Emigrare è un diritto umano

Continua la serie di prese di posizione di varie realtà della sinistra pavese sulla vicenda degli sgomberi a Pavia. Questa volta è il turno dell’ARCI, a conferma dell’esistenza di un dibattito sul tema in diverse organizzazioni.

La vexata quaestio legata alle locali vicende migratorie rimette al centro del dibattito politico uno snodo importante per l’amministrazione di centrosinistra, un problema che ovviamente non è possibile pensare risolto solo con operazioni emergenziali come l’operazione freddo promossa dalla precedente legislatura, necessitando invece un serio progetto di accoglienza e governance della materia. Dunque, a distanza di pochi mesi da quella crisi, si torna a ridiscutere di baraccopoli, favelas, inciviltà, degrado, insostenibili condizioni di vita ecc. ecc.
E immediatamente il dibattito si sposta su domande di ardua risoluzione: come coniugare la doverosa e ferma opposizione ad una normativa medioevale con il ruolo istituzionale di garante del rispetto delle regole e delle leggi? Come si deve comportare una amministrazione comunale di fronte ad una norma che non si configura a dettami di giustizia sociale ma fonda il suo essere sull’iniquità e la disuguaglianza tra individui?
L’approccio a questo tema non può prescindere da una radicale premessa di matrice culturale: emigrare è un diritto. Fondamentale ed inviolabile e quindi da garantire e tutelare. Altro dato essenziale è che questa tutela non può non passare da una lotta seria alla deriva più barbara del fenomeno in analisi: lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina.
Sarebbe addirittura superfluo (ma forse in realtà non lo è per tutti) ripetere che la Storia dell’umanità è sempre stata fortemente caratterizzata dal fenomeno migratorio, vero veicolo del progresso, grazie al quale sono potute circolare le conoscenze, le arti, le culture.
Sarebbe banale ribadire che ogni anno milioni di persone lasciano le loro case e attraversano i confini del loro paese in cerca di una maggiore sicurezza di vita per sé e per le loro famiglie. Spinti dalla volontà di ricerca di nuove opportunità poiché costretti dalla povertà, dalle carestie, dalle guerre, dalle prevaricazioni, dal divario sempre più ampio tra nord e sud del mondo. Sarebbe anche lapalissiano riaffermare quanto economicamente vantaggiosa per i paesi di accoglienza si sia rivelata l’immigrazione. Anche per la nostra città. Sarebbe però politicamente ingenuo non registrare notevoli motivi di preoccupazione riguardo al modo in cui si stanno manifestando i fenomeni migratori. L’aumento dell’immigrazione clandestina ed anche del traffico di esseri umani (soprattutto minori) minaccia i diritti umani e crea nuove sfide ai governi nazionali ed alle comunità locali. Pavia non sfugge a questo quadro a tinte fosche.
In primis però la soluzione deve essere di carattere legislativo. In sede normativa e legislativa bisogna modificare le tendenze passate per cui tale delicata questione è sempre stata affrontata in un ottica prevalentemente di ordine pubblico: la legge Martelli, la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini sono tutti dispositivi legislativi che nascono su di una base culturale comune e diffusa, la concezione contingentale ed emergenziale del problema, vissuto più come uno spauracchio da contrastare piuttosto che un opportunità da regolamentare e governare. L’esperienza, anche pavese, ci dimostra che una tale posizione ha una efficacia non risolutiva. Il clandestino espulso ritorna, perché la dove viene espatriato le condizioni di vita sono addirittura peggiori di quelle già miserrime che trova in Italia. L’alternativa politica dovrebbe essere quella di creare maggiori opportunità di migrazione legale, comprendendo la creazione di posti di lavoro produttivi nei paesi d’origine e facilitare l’accesso ai canali per l’immigrazione legale consentendo quindi la regolarizzazione di coloro che già si trovano all’interno di un paese, garantendo ai lavoratori stranieri gli stessi diritti dei lavoratori locali, disincentivando l’impiego di lavoratori clandestini , anche mediante sanzioni.
La speranza è dunque riposta in un radicale capovolgimento normativo nel momento in cui il centrosinistra dovesse vincere le elezioni. La discriminante ideologica riguardo alle politiche di accoglienza esiste e si erge fra coloro che approvano e coloro che contestano una legge di questo stato che vale più che mai ricordare come “la BOSSI-FINI”. Va quindi respinto ogni tentativo furbesco di scaricare le contraddizioni di questa aberrazione della civiltà sulle amministrazioni locali impegnate a porvi rimedi.
Nel frattempo, pur riconoscendo l’importanza di ottemperare al principio di legalità, ci sentiamo impegnati ad interpretare le leggi nella loro applicazione concreta ispirandoci al principio superiore di umana giustizia contenuto nella dichiarazione dei Diritti dell’Uomo.
Concretamente e restando nell’ambito della legalità l’amministrazione deve inaugurare il percorso di un nuovo progetto di accoglienza che coinvolga per competenza, i rappresentanti delle forze dell’ ordine, dello Stato e del volontariato, e che sia condiviso dalle forze di maggioranza. Per promuovere azioni aggiuntive, oltre a quelle eminentemente assistenziali, di positivo impatto per l’integrazione dei suddetti, prevedendo, tra le altre cose, strumenti di informazione ai migranti in merito ai loro diritti, promovendo la cooperazione tra i sindacati, i datori di lavoro e la cittadinanza, agevolando l’iter burocratico per il rilascio dei permessi di soggiorno: a tal proposito l’ARCI accoglie pienamente l’invito dell’Amministrazione Comunale e si dichiara fin da subito disponibile a supportare, per quanto è nelle sue possibilità, ed a contribuire ad un eventuale progetto di accoglienza.

Davide Ottini
Sonia Carolì
Mariangela Landro
Andrea Membretti
Vito Savino

per l’ufficio di Presidenza di ARCI Pavia

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.