Prodi. La nostra coordinatrice provinciale ci segnala due dichiarazioni della componente FalceMartello, che hanno costituito la base della sua relazione all’attivo degli iscritti di giovedì scorso e che costituiranno la bussola del nostro intervento nella fase che si sta aprendo:

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