Formazione GC: la Rivoluzione d’Ottobre

Perché parlare del Grande Ottobre 87 anni dopo?

 

 

A distanza di tanti anni, dopo il denso susseguirsi di avvenimenti che hanno sconvolto più volte il mondo nel Novecento, ultimo il crollo, ormai anch’esso relativamente lontano, dello Stato originatosi proprio con la Rivoluzione d’Ottobre (26 Dicembre 1991 scioglimento dell’Unione Sovietica), ad alcuni può sembrare che il Grande Ottobre e i successivi avvenimenti storici dell’Unione Sovietica siano ormai privi di un qualunque interesse politico di attualità e debbano essere confinati nei manuali di Storia. Anche nel nostro Partito, che pure si definisce comunista, pare in atto una “rimozione della rivoluzione d’Ottobre? come ha affermato R. Rossanda, e più in generale la rimozione del concetto di rivoluzione, di presa del potere, accompagnata alla critica del potere in quanto potere, tutte posizioni che, lungi dall’essere novità postmoderne, si sono già presentate nella storia del movimento operaio e, oltre ad essere state aspramente criticate e combattute da tutti i grandi maestri del socialismo, si sono rivelate molto meno fruttuose di avanzamenti per il proletariato di quanto non siano state le posizioni genuinamente rivoluzionarie e comuniste (persino la socialdemocrazia con tutti i suoi limiti ha prodotto più conquiste, a mio avviso, delle varie correnti anarchiche e socialiste utopistiche che costituiscono il nocciolo duro di quelle teorie tanto in voga nell’attuale maggioranza del Partito).

Noi riteniamo invece che si debbano ancora studiare e approfondire le circostanze storiche, i metodi utilizzati, le ragioni dei successi e degli insuccessi ottenuti dai compagni bolscevichi alla guida del proletariato russo per una serie di motivi che elenchiamo brevemente:

  • è la nostra storia, la nostra identità, il nostro passato di cui andare fieri (invece di vergognarsi come fanno taluni, che amano autoflagellarsi pubblicamente).
  • non crediamo che sia possibile attualizzare meccanicamente (né lo è stato in passato) le vicende della Grande Rivoluzione. Ad esempio non pensiamo che a breve si possa riprodurre qui ed ora (in Italia, in Europa) una situazione prerivoluzionaria realmente analoga a quella sovietica. Non condividiamo la tesi di coloro che pensano che ad esempio la Resistenza italiana è stata una Rivoluzione mancata o tradita, (già) allora le condizioni erano diverse da quelle sovietiche, d’altra parte altre rivoluzioni vittoriose come quella cinese, quella vietnamita, quella cubana hanno seguito percorsi diversi, discostandosi talvolta in modo significativo dall’esperienza bolscevica.  Pensare di applicare meccanicamente e schematicamente i metodi bolscevichi non porta da nessuna parte. Tuttavia passare all’estremo opposto della liquidazione e dell’archiviazione del bolscevismo, della critica totale ad ogni impostazione leninista, in ogni circostanza, è un errore altrettanto grande, in quanto l’esperienza sovietica è una vera e propria miniera di informazioni preziosissime anche al militante dei giorni nostri. L’imperialismo esiste ancora, così come il capitalismo, e può ricreare condizioni rivoluzionarie: è nella sua natura. Non si può escludere che si vengano a creare situazioni in parte simili in alcuni paesi del mondo, bisogna attrezzarsi in anticipo ad ogni eventualità (questa è la “superiorità? dei comunisti sugli altri partiti, anche operai, vedere più in là, senza farsi abbagliare da facili successi). Una delle esortazioni che faceva sovente Lenin ai compagni, poco prima di morire, è quella di studiare, di approfondire i fenomeni storici per poi agire coerentemente e coscientemente nella pratica politica attuale (come del resto il “nostro? Gramsci esortava “istruitevi, perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza?). E, tra questi fenomeni, quelli che devono interessare di più i comunisti e i rivoluzionari di oggi sono appunto le grandi rivoluzioni e le lezioni dei più grandi rivoluzionari di ieri. Non per un’attualizzazione schematica, ma per una discussione profonda ed un’attualizzazione dialettica, com’era nello spirito e nella pratica dei bolscevichi.

 

Questo cappello introduttivo, che pure può sembrare banale e scontato, è doveroso, viste le attuali forti pulsioni liquidazioniste presenti nel Partito.

Veniamo ora al merito della questione. Vogliamo ripercorrere in breve i passi principali che portarono al crollo della Russia zarista fino al successo della rivoluzione. Suggeriamo così un percorso di lettura e una sintesi di questi eventi (ci basiamo in sostanza sulla Storia dell’Unione Sovietica di G. Boffa). Diamo per scontata una conoscenza basilare della materia, e non trattiamo la Rivoluzione del 1905, soffermandoci invece su quelle del 1917 (Febbraio ed Ottobre).

 

Com’era la Russia prima del 1917 ?

 

 

La Russia prerivoluzionaria, anche prima dell’entrata in guerra, si presenta come un paese estremamente contraddittorio. E’ come se tutte le contraddizioni insite nell’imperialismo vi trovano la più acuta manifestazione e vi si concentrano al massimo grado (gli storici sovietici dicevano “in Russia si sono strette in un solo nodo tutte le contraddizioni dell’imperialismo?) . Questo è senza dubbio uno degli ingredienti fondamentali non solo per il successo della rivoluzione, ma anche soltanto per la comparsa di un serio tentativo rivoluzionario, per poter mettere la rivoluzione all’ordine del giorno.  Vediamo più in dettaglio la situazione.

La Russia zarista era lo Stato più grande del mondo. L’impero si estendeva per 22 milioni di km2 e comprendeva 170 milioni di abitanti alla vigilia della guerra mondiale. Com’è noto le nazionalità erano molte, gli slavi (il gruppo “grande russo?), pur essendo il gruppo etnico più numeroso, costituivano soltanto il 43 % della popolazione. Dal punto di vista economico, spesso si insiste sull’arretratezza ed il sottosviluppo dell’impero zarista. In realtà considerare la Russia di allora semplicemente come una nazione sottosviluppata è un errore: ad esempio la sua capacità industriale superava quella del Giappone collocandosi al quinto posto nell’insieme delle principali potenze (USA, UK, Germania, Francia). Questo perché anche la Russia aveva conosciuto un forte sviluppo capitalistico a partire dagli anni ’90 del XIX secolo. Tuttavia la stragrande maggioranza della popolazione viveva nelle campagne ed era impiegata nell’agricoltura (70-75%), un’agricoltura estremamente arretrata che in gran parte manteneva residui feudali (solo nel 1861 vi fu l’abolizione della servitù della gleba). Ma laddove l’industria si era sviluppata, sia grazie agli investimenti stranieri sia con un forte sostegno dello Stato, presentava una notevole capacità produttiva (in assoluto). Essa era estremamente concentrata, ¾ delle fabbriche erano concentrate in sole sei regioni: Mosca, Pietroburgo, il Baltico, la zona intorno a Varsavia (allora sotto l’impero), il Donbass (bacino carbonifero del Donec) e gli Urali. Ben il 54 % degli operai dell’intero impero lavoravano nel 5 % di imprese con più di 500 dipendenti. Essendo molte di queste imprese sorte con capitale straniero (francese principalmente, ma anche e tedesco ed inglese) presentavano spesso un’organizzazione del lavoro all’avanguardia per i tempi e anche macchine (importate) moderne. Accanto a queste caratteristiche spiccatamente capitalistiche coesisteva un’agricoltura arretrata con bassissimi livelli produttivi. Va notato che la Russia diventa potenza capitalistica nell’epoca in cui il capitalismo si trasforma in imperialismo (senza conoscerne le fasi precedenti) e questo ha delle importanti conseguenze. Il settore bancario presenta anch’esso forte sviluppo, con presenza di capitali stranieri che condizionano l’economia, e vi è una forte tendenza monopolistica (il capitale è concentrato nel 4% delle compagnie). Sette istituti bancari di Pietroburgo controllano il 50% del capitale dell’industria, tipico fenomeno della fase imperialistica del capitalismo. Forte è la presenza dello Stato che controlla le ferrovie (principale mezzo di comunicazione e di trasporto delle merci attraverso lo sterminato impero) e molte industrie tra cui quelle del settore militare.

Queste caratteristiche dell’economia rendono la Russia anch’essa una potenza imperialistica, ma si sviluppano accanto al regime feudale non pienamente abbattuto. Si può parlare, con Lenin, di un imperialismo “prevalentemente militare e feudale?. Esso è debole nel quadro imperialistico mondiale (“l’anello debole della catena imperialistica?), in quanto è fortemente dipendente dall’estero e dal mercato mondiale, esportando quasi solo materie prime e cereali e dovendo importare macchinari e merci lavorate (dicevamo prima della presenza dei capitali stranieri nelle industrie e nelle banche, ulteriore fattore di dipendenza). Esso ha una forte potenza espansiva militare, si pensi al Caucaso, all’espansione e al dominio di tante altre nazionalità asiatiche. Nelle campagne sia russe sia dei territori conquistati non si ha però un sostanziale sviluppo capitalistico, permangono ora i latifondi improduttivi ora la piccola coltivazione estensiva, il tutto dominato dalla miseria e dal sottosviluppo.

Quale era la composizione di classe della popolazione?

Secondo gli storici sovietici, seguendo la classificazione di Lenin, nel 1913 si aveva:

 

proletari e semiproletari    …………….       53.2    %

piccoli proprietari poveri   …………….       25.3    %

proprietari agiati                …………….       19        %

borghesia                             …………….       2.5      %

 

La borghesia si articola nella grande borghesia industriale, nei pomeš?iki (i grandi proprietari terrieri, i latifondisti) e nei più alti ranghi della burocrazia statale. Una classificazione più dettagliata è stata fatta dall’accademico Nem?inov nel ’39:

 

classe operaia                      ……………..      14.8    %

   di cui operai agricoli       ……………..        3.5    %

contadini ed artigiani         .…………….      66.7    % (esclusi i kulaki)

borghesia                             ……………..      16.3     % (include i kulaki ed i pomeš?iki)

   di cui kulaki                     ……………..      11.4     %

intellettuali                          ……………..      2.2     %       

 

I famosi kulaki (dal russo kulàk che vuol dire pugno) erano dei contadini che si erano arricchiti in seguito alla riforma agraria (di Stolypin)  successiva alla rivoluzione del 1905 che, lungi dall’intaccare il latifondo, aveva intaccato il mir o obs?ina, antica comunità contadina di villaggio (forma di proprietà collettiva del suolo, già studiata con grande interesse da Marx ed Engels). Questi kulaki erano noti anche come miroed, distruttori del mir, ed erano dei piccoli capitalisti primitivi, più usurai che imprenditori. Essi sfruttavano duramente i contadini più poveri (che perdendo il mir piombavano spesso nella miseria più nera) e odiavano al tempo stesso i pomeš?iki, i grandi latifondisti [1]. Questo breve excursus sulla questione contadina e sulla struttura delle classi nella Russia prerivoluzionaria è importante per tratteggiare lo sfondo, il contesto fondamentale di questa società. Il grado di sfruttamento è altissimo, la monarchia è la “più barbara e reazionaria d’Europa? (Lenin), ma al tempo stesso essa è “pur sempre il governo di un paese capitalista, legato a mille fili all’Europa, con il mercato mondiale, con il capitale internazionale? (Lenin). Questi elementi di arretratezza, coniugati con una situazione favorevole alla rivoluzione sociale, che poi si tradurrà in un avanzamento verso il socialismo anche maggiore che in Occidente, costituiscono e costituiranno sempre la grande contraddizione della Russia. La guerra imperialistica, in cui lo Zar getta la Russia già in fermento, determina l’esplosione di tutte le contraddizioni. In seguito Lenin dirà persino che la Rivoluzione d’Ottobre era stata in grado di vincere unicamente perché gli “stati imperialistici? – non solo divisi, ma impegnati a combattersi l’un l’altro – “avevano altro a cui pensare?. Sicuramente la guerra mondiale ha un enorme ruolo nel far esplodere le contraddizioni oggettive presenti e nel fare precipitare la situazione. Ma fin qui abbiamo ignorato una forza fondamentale, senza la quale la rivoluzione non poteva vincere  (e pensiamo si possa generalizzare), il Partito.

Nel paragrafo successivo vediamo in dettaglio in cosa consisteva il partito che guidò la classe operaia e contadina al potere, il partito bolscevico [a rigore POSDR(b) Partito Operaio Socialdemocratico Russo, frazione bolscevica].

 

Il Partito di Lenin

 

Com’è noto il partito bolscevico nasce in seguito alla spaccatura del POSDR, esso è la frazione maggioritaria (da cui il nome) di tale partito, guidata da Lenin.

Da dove derivava il bolscevismo? Quali erano le sue caratteristiche fondamentali, che furono certamente una delle ragioni del suo successo? Già prima della comparsa del marxismo in Russia, esisteva un significativo movimento rivoluzionario egemonizzato dai cosiddetti populisti (narodnici). Questi, che erano in contatto anche con Marx ed Engels, svolgono nella seconda metà dell’Ottocento una notevole attività agitatoria (anche terroristica) e ritengono che in Russia si potesse “saltare?  la fase capitalistica e passare subito dal feudalesimo al socialismo. Per questo motivo fanno leva principalmente sui contadini e sulla loro proprietà comune, la già ricordata obs?ina, che vedono come nucleo della futura società socialista. Hanno un grande slancio rivoluzionario (che costa la vita a molti di loro, tra cui il fratello di … Lenin), ma il nascente marxismo russo contrasta ben presto il populismo, in particolare sulla questione del salto della fase capitalistica e sul fatto che i marxisti vedono negli operai (anche in alleanza con gli operai delle altre nazioni) la classe capace di guidare il paese verso il socialismo.

Plechanov è il massimo pioniere del marxismo in Russia e lo stesso Lenin, nei suoi primissimi scritti, critica aspramente il populismo. L’analisi di Lenin (cfr. il celebre saggio “Lo sviluppo del capitalismo in Russia?) fa notare che in realtà il capitalismo si sta già sviluppando, e con esso crescono gli operai industriali e si disgregano le campagne precapitalistiche. Va però notato che un aspetto del populismo viene seguito o meglio vede in accordo, pur partendo da basi diverse, taluni marxisti, con in testa Lenin: lo spirito rivoluzionario, l’idea che il capitalismo non sarebbe stato sconfitto con una lenta evoluzione verso il socialismo, bensì mediante una rivoluzione, una rapida e violenta transizione nella nuova società. Lenin e i suoi seguaci, che naturalmente fondano la loro analisi sullo studio rigoroso e sull’attualizzazione critica dell’opera di Marx ed Engels e come detto criticano i populisti, si vengono così a trovare in duro contrasto anche con le correnti revisioniste della socialdemocrazia, in particolare Bernstein, che pongono in questione la validità della visione materialistica della storia, come espressa da Marx, e nella pratica rinunciano alla rivoluzione per lottare soltanto per le riforme, un lento e graduale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori ed una graduale presa del potere. Lenin ribalta completamente questa posizione, smascherando con l’analisi concreta del capitalismo dei suoi tempi, ormai divenuto imperialismo (la teoria dell’imperialismo è un suo originale e notevole contributo al marxismo) le illusioni socialdemocratiche e continuiste e costruendo, nelle dure condizioni della Russia zarista, un partito completamente nuovo e completamente diverso da quelli socialdemocratici occidentali (il partito socialista francese e il partito socialdemocratico tedesco per citarne due dei più importanti). In Russia la lotta era clandestina, il dispotismo zarista impediva anche solo la pubblicazione dei testi marxisti (molto bello a tale proposito il romanzo “La madre? di M. Gorkij, in cui si tratteggia la tipica vita del militante di allora, che poteva facilmente finire in carcere anche solo per aver distribuito un volantino o aver esposto in pubblico la bandiera rossa). Lenin stesso deve emigrare più volte e finisce pure in Siberia. Nel fondamentale opuscolo Che fare? Lenin espone il modello di partito nuovo che ritiene il più adatto al compito rivoluzionario ed instancabilmente cerca di costruire il partito secondo tali principi. Il partito, secondo Lenin, è una forza impegnata anche nella lotta teorica, da cui trae le indicazioni per la concreta lotta politica ed economica, ed è in tal modo in grado di portare alla classe operaia la coscienza di classe indispensabile perché essa possa effettivamente compiere la rivoluzione. La classe operaia non è di per sé cosciente degli scopi della sua lotta, vede solo gli obiettivi economici immediati, è il partito che deve renderla consapevole dei fini anche lontani della lotta e dirigere la sua lotta. Il partito è così l’avanguardia della classe, la parte più avanzata e cosciente di essa (si noti che i membri del partito non sono necessariamente operai essi stessi, anzi spesso non lo sono proprio perché lo studio teorico necessita una preparazione che un operaio, in particolare allora, non può avere). Perché il partito possa dirigere efficacemente la lotta di classe è importante la sua organizzazione (“Il proletariato non organizzato è nulla, organizzato è tutto. Organizzazione vuol dire unità d’azione, unità d’intervento pratico?). L’organizzazione deve essere rigidamente centralizzata ed i suoi militanti sono dei rivoluzionari di professione che alla rivoluzione dovevano dedicare “non soltanto le sere libere, ma tutta la loro vita?. Tutti gli strumenti di lotta possono essere utili al fine di raggiungere la rivoluzione, non si possono escludere quelli illegali. E quindi i bolscevichi, durante la clandestinità, devono anche utilizzare metodi come messaggi cifrati, servizi informativi interni, tramiti segreti con gli arrestati ed i deportati, tipografie illegali ed anche espropri per l’autofinanziamento. Ma, mentre i populisti fanno questo per fini cospirativi, i bolscevichi hanno in bene in mente la necessità di guadagnare un consenso di massa nella classe operaia e di muovere al momento opportuno questa contro la borghesia e la monarchia, e strappare loro il potere. Le divisioni con i menscevichi e con gli altri partiti ruotano spesso attorno a questa concezione rigida e flessibile al tempo stesso di partito di cui Lenin fu il principale artefice. Lo stesso Trockij, poi uno dei massimi capi dell’insurrezione d’Ottobre e organizzatore dell’Armata Rossa che salverà la Rivoluzione nella guerra civile, in alcuni momenti polemizza con la posizione di Lenin e per questo esce dal partito bolscevico. Per esempio nel 1904 in un suo aspro conflitto con Lenin (cosa del resto non infrequente tra i vari esponenti politici marxisti di allora), Trockij scrive: “nel partito da questi auspicato l’organizzazione del partito si sostituisce al partito nel suo complesso, in seguito il Comitato Centrale si sostituisce all’organizzazione; ed un unico “dittatore? si sostituisce al Comitato Centrale?. Si noti che qui Trockij sta polemizzando con Lenin e non con Stalin, altrove accusa Lenin di voler diventare un Massimiliano Robespierre. Come sappiamo sotto Stalin quanto temuto da Trockij sarebbe successo davvero, e la dittatura del proletariato si sarebbe trasformata nella dittatura di una sola persona, in un cesarismo o bonapartismo. Lenin, anche per la sua personale capacità di rispettare anche chi sbagliava (nel senso di criticarlo, ma non di condannarlo a morte, a meno che non fosse realmente un controrivoluzionario prezzolato) non trasformava mai il potere, anche grande, nelle sue mani, in un potere arbitrario e personale. D’altra parte è innegabile che la struttura centralizzata e rigida di partito, che avrebbe sì permesso la rivoluzione, ma che presentava i pericoli paventati da Trockij, risale a Lenin e non a Stalin (come talvolta si vuol far credere, ma appunto le critiche di Trockij a Lenin sono la prova che tale visione del partito era di Lenin. Stalin avrebbe poi portato alle estreme conseguenze alcune idee sul partito innegabilmente dovute a Lenin. Nessuno scandalo per tutto ciò per chi è marxista…).

Come ultimo punto relativo al partito, notiamo che nella situazione peculiare russa, a differenza degli altri paesi, i sindacati sono pressoché inesistenti. Esistevano i sindacati finti organizzati dallo Zar per controllare i lavoratori, a partire dall’inizio del secolo. Tuttavia la lotta di classe si esprime lo stesso, attraverso un crescente numero di scioperi, direttamente influenzata dalle varie formazioni politiche. Queste stesse formazioni in molti periodi non hanno pressoché alcuno spazio di manovra legale, quindi la loro azione agitatoria tramite gli scioperi illegali è spesso il tipico mezzo di lotta. In queste azioni di lotta, in questi scioperi, i lavoratori eleggono i loro delegati, rappresentanti per le trattative con i padroni, e questi furono i primi nuclei dei soviet (= consigli). I soviet veri e propri sorgono nel corso della Rivoluzione del 1905 come “consigli? di delegati di un’intera città, per coordinare le lotte che esulano ormai la dimensione della singola fabbrica. Solo a partire dal 1905 nascono i primi veri e propri sindacati. Ma saranno poi i soviet e il partito a costituire le principali organizzazioni rivoluzionarie. Va osservato che talvolta si tende a sopravvalutare il ruolo dei soviet, dimenticando quello del partito, il che è una falsificazione del reale corso degli eventi.

 

La Rivoluzione di Febbraio e le sue conseguenze

 

Veniamo finalmente agli eventi rivoluzionari. Come è noto nel 1917 vi furono due rivoluzioni, una nel Febbraio (ancora di carattere democratico-borghese) e quella decisiva, la prima grande rivoluzione socialista della Storia (se si esclude la Comune di Parigi), nell’Ottobre, adottando il calendario Giuliano (aggiungere 13 giorni per avere l’equivalente gregoriano) allora in vigore in Russia. Il Febbraio comporta la dissoluzione della monarchia zarista, nel giro di pochi giorni di insurrezione a Pietrogrado (così era stata ribattezzata Pietroburgo dopo l’inizio della guerra contro la Germania per eliminare la terminazione tedesca). Il 23 Febbraio, corrispondente all’8 Marzo, le lavoratrici delle officine Putilov scendono in sciopero e manifestano per la città, insieme con i lavoratori di quella ed altre fabbriche. L’apparato repressivo zarista, prima sottovaluta il movimento, poi gioca la carta della repressione mediante la grande guarnigione di Pietrogrado, di ben 170.000 uomini nella città e 130.000 nelle vicinanze, chiamata in campo il 26, per domare gli scioperi e le manifestazioni. Ma nella notte e nella giornata successiva i soldati, invece di reprimere le rivolte, si uniscono ai rivoltosi e impediscono ogni ritorno all’ordine. Un altro tentativo di chiamare truppe, dal fronte questa volta, fallisce per la mancata collaborazione dei ferrovieri e di molti militari: lo Zar abdica in favore del fratello Michele che rifiuta l’incarico. Lo zarismo ha quindi fine e si apre una nuova epoca per la Russia.

La rivoluzione di Febbraio ha certamente un carattere spontaneo, non viene pianificata né vi è l’egemonia di una forza politica nel dirigerla. Tuttavia va notato che viene preparata e favorita dall’attività propagandistica, dei bolscevichi in primo luogo, ma anche degli altri partiti. Altrimenti sarebbe incomprensibile la sollevazione delle masse popolari, compresi i soldati, le quali reclamavano oltre al pane, che ormai scarseggiava anche nella Capitale, pace, libertà e fine dello zarismo.  Non si sottolineerà mai abbastanza il ruolo dei soldati, la loro fraternizzazione con gli operai è decisiva per il successo della rivoluzione, di fatto impedisce allo Zar ogni possibile repressione della rivolta. Avere l’esercito dalla propria parte è un fattore decisivo per il successo di una rivoluzione, perché è il modo più diretto per impedire alla classe dominante, che esercita tramite lo Stato e il suo esercito il monopolio della violenza, di reprimere l’insurrezione o la rivolta e quindi lo disarma completamente (vedi Chavez … oggi!).

Ma il grande paradosso del Febbraio, come giustamente rilevava Trockij, è che la rivoluzione è di fatto compiuta dai proletari (operai e soldati), ma il potere finisce in mano alla borghesia che ben presto si impossessa del governo, prima controllato dalla monarchia, tramite il governo provvisorio, formato il 2 Marzo ed emanazione della Duma. Va notato che la borghesia aveva osteggiato in ogni modo la rivoluzione, anche quella di Febbraio, aveva difeso lo zarismo fino all’ultimo, ma, scavalcata dagli eventi, si vede costretta a prendere direttamente il potere. Ci riesce con certa facilità perché, di fatto, già aveva in mano le leve dell’economia e di parte della politica (i suoi partiti erano legali e legittimati). Inoltre gli stessi menscevichi sostenevano che necessariamente la rivoluzione non poteva andare oltre la “fase borghese?, di rovesciamento dello zarismo, una sorta di rivoluzione francese applicata alla Russia, in ritardo di più di un secolo. Quindi essi stessi, pur rappresentando o volendo rappresentare il proletariato erano disposti a scendere a compromessi, a cedere parte o tutto il potere alla borghesia, fintantoché venisse abbattuta la monarchia, ma non oltre.

Tuttavia le cose non erano così semplici per i nostri borghesi russi (ricordiamo che la borghesia russa per quanto forte economicamente, politicamente resta sempre debole ed impreparata a gestire la situazione). Già il 27 Febbraio era stato ricostituito il soviet di Pietrogrado, a partire da alcuni intellettuali socialisti, richiamandosi alla precedente esperienza del 1905 e a iniziative spontanee delle masse. Ma questa volta l’insurrezione vittoriosa rendeva molto più forte e reale il potere del soviet, esso era realmente l’espressione degli operai e dei soldati in rivolta e subito pone delle condizioni al governo provvisorio, che senza la sua approvazione non può formarsi, né può realmente funzionare. Si crea dunque la famosa diarchia di poteri: i soviet, ovvero il proletariato, da una parte, il governo provvisorio, la borghesia, dall’altra. Tra i capi del soviet c’erano, in un primo momento gli esponenti legalitari della sinistra (quelli che non erano finiti in galera o all’estero) tra cui Kerenskij.

A ruota, dopo il soviet di Pietrogrado, nel solo mese di Marzo si formano almeno 600 soviet, prevalentemente su base cittadina. Vi sono soviet di soldati, soviet di operai, soviet unificati, più tardi qualche soviet di contadini, con tante forme locali diverse di rappresentatività. Ma ben presto si forma anche un coordinamento tra tutti i soviet, già il 29 Marzo si riunisce a Pietrogrado la prima conferenza dei soviet. Questi soviet sono organi rivoluzionari, la loro legittimità non deriva dalla legge, ma dalla diretta azione delle masse, come in tutte le fasi rivoluzionarie che la Storia conosce. Gli operai cominciano a fare tante rivendicazioni, più o meno ardite, dall’orario di otto ore alle prime proposte di un controllo operaio sulla produzione. Significativa è la rivendicazione sulla terra, che vogliono confiscata ai latifondisti e distribuita al popolo.

Inizialmente nessun partito politico guida queste proteste ed è questa la grande questione che si apre. I partiti tornano tutti alla ribalta, all’azione scoperta, compresi quelli clandestini come quello bolscevico ed i socialisti rivoluzionari. Non passiamo in rassegna tutte le posizioni, notiamo soltanto che i socialisti rivoluzionari (s. r.) conquistano la maggioranza delle adesioni, in particolare presso i soldati, ma non posseggono un programma preciso. I menscevichi propongono in sostanza un appoggio condizionato al governo provvisorio, cercando di condizionarlo mediante la pressione delle masse e dei soviet. I bolscevichi inizialmente si trovano abbastanza spiazzati senza una chiara linea. Sulla questione scottante della pace, anche i s. r. avevano sempre proposto la pace senza indennizzi né annessioni come i bolscevichi ed i menscevichi, ma ora prevale una linea difensista, ovvero fintanto che non c’è la pace si continua a difendere la patria, per evitare un peggioramento delle condizioni o una rotta dell’esercito con conseguenti condizioni gravose di pace, quindi di fatto si continua la guerra.

 

 

Le Tesi di Aprile e le giornate di Luglio

 

A questo punto interviene Lenin con le sue geniali Tesi di Aprile. Lenin arriva dalla Svizzera tramite la Germania nel famoso vagone piombato. I bolscevichi, in particolare Zinoviev e Kamenev (anche Stalin inizialmente), pur essendo all’opposizione del governo provvisorio, sostenevano di fatto delle posizioni di collaborazione con esso, ritenendo sufficiente un condizionamento di esso, affinché assumesse posizioni più radicali. Lenin dalla Svizzera aveva già criticato queste posizioni, ma al rientro in Russia pone con grande forza le sue tesi, spiazzando il partito intero. Egli dice che l’originalità della rivoluzione russa è che col Febbraio la rivoluzione borghese è già stata compiuta, si deve allora passare alla rivoluzione socialista. Pertanto “tutto il potere deve andare ai soviet?, la repubblica non deve essere democratico-parlamentare, ma sovietica. Parallelamente nessuna concessione deve essere fatta al “difensismo rivoluzionario? caro ai menscevichi e s. r., bensì si deve lottare subito per la pace, e anche per una rivoluzione anche negli altri paesi e quindi si deve costituire una nuova Internazionale. La terra deve essere nazionalizzata e il latifondo abolito. Queste tesi, sconvolgenti e rivoluzionarie, non vengono accettate dai menscevichi e dai s. r., mentre passano, sia pure dopo contrasti, nel partito bolscevico, a fine Aprile.

Le parole d’ordine dei bolscevichi ben presto sortiscono il loro effetti tra le masse. Il conflitto di classe si radicalizza. Il popolo si arma anche nelle retrovie, compaiono le prime guardie rosse. Gli operai pretendono ora il controllo della produzione, si formano i primi comitati di fabbrica, nei quali i bolscevichi risultano ben presto in maggioranza (mentre nei soviet non lo erano e non lo saranno subito). Pace, pane, terra, controllo operaio, le parole d’ordine dei bolscevichi hanno una presa fortissima sugli operai e sui soldati. In estate il governo tenta un’offensiva al fronte, che fallisce miseramente e rende ancora più instabile la situazione dell’esercito (d’altra parte mette in difficoltà i difensisti di sinistra e rivela la giustezza della posizione di Lenin). Tuttavia a Luglio una fallita dimostrazione armata di operai e soldati, timidamente sostenuta dai bolscevichi, viene stroncata da una parte della stessa guarnigione di soldati. Come conseguenza i bolscevichi subiscono una dura campagna repressiva, Lenin viene ricercato come “agente tedesco? ed è costretto a scappare in Finlandia (vivendo per alcuni giorni in una capanna, tra l’altro, sono rimaste alcune foto di Lenin nella capanna).

Il governo cade e il nuovo ministro è Kerenskij, l’unico membro del soviet di Pietrogrado anche parte del governo provvisorio, già dal Marzo. Kerenskij e la borghesia tentano di liquidare i soviet, tramite le truppe del generale Kornilov che dal fronte marciano su Pietrogrado, ma queste vengono fermate da un nuovo sollevamento di massa di operai e soldati, ancora una volta guidato dai bolscevichi. A questo punto la partita diventa chiara: Kerenskij e la borghesia vogliono liquidare tutta la rivoluzione, annientare i soviet e non concedere nulla agli operai e ai contadini. Viceversa i bolscevichi intendono annientare la borghesia e dare il potere agli operai e ai contadini. Le altre posizioni sono di fatto spazzate via, non c’è più spazio per ambiguità di sorta. Non a caso nel Settembre i bolscevichi conquistano la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e Mosca. L’esercito sfugge completamente al controllo degli ufficiali, e i soldati sono ormai egemonizzati dal partito bolscevico, l’unico capace di rappresentare la salvezza e, al tempo stesso, l’avanzamento della rivoluzione.

 

 

Insurrezione?

 

Lenin ha chiaro, dopo le giornate di Luglio e il fallimento di Kornilov, che ormai il conflitto di classe è arrivato al punto decisivo per cui non ci sono più mezze misure. “O la svolta verso la controrivoluzione o il giacobinismo?, vale a dire l’insurrezione armata, la fase finale di presa del potere. Alcuni dirigenti, precedentemente usciti dal partito per dissensi politici con i bolscevichi, confluiscono in esso, convinti dalla posizione di Lenin, in particolare tra questi Trockij, che avrà un ruolo di primo piano nell’insurrezione stessa. Chiaramente dopo la “scottatura? di Luglio i bolscevichi si guardano bene dal chiamare subito il proletariato all’insurrezione.

Da metà Settembre in poi Lenin lancia nel partito la proposta dell’insurrezione, mentre a fine Settembre Kerenskij forma l’ultimo governo di coalizione, estremamente debole e delegittimato. I partiti intermedi appoggiano Kerenskij, ai bolscevichi non resta che agire da soli. Il 10 Ottobre ci fu la decisiva seduta del Comitato Centrale del partito che vota la decisione dell’insurrezione armata, su proposta di Lenin (10 favorevoli, 2 contrari). Kamenev e Zinoviev, peraltro fra i maggiori e più prestigiosi dirigenti del partito, votano contro, in quanto ritengono che una eccessiva accelerazione avrebbe potuto comportare una opposizione della piccola borghesia, che avrebbe potuto isolare e avversare il proletariato. Propongono invece una via pacifica, con una lunga opposizione democratica nell’Assemblea Costituente e nei soviet (come anche la sinistra menscevica). La maggioranza, guidata da Lenin, sottolinea invece che questa via pacifica non è percorribile: la rivolta popolare, anche nelle campagne, è ormai serpeggiante e quindi gli stessi bolscevichi potevano essere scavalcati dalle masse. Occorreva agire risolutamente. Inoltre la maggioranza aveva la fiducia in una imminente rivoluzione mondiale (“siamo sulla soglia della rivoluzione mondiale? diceva Lenin e Stalin aggiungeva che la posizione della maggioranza “punta sulla rivoluzione e si appoggia sull’Europa? ). Si può dire, con Isaac Deutscher, che i menscevichi Zinoviev e Kamenev erano troppo pessimisti sulle possibilità rivoluzionarie interne (si era davvero ad un passo del potere), ma la maggioranza sopravvalutava l’imminenza della rivoluzione in Europa (che come sappiamo sarebbe avvenuta successivamente e solo in alcuni paesi d’Europa, Germania, Ungheria, per certi versi Italia, e in essi sarebbe fallita).

 

Il giorno della vittoria

 

Il governo provvisorio tenta di allontanare le truppe della guarnigione di Pietrogrado dalla città, queste si rifiutano in massa e viene costituito un Comitato Militare Rivoluzionario, capeggiato da Trockij.

Il 24 Ottobre (6 Novembre) inizia l’insurrezione. Sono mobilitati soldati, operai (anche armati, 20.000 guardie rosse) e i marinai del Baltico provenienti da Kronstadt. Questa volta la rivoluzione si muove secondo un piano preciso, l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere per costruire il socialismo. Già al mattino del 25 Ottobre [7 Novembre 1917], alle ore 10, Lenin dichiara rovesciato il governo e annuncia l’assunzione del potere da parte del Comitato Militare Rivoluzionario. Alla sera operai, marinai e soldati assaltano il Palazzo d’Inverno e arrestano i membri del governo (Kerenskij è fuggito). Parallelamente viene convocato il II Congresso dei soviet, ora depositario di tutto il potere. Questo congresso vede una maggioranza bolscevica, e una piccola minoranza (12%) che aveva sostenuto il vecchio governo di coalizione.

Dall’8 Novembre inizia la difficile costruzione del nuovo ordine socialista.

 

 

Pablo Genova,

Giovani Comunisti Pavia

[1] per inciso si potrà criticare anche aspramente il metodo di brutale liquidazione dei kulaki, messo in atto da Stalin molti anni dopo, ciononostante i kulaki erano anch’essi, come i pomeš?iki, liquidati già ai tempi di Lenin, degli sfruttatori tra i peggiori, come del resto rivela il loro stesso soprannome. Semmai il problema è che purtroppo furono liquidati anche molti contadini poveri che si rifiutavano di dare il grano all’ammasso, per non morir di fame loro stessi… Certe simpatie per i kulaki dipinti come tranquilli e mansueti piccoli proprietari terrieri ci appaiono del tutto infondate.

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