Diaz, nel bene e nel male almeno se ne parla. Una guida all’informazione.

In questi giorni, nelle sale cinematografiche italiane, è in programmazione Diaz, non pulire questo sangue, il film di Daniele Vicari, che ricostruisce l’assalto della Polizia alla scuola genovese omonima e le torture che gli arrestati in quel contesto subirono nei giorni seguenti alla caserma di Bolzaneto.

Noi Giovani Comunisti non siamo critici cinematografici, facciamo politica e di questa ci occupiamo. Alcuni di noi, ormai non più tanto giovani, al G8 del 2001 hanno partecipato, molti altri quel movimento lo hanno seguito solo tramite i telegiornali – molto spesso con la voglia di mollare tutto e salire sul primo treno per Genova – ed è stato per loro come una pietra miliare della loro presa di coscienza sulla natura repressiva dello Stato e del suo braccio armato, le forze dell’ordine. Per tutte queste ragioni è normale che per noi, aver visto questo film, provochi rabbia e delusione. Delusione per tutto quello che in quei fotogrammi non compare, e che invece avrebbe dovuto esser raccontato.

La prima osservazione che sorge spontanea è: ma cosa può capire una persona, che non visse quei fatti, dalla visione di questa pellicola? Molto poco. Il film, infatti, è totalmente decontestualizzato da ciò che avvenne in quei giorni.

A Genova, dal 19 al 22 luglio 2001, si riunì il G8, il summit mondiale dei capi di governo delle otto più grandi potenze industriali. Prima di questo ce n’erano stati altri negli anni prima: a Seattle, nel ’99, a Davos, nel gennaio 2001, a Napoli nel marzo e a Goteborg nel giugno dello stesso anno. Scopo di questi incontri era la pianificazione su scala mondiale di processi di globalizzazione dell’economia. Le politiche neo-liberiste che questi otto paesi decidevano venivano successivamente applicate obbligatoriamente a tutto il mondo, inclusi tutti gli altri paesi che erano stati tagliati fuori dalla fase decisionale. Fu su sulla scia di questi fatti che nacque il movimento no-global, appoggiato da moltissime altre realtà e partiti politici, come Rifondazione comunista, che iniziò a organizzarsi e a pianificare manifestazioni in concomitanza con gli incontri dei “grandi della terra”. «Voi 8, noi 6 miliardi», si diceva a quei tempi, un po’ come ai nostri giorni si usa «voi l’1%, noi il 99%». Il movimento che si sviluppò contro il G8 si opponeva alle politiche di austerità a cui erano sottoposti i paesi del Terzo Mondo. Chi protestava, infatti, capì che la crisi, che all’epoca non toccava i paesi più industrializzati, sarebbe presto arrivata anche per loro. Quello che è successo in questi ultimi anni ha dato ragione alle loro analisi e alle loro proteste, mostrando allo stesso tempo l’illusione della possibilità di riformare questo sistema, in continua liquefazione.

In quei giorni di luglio centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo sfilarono per le vie del capoluogo  ligure, dando vita ad un movimento di massa sorprendente. A seguito dell’intervento di quei gruppi che la stampa avrebbe ribattezzato “black block” – su questo tema si dovrebbe parlare per giorni interi, ma non è questo il momento, perdonateci la superficialità – la Polizia, i Carabinieri e la Finanza iniziarono delle cariche pesantissime, come in Italia non si vedevano dagli anni ’70. In uno dei tanti scontri che seguirono trovò la morte Carlo Giuliani, un giovane manifestante di 23 anni, ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere. Un omicidio di stato, anche questo assente dalle nostre strade dai lontani anni di piombo. Di questo fatto il film accenna solamente, lasciando a malapena intravedere le gravissime ripercussioni che la morte del compagno Carlo Giuliani provocarono.

Ed ecco che arriviamo alla narrazione della pellicola di Vicari. Sabato 21 luglio, l’ultimo giorno di manifestazioni programmate dal Genoa Social Forum. Alla fine della giornata, dopo un lungo corteo di trecentomila persone, dopo ulteriori scontri e ulteriori azioni criminali delle forze dell’ordine, la sera i manifestanti tornarono negli stabili dove erano alloggiati per passare la notte e per poter, la mattina seguente, far ritorno a casa. Fu durante quella notte che la Polizia prese d’assalto la scuola Diaz, massacrando brutalmente tutti coloro che vi erano alloggiati. La giustificazione della Questura fu che in quella scuola si trovavano pericolosi black block, ma le indagini successive diedero esito negativo. Per coloro che furono arrestati quella notte, iniziò un altro periodo altrettanto infernale, alla caserma di Bolzaneto, dove i detenuti furono torturati, pestati, insultati, e privati della loro dignità di esseri umani.

Un altro grande limite che caratterizza questo film è la totale mancanza dei nomi dei colpevoli e delle ragioni politiche che portarono al verificarsi di questi fatti. Il film si basa sugli atti delle varie inchieste che vennero aperte negli anni successivi al G8, atti nei quali tutti i nomi dei dirigenti della Polizia e dei politici vengono citati più e più volte. Ma allora perché ignorarli? Colucci, La Barbera, Andreassi, de Gennaro, ma anche Fini e Scajola, e molti altri ancora avrebbero dovuto essere nominati nella pellicola. Ma forse si pretende troppo, e alle prime critiche, legittime, che vengono spontanee, è doveroso guardare ai lati positivi di questo film, che comunque sono indubbi.

Innanzitutto il fatto che a undici anni di distanza sia stato fatto un film per ricordare quelle nere giornate della nostra storia che, seppur con dei limiti, ha riaperto un dibattito che, ci auguriamo, possa portare ad un’analisi non solo sulla repressione dello Stato, ma anche sui limiti e le carenze con cui il Genoa Social Forum pianificò e diresse quell’evento.

Alla fine, però, pur sempre di un film si tratta, di un film per il grande pubblico, quello stesso grande pubblico che negli ultimi anni è stato farcito e ideologizzato con l’immagine del buon poliziotto, del buon carabiniere, del Maresciallo Rocca, di Distretto di Polizia. In questo film, invece, non si salva nessuno: le forze dell’ordine sono mostrate in tutta la loro brutalità, e paragonate senza tanti mezzi termini alle forze dell’ordine del dittatore cileno Pinochet. Su questo tema non ci sono allusioni, né si lascia tanto meno intuire i fatti avvenuti. I pestaggi alla Diaz e le torture a Bolzaneto sono un pugno nello stomaco per lo spettatore.

Per questo secondo noi, Diaz è un film che va visto, perché questa pellicola può essere un modo per tantissima gente che per le più svariate ragioni è rimasta ignara di ciò che avvenne di potersi informare e sapere cosa realmente accadde in quei giorni. Riteniamo, però, che oltre questo film vadano visti anche altre pellicole, documentari, che raccontano tutto quello che, per le scelte del regista e della Produzione di Diaz, non compare nel film. In merito consigliamo il documentario Bella ciao, di Carlo Freccero; la puntata di Blu notte sul G8 di Genova; il documentario Quale verità per Piazza Alimonda, scaricabile dal sito del Comitato Piazza Carlo Giuliani, contenente inoltre molti altri video importantissimi in quanto fonti documentarie. Fra i tanti libri, invece, uno che ci sentiamo di proporre è L’eclissi della democrazia, di Vittorio Agnoletto e di Lorenzo Guadagnucci. Si tratta ovviamente di una selezione, esistono moltissime altre fonti su questi fatti. Buona informazione e buona lotta.

Riccardo Scanarotti – Giovani Comunisti Pavia

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