Fuori dal Parlamento, dentro la società

Fuori dal Parlamento, dentro la società

In molti ce l’aspettavamo, una sconfitta. La si era percepita volantinando, facendo la campagna elettorale porta a porta, ascoltando parenti, amici, colleghi, spesso indecisi tra astenersi e votare Partito Democratico. Ed è arrivata puntuale, la sconfitta, ben oltre le più tetre previsioni: mai nella storia repubblicana c’era stato un Parlamento senza comunisti, mai dal 1882, a parte gli anni bui del fascismo.

Adesso è necessario non abbandonarsi allo sconforto, al facile (ma improduttivo) ragionamento “l’Italia è un Paese di m…”: occorre invece ripensare l’intera linea politica del nostro partito, sulla base di una riflessione seria sulle cause di questa disfatta.

La ragione principale, a nostro avviso, va cercata nella scellerata partecipazione al governo Prodi, in posizione costantemente (e necessariamente e prevedibilmente, aggiungiamo) subalterna a forze conservatrici, legate a doppio filo ai poteri forti: Confindustria, la Chiesa, il governo nordamericano. In questi due anni “non abbiamo portato a casa niente”: come molti di noi hanno potuto sentire con le proprie orecchie, è quanto ci hanno rimproverato tante persone che pure, in passato, avevano votato per noi. Rendendosi complice delle scelte del governo, insomma, il partito ha dissipato un patrimonio di credibilità che, negli anni scorsi, lo rendevano un importante punto di riferimento tra i lavoratori, i giovani, gli sfruttati di questo Paese. Abbiamo parlato per anni di dignità del lavoro, diritti, pace: in due anni con Prodi abbiamo ingoiato rospo su rospo, votato finanziarie di lacrime e sangue (per i lavoratori, soprattutto) e il rifinanziamento delle missioni militari, senza che venissero toccati i salari, la precarietà, le discriminazioni ai danni delle coppie di fatto, senza che venissero aumentati i fondi per l’istruzione e la sanità pubbliche, riuscendo soltanto ad astenerci perfino sul “pacchetto sicurezza” dal contenuto fascista. Abbiamo sempre e soltanto bevuto, e molti nostri simpatizzanti l’hanno percepito come un tradimento: come dar loro torto?

Certo, hanno giocato un ruolo anche altri fattori, più o meno legati alla situazione oggettiva: la martellante propaganda per il voto utile determinata dal sistema elettorale (come testimoniano i risultati, mediamente più alti, ottenuti dalla Sinistra Arcobaleno nelle elezioni amministrative); la presenza dei due piccoli partiti di fuoriusciti, PCL e Sinistra Critica, che pur ottenendo un ben misero risultato sono stati forse determinanti per la nostra esclusione dalla Camera; soprattutto, ha pesato la decisione – presa senza consultare affatto la base – di presentarsi alle elezioni nella lista unica della Sinistra Arcobaleno. Non solo, e forse non tanto, per l’assenza della falce e martello dal simbolo – che pure rappresenta per tutti noi un importante valore in sè – quanto per la linea politica che si nasconde (ma nemmeno troppo si nasconde) dietro questa scelta: la linea della liquidazione del partito, dell’annacquamento delle idee e dei valori comunisti, una deriva moderata che nei fatti, e anche nella percezione di molti simpatizzanti, ci ha reso troppo poco differenti e distanti dal Partito Democratico.

E’ da una riflessione di questo tipo, emersa anche al Direttivo del circolo PRC di Pavia, che bisogna ripartire, agendo soprattutto in due direzioni: totale autonomia dal Partito Democratico, e maggiore radicamento nel territorio. A Pavia, è in queste direzioni che già da tempo stiamo cercando di muoverci: con il PD è in atto da mesi uno scontro frontale, culminato con l’uscita dalla maggioranza, sulle questioni (strettamente collegate, del resto) dell’integrazione, dell’accoglienza, dell’antifascismo. Abbiamo lottato contro la privatizzazione dei beni pubblici come l’acqua, abbiamo sostenuto i diritti della comunità rom a una esistenza dignitosa, a una casa, a un lavoro; abbiamo sostenuto e stiamo sostenendo le lotte delle lavoratrici di Carrefour per condizioni di lavoro migliori e per il rispetto degli accordi sindacali, abbiamo lottato e stiamo lottando per la chiusura della sede di Forza Nuova e contro ogni rigurgito fascista. E’ su questi terreni che dovremo insistere ancora di più nel prossimo periodo se vorremo riconquistare la fiducia dei lavoratori, dei giovani, delle classi disagiate.

Non possiamo che constatare, peraltro, come in tutte queste lotte, perlomeno a Pavia, i compagni di Sinistra Democratica e dei Verdi si siano schierati sempre dall’altra parte, insieme al PD e alle altre forze reazionarie. E’ giusto perseguire l’unità della Sinistra, ma non possiamo certamente sacrificare i nostri valori e le nostre lotte sull’altare di un’alleanza che, numeri alla mano, non ci ha neppure ricompensato sul piano elettorale.

Ci auguriamo che il Congresso del PRC, che a quanto sembra si terrà prima dell’estate, faccia chiarezza e sugli errori passati, e sulle prospettive future. Speriamo che una discussione democratica, aperta, ampia, come manca nel nostro partito da troppo tempo, segni l’abbandono della linea politica fallimentare degli ultimi anni, e che il gruppo dirigente che l’ha tanto ostinatamente perseguita si assuma le proprie responsabilità.

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