Dai volontari delle BSA in Emilia 1 – Cavezzo

Cavezzo è un paese della bassa modenese gravemente colpito dal sisma del 20 e 29 Maggio 2012. Qui, a seguito della scossa del 29, sono morti diversi operai, costretti dai padroni a stare sul luogo di lavoro nonostante il forte rischio che la terra tremasse nuovamente. I lavoratori sono rimasti sepolti sotto i resti di fragili capannoni, che erano sorretti soltanto dall’avidità della logica del profitto. Inoltre gran parte delle case della popolazione dovranno essere abbattute.

Il campo degli sfollati è sorto intorno al palazzetto comunale dello sport ed è lì che le Brigate di Solidarietà Attiva (BSA) sono intervenute dal primo giorno dopo il terremoto. Qui si sono radunate circa 700 persone, divise quasi equamente fra i tendoni montati dalla protezione civile e il campo autorganizzato sorto attorno ai gazebo gestiti dai militanti delle BSA. I volontari sono intervenuti organizzando un magazzino accanto a uno spaccio, lasciato in gestione alla popolazione locale. Francesca, cittadina di Cavezzo e delegata FIOM in una fabbrica, è diventata il punto di riferimento della popolazione, mentre il magazzino, gestito direttamente dalle BSA, si stipa e si svuota più volte ogni giorno.

La scelta di coinvoglere la popolazione nella gestione del campo non è casuale, perchè rendere le persone attive e coinvolte in prima persona è lo scopo principale di ogni attività delle BSA. Fra i volontari non ci sono gerarchie, bensì si è tutti primi inter pares, compresi i cittadini che vengono coinvolti.

La realtà della bassa modenese colpita dal terremoto non è tutta uguale a quella di Cavezzo: in tutti i paesi sorgono campi e microcampi autorganizzati dalla popolazione locale dove le istituzioni non vogliono far arrivare gli aiuti ufficiali, perchè diffidono dello spontaneismo. Il principale lavoro delle BSA di Cavezzo è allora arrivare laddove la popolazione è lasciata sola. Ogni giorno partono dal campo base parecchi viaggi delle volanti rosse, macchine dei militanti cariche di aiuti, che ispezionano le microcomunità, che pian piano si stanno organizzando. Ma non è un puro lavoro di solidarietà, carità o assistenzialismo. Per questo genere di azioni ci sono svariate onlus che raccolgono e portano gli aiuti ai tendoni della Protezione Civile.

Qui, in Emilia, la gente ha capito che per superare il trauma del terremoto e la crisi agricola e industriale che potrebbe venirne è necessario riorganizzarsi in modo autonomo, non perdere la quotidianità dei rapporti umani e sociali: e allora succede che un argine di un fiume venga adibito dalla popolazione a nuovo punto di aggregazione, con l’auspicio dichiarato che altri nuclei familiari possano unirsi e con l’espressa volontà di usare gli aiuti “in comunità”. La popolazione vede malamente i campi della protezione civile e li indica con appellativi tetri come “lager”. Di certo, l’indifferenza gettata dalla ProCiv per i casi di organizzazione autonoma alimenta questa diffidenza ed è per sostenere queste realtà che le volanti rosse macinano chilometri, cercando le singole tende di famiglie in difficoltà.

La situazione più drammatica è però a Carpi, una città di 70 mila abitanti dove gli sfollati effettivi sono qualche migliaio, ma dove la paura per nuove scosse porta la maggioranza della popolazione a riversarsi nei parchi con tende e gazebo. Qui si trovano diversi campi, sorti spontaneamente con centinaia di persone, migranti e cittadini italiani insieme, lasciate completamente sole per diversi giorni.

Quando il furgone messo a disposizione alle BSA dalla Federazione Provinciale di Rifondazione giunge le prime volte in queste realtà, i militanti vengono letteralmente assaliti e sembra di assistere a una guerra fra ultimi e penultimi. Ci si torna, allora, il giorno seguente e pian piano, grazie anche a una nostra organizzazione migliore, si riesce a instaurare un rapporto umano e di collaborazione con gli sfollati che da soli decidono, nella difficoltà e nella crisi, a chi, fra loro, destinare gli aiuti più preziosi e meno numerosi, come le tende e i sacchi a pelo. È un esempio di come all’interno delle situazioni di emergenza le BSA portino aiuto pratico, ma con una precisa ottica politica che porta ad organizzare spazi di emancipazione nel lungo periodo.

Questo è ciò che non può avvenire nei campi della ProCiv. A Cavezzo, come in tutti gli altri campi, le tende montate dalla Prtoezione Civile sono state recintate; la motivazioni ufficiale è per evitare furti. Ma la gente non vuole sapere di recinti e reti che limitano la libertà e costringono a perdere completamente la propria quotidianità. A Cavezzo, però, a differenza di altri campi, le BSA e la popolazione sono riusciti a ottenere che i cancelli rimangano aperti e i controlli dei documenti non vengano effettuati. La presenza delle BSA nel campo di Cavezzo è fondamentale, in particolare in un’ottica di lungo periodo, quando potranno sorger attriti e contrasti fra la popolazione e la ProCiv, che viene vista, giustamente, come un’organizzazione paramilitare. Nel frattempo gli interventi mirati e organizzati dei volontari permettono alla popolazione di resistere in modo autonomo e spontaneo, in contrasto con le smanie di controllo delle organizzazioni ufficiali.

Il passo successivo deve essere quello di rendere consapevole la popolazione che la loro non è una scelta casuale, ma un spinta spontanea di contrasto degli attuali rapporti politico-istituzionali che si manifestano più marcatamente laddove ci sia un qualsiasi tipo di lotta, crisi o emergenza.

Marcello Simonetta

Brigate di Solidarietà Attiva Pavia

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