I comunisti sono a favore della violenza?

Sempre a proposito della posizione da tenere come comunisti su violenza e non-violenza, pacifismo e lotta all’imperialismo, disobbedienza e terrorismo ecc., ecco un contributo che è stato distribuito ai compagni e discusso al Comitato Politico Federale di dicembre.

35 appunti

per abbozzare una discussione sulla violenza

(contributo di Mauro Vanetti, coordinatore provinciale Giovani Comunisti Pavia)

L’importanza estrema della questione, su cui a sinistra si riflette ancora troppo poco, mi spinge a stendere alcune note che spero chiariranno completamente la mia posizione.

Un mondo violento

1. In una società divisa in classi e fazioni, dilaniata dai confini nazionali e sociali, la violenza è sistematica ed inevitabile, perché non esistono principî comuni riconosciuti da tutti e superiori agli interessi di classe. Esistono molteplici punti di vista fondati ciascuno sul proprio blocco di interessi, senza che ancora esista un punto di vista “umano” superiore a tutti questi che possa fare da terreno neutro su cui confrontarsi.

2. Le regole e le leggi, scritte e non scritte, che pretendono di ordinare i rapporti tra gli uomini, sono in realtà solo l’istantanea di determinati rapporti di forza che si sono creati tra le classi e tra i diversi e inconciliabili interessi parziali di diversi settori della società. Queste stesse norme sono in realtà fondate sull’esito dell’irriducibile scontro di interessi che continuamente si verifica nella società. La violenza (attuata o minacciata) non è la rottura delle regole di convivenza civile e pacifica, è il fondamento nascosto di quelle medesime regole.

3. Un punto di vista umano e universale, che possa dare un fondamento stabile a norme generali e condivise, avrà senso soltanto quando l’umanità sarà accomunata non a parole ma nei fatti concreti da interessi comuni, cioè soltanto quando sarà superata la divisione in classi e in nazioni. Fino ad allora è illusorio appellarsi ad inesistenti terreni neutri (l’ONU o la sua carta fondativa, i “diritti umani”, questa o quella costituzione ecc.) di risoluzione dei conflitti.

4. È compito dei comunisti denunciare la barbarie della violenza, spiegare che l’umanità non è sempre vissuta in un mondo così violento (la società divisa in classi, lo Stato, la guerra sono invenzioni relativamente recenti se confrontate con le centinaia di migliaia di anni da cui esiste l’umanità) e che quindi la violenza non è né iscritta ineluttabilmente nei nostri geni né fa parte della “natura umana” (oggetto misterioso e metastorico).

5. In questo senso, i comunisti sono radicalmente contro la violenza, lavorano cioè per abolirla integralmente nella società futura. La futura società comunista assomiglierà alle società comuniste primitive senza classi, senza Stato e senza denaro, ma ad un livello tecnico e culturale enormemente superiore, che garantirà l’abbondanza materiale e spirituale per tutti gli uomini rendendo obsoleta nella pratica, non con prediche astratte, ogni forma di violenza. Per raggiungere questa società pacifica potranno rendersi necessarie, come è sempre avvenuto in passato e avviene anche oggi, lotte anche violente, poiché le classi dominanti non accetteranno di abbandonare il potere senza scatenare tutti i mezzi di cui dispongono compresi quelli militari, né potranno essere “convinte” sulla base di inesistenti principî superiori.

In guerra nessuna neutralità: stiamo coi lavoratori e coi popoli oppressi!

6. Per i marxisti, la guerra non è mai senza aggettivi. La guerra è molto pericolosa e costosa anche per i guerrafondai, che cercano sempre di risolverla il più rapidamente possibile e di raggiugnere efficientemente i propri obiettivi, che hanno natura politica ed economica; la guerra dunque non è fine a se stessa e i suoi fini ne determinano la natura.

7. Esistono guerre imperialiste, guerre rivoluzionarie, guerre di liberazione nazionale… I comunisti, pur denunciando in linea generale la barbarie bellica e spiegando che solo il socialismo mondiale potrà trascinare l’umanità fuori da questo orrore, analizzando con attenzione ogni conflitto militare prima di prendere posizione e calibrano tatticamente le proprie parole d’ordine sulla base degli interessi della propria classe di riferimento.

“Noi marxisti non siamo avversari incondizionati di ogni guerra. Noi diciamo: il nostro scopo è l’instaurazione di un assetto sociale socialista, che […] sopprimerà immancabilmente ogni possibilità di guerra in generale. Ma nella lotta per il regime socialista ci troveremo di necessità in condizioni in cui la lotta di classe all’interno di ogni singola nazione potrà imbattersi in una guerra tra diverse nazioni generata dalla stessa lotta di classe; e pertanto noi non possiamo negare l’eventualità di guerre rivoluzionarie” (Nikolaj Lenin, La guerra e la rivoluzione, maggio 1917)

8. I comunisti non hanno una visione né puramente militare né puramente politica dei conflitti armati (guerre, guerriglie, rivoluzioni). L’esito è determinato naturalmente dagli scontri fisici e quindi dal numero (fattore importantissimo), dall’organizzazione e dall’equipaggiamento delle parti in lotta; non possiamo ignorare questo aspetto o pensare che si possa fare a meno delle armi. D’altronde è anche vero che la motivazione politica dei combattenti, il loro rapporto con il territorio, questioni economiche e sociali hanno un effetto decisivo sul risultato. La guerra in Vietnam è stata persa dagli USA anche per le lotte contro la guerra in patria e per la demoralizzazione e le diserzioni dei soldati al fronte. I bolscevichi hanno vinto contro l’invasione congiunta di tutte le principali potenze capitaliste sia grazie all’Armata Rossa organizzata da Trotskij sia soprattutto grazie all’appoggio enorme di cui godeva la rivoluzione sociale sia in patria sia all’estero (e fra gli stessi soldati degli eserciti invasori). Non si può essere contro l’occupazione USA-UK dell’Iraq e dalla parte del popolo iracheno, senza appoggiare una qualche forma di lotta militare di quel popolo contro gli invasori imperialisti, ma naturalmente non è solo su quel terreno che si otterrà la vittoria: la guerriglia per andare fino in fondo deve diventare una vera resistenza popolare e operaia.

9. I comunisti pensano che la guerra sia la continuazione della politica con altri mezzi. Dal governo capitalista di un Paese imperialista non ci aspettiamo altro che guerre imperialiste. Da questo punto di vista non ha senso predicare alla borghesia dei Paesi imperialisti una politica estera di pace e solidarietà ai popoli delle proprie “colonie di fatto”: ha senso solo opporsi frontalmente alla politica estera della borghesia imperialista, continuazione della sua politica interna di guerra sociale ai lavoratori. Questo discorso vale anche per l’ONU, dominato dalle potenze imperialiste, i cui “caschi blu” non sono altro che un camuffamento degli eserciti nazionali delle potenze che ne fanno parte.

10. Di regola, è compito del movimento operaio nei Paesi imperialisti offrire la propria solidarietà ai popoli sfruttati dei Paesi poveri, soprattutto quando il proprio Paese dichiara guerra al loro. In linea generale, piuttosto che consigliare una politica pacifica ai “propri” governanti borghesi, i comunisti appoggeranno la resistenza dei popoli aggrediti e ostacoleranno con la lotta politica e sociale il “proprio” governo. Piuttosto che invocare un’utopica “Europa pacifista”, la sinistra e il movimento contro la guerra dovrebbero opporsi senza mezze misure alla politica militare dell’Unione Europea imperialista.

“Smascherare questo governo, invece di «rivendicare» – ciò che è inammissibile e semina illusioni – che esso, governo di capitalisti, cessi di essere imperialistico” (Nikolaj Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale, aprile 1917)

“Sperare che la classe dei capitalisti possa «emendarsi», cessare di essere una classe capitalistica, rinunciare ai propri profitti, significa nutrire una speranza ingannevole, vagheggiare un vuoto sogno e, in pratica, ingannare il popolo” (Nikolaj Lenin, Il difensismo in buona fede si fa sentire, maggio 1917)

No al terrorismo!

11. Il terrorismo (che per i comunisti si chiama più precisamente “terrorismo individuale”, per distinguerlo dalle misure rivoluzionarie collettive che posso rendersi necessarie in alcune circostanze, come il Terrore giacobino e sanculotto durante la Rivoluzione Francese) è condannato dai comunisti in quanto controproducente e di ostacolo alla costruzione di lotte di massa e all’organizzazione del Partito. Non è il sangue versato a determinare questa condanna, tant’è che i comunisti sono contrari anche a quelle forme non cruente di terrorismo individuale (realizzare attentati dimostrativi con ordigni non funzionanti, mettere una bomba e avvertire prima che scoppi, organizzare rapimenti, inoltrare minacce…).

“In altre parole: il compito immediato del nostro partito non può essere quello di chiamare tutte le forze ora disponibili all’attacco, ma quello di promuovere la formazione di un’organizzazione rivoluzionaria, capace di unire tutte le forze e di dirigere il movimento non soltanto di nome, ma di fatto” (Nikolaj Lenin, Da che cosa cominciare?, maggio 1901)

12. I comunisti ripudiano il terrorismo individuale in ogni sua forma, ma si rifiutano di considerare terrorismo ogni tipo di azione violenta, anche armata, contro la borghesia e contro l’imperialismo; per i padroni i picchetti durante uno sciopero sono terrorismo, la resistenza ad un’invasione militare è terrorismo, rivoluzioni che raccolgono l’appoggio di milioni di persone sono terrorismo, un articolo contro la flessibilità su un giornale di sinistra è terrorismo… Per noi invece è terrorismo individuale ogni azione violenta condotta in modo isolato e lontano dalla coscienza delle masse, ogni violenza che rappresenta simbolicamente la lotta invece di praticarla.

13. I comunisti si oppongono alla strumentalizzazione del terrorismo fatta dalla borghesia per colpire tutti i suoi oppositori (per primi in genere proprio coloro che più chiaramente si sono opposti ai metodi terroristici) e per giustificare il suo terrorismo. Negli USA l’attentato alle Torri Gemelle è servito a Bush per aprire l’era della “war on terror”, per inaugurare un’orgia di reazione patriottica e antiaraba, per restringere drasticamente la già dubbia democrazia statunitense. Per questa ragione e perché ritengono che il padronato non sia mai un alleato dei lavoratori, i comunisti rifiutano ogni forma di “unità nazionale contro il terrorismo” e di collaborazione nell’ipocrita “lotta al terrorismo”.

14. Particolarmente reazionario è il terrorismo indiscriminato, cioè indirizzato genericamente contro masse di civili allo scopo di seminare il panico. La giustificazione nazionale o religiosa di attentati simili non è un attenuante, al contrario li rende particolarmente odiosi agli occhi dei comunisti in quanto erigono barriere di odio tra i lavoratori di diverse nazionalità o di diversa religione. L’esempio più chiaro di questo ruolo nefasto dei metodi del terrorismo indiscriminato l’abbiamo in Israele, dove i sanguinosi attentati suicidi nelle strade, nelle discoteche, nei negozi (organizzati principalmente da gruppi islamici, ma soprattutto in passato anche da organizzazioni laiche) spingono centinaia di migliaia di lavoratori e giovani israeliani a fare quadrato attorno alla politica di Sharon. Viceversa i relativi successi della Prima Intifada, che era incentrata su azioni di massa nei Territori, furono dovuti anche al grande appoggio che la lotta palestinese ebbe presso vasti settori progressisti dei lavoratori e dei giovani israeliani.

Le “nuove Brigate Rosse”

15. Le azioni delle BR, solo apparentemente mirate ed efficaci perché colpiscolo questa o quella presunta “figura chiave” del capitalismo, in realtà sono prevalentemente simboliche. Non esistono “figure chiave” che il padronato non sappia rapidamente sostituire! In un documento di rivendicazione, le “nuove BR” hanno scritto che l’uccisione di Massimo D’Antona avrebbe privato la borghesia di un’importante consulenza qualificata e la avrebbe così messa in scacco… è evidente che queste parole distano anniluce dalla realtà: la borghesia ha proseguito a pieno ritmo sulla strada della flessibilizzazione del lavoro facendosi schermo proprio dell’omicidio D’Antona per criminalizzare ogni opposizione a queste politiche.

“Ai nostri occhi il terrore individuale è inammissibile precisamente perché esso sminuisce il ruolo delle masse nella loro stessa coscienza, le riconcilia all’impotenza, e piega i loro sguardi e le loro speranze verso la ricerca di un grande vendicatore e liberatore che un giorno arriverà per compiere la sua missione. I profeti anarchici della propaganda dei fatti possono discutere quanto vogliono a proposito dell’influenza elevatrice e stimolatrice degli atti terroristici sulle masse. Considerazioni teoriche ed esperienza politica dimostrano diversamente. Più efficace l’atto
terroristico, maggiore il suo impatto, maggiore è la riduzione d’interesse delle masse nella propria auto-organizzazione ed auto-educazione. Ma il fumo della confusione si dirada, il successore del ministro ucciso fa la sua
apparizione, la vita si risistema nuovamente sulla sua vecchia carreggiata, le ruote dello sfruttamento capitalistico girano come prima; solo la repressione poliziesca cresce più selvaggia e sfrontata. E come risultato, in luogo delle ardenti speranze e dell’eccitazione artificialmente stimolata, arrivano la disillusione e l’apatia.” (Lev Trotskij, Sul terrorismo, novembre 1911)

16. Tutta l’attività brigatista è segnata dall’ossessione di mostrarsi alle masse con azioni che amplifichino la propria scarsa forza. Questa mania è presente anche maggiormente nelle “nuove BR”, una tragica caricatura delle BR originarie. Pare che questo gruppo avesse a sua disposizione solamente due “regolari” (militanti clandestini che si dedicano a tempo pieno all’organizzazione), la Lioce e Galesi, mentre gli altri prendevano i permessi dal lavoro per partecipare agli attentati! Un gruppo di disperati dall’organizzazione rudimentale che cercava di ritagliarsi uno spazio di visibilità assolutamente al di sopra delle proprie possibilità praticando l’assassinio di professori universitari: questa è l’impietosa ma fedele descrizione delle “nuove BR”.

17. Dire che il terrorismo brigatista ha “qualcosa a che vedere” con i conflitti sociali in atto nella società, è dire un’ovvietà: tutto ha qualcosa a che vedere con la lotta di classe. Diverso è dire che il brigatismo è una coerente conseguenza del conflitto sociale, o una parte legittima del movimento operaio. Le BR, pur raccogliendo nel loro periodo d’oro le passive simpatie di migliaia di lavoratori (che comunque erano un’infima minoranza della classe), si ponevano con i propri metodi al di fuori della tradizione del movimento operaio, socialista e comunista; si potrebbe a buona ragione dire che le fortune delle BR sono state in ragione inversa al riflusso delle grandi lotte operaie, come chiunque può verificare dati alla mano. Nel caso delle “nuove BR”, questa distanza dalla classe è ancora più evidente; in particolare l’omicidio Biagi, a pochi giorni dalla colossale manifestazione del 23 marzo 2002, è stato visto dalla classe operaia organizzata come un sabotaggio di quella lotta di massa; è difficile stabilire fino a che punto le nuove BR, così come le BR originarie, siano e siano state infiltrate dallo Stato, ma di certo quell’uccisione proprio in quel momento (e fra l’altro avente come vittima… “un rompicoglioni” secondo l’allora ministro Scajola) è stato politicamente un grande regalo a Silvio Berlusconi.

Azioni dirette, disobbedienza, gesti eclatanti: no grazie…

18. La disobbedienza è dichiaratamente una rappresentazione del conflitto. I simboli hanno la loro importanza in tutte le forme di lotta, ma in questo caso prendono il sopravvento sulla realtà e l’obiettivo simbolico si sostituisce all’obiettivo reale, spesso offuscandolo. La ricerca del risultato mediatico rende sempre più indecifrabili le iniziative della composita area disobbediente (caso limite: la violenta occupazione della sede della Croce Rossa di Milano, col risultato di bloccare per quasi un’ora il 118). L’area stessa si aggrega quasi solo attorno alle forme di lotta piuttosto che ai contenuti, che restano molto vaghi e fondamentalmente moderati nonostante la presunta “radicalità delle pratiche”.

19. La disobbedienza non potrà mai avere dimensioni di massa perché è per sua stessa natura elitaria ed individuale. Le azioni dirette disobbedienti vanno organizzate in maniera carbonara, per evitare di allertare la polizia (salvo i frequenti casi in cui sono segretamente concordate con le forze dell’ordine), generalmente sono abbastanza pericolose dal punto di vista legale e talvolta anche fisico, non hanno alcun risultato concreto sui rapporti di forza e perciò non motivano la partecipazione. Questo si può vedere per esempio nella tradizione delle occupazioni simboliche “toccata e fuga”, tipiche di questa area, generalmente organizzate nella totale inconsapevolezza di tutti tranne che dei pochi accoliti.

20. La disobbedienza convince solo chi è già d’accordo, non è cioè in grado di produrre egemonia ma solo testimonianza. Chi non è già d’accordo verrà distratto dallo show, non si sentirà coinvolto né coinvolgibile, si confronterà solo sulle forme e non sui contenuti (ammesso che ci siano, in alcuni casi si tratta di azioni del tutto pubblicitarie). Lo stesso linguaggio disobbediente è un linguaggio da iniziati, molto più astruso del tanto vituperato gergo marxista senza averne però lo stesso valore scientifico. La riprovazione collettiva espressa dalla quasi totalità del movimento contro la guerra verso alcune “azioni dirette” assurde come lo sfondamento di Bancomat durante i cortei o il taglio delle pompe di benzina è un esempio illuminante.

21. La disobbedienza presta il fianco alla repressione. Milioni di lavoratori e giovani nella storia si sono esposti alla repressione delle classi dominanti per una causa in cui credevano; è compito di chi si assume la grande responsabilità di proporsi come direzione politica di una lotta prendersi cura della sicurezza dei compagni, accettando i rischi della repressione (poliziesca e giudiziaria) e delle campagne di disinformazione condotte dai mass-media padronali soltanto a fronte di una ragionevole possibilità di successo. La disobbedienza, mancando per sua natura di un obiettivo concreto, esasperando coscientemente il lato puramente fisico della lotta (sfondare, tagliare, macchiare, bloccare…), agendo generalmente in maniera isolata rispetto alla massa del movimento, tende a mandare allo sbaraglio i compagni che scelgono di praticarla (e in alcuni casi anche quelli che non scelgono di praticarla ma hanno la sventura di trovarsi in quel punto del corteo al momento sbagliato).

22. Il compito dei comunisti (anche di quelli giovani!) non è il gesto eclatante o l’azione diretta simbolica, di gusto anarchico, bensì è l’organizzazione paziente e democratica della lotta di massa.

La polizia, i fascisti e l’utilità di un servizio d’ordine

23. Lo Stato è uno strumento del dominio di classe. Questo vale anche per gli Stati democratici. Ciò non significa che lo Stato si occupi solo di perseguitare i comunisti e di mantenere oppressi gli operai, lo Stato garantisce la stabilità dell’intero assetto sociale e se è necessario può anche a questo scopo agire contro gli interessi immediati di questo o quel membro della classe dominante. Tuttavia nel mantenimento dell’ordine capitalista, lo Stato borghese svolge in ultima analisi (non in ogni istante e in ogni singola occasione, ma in ultima analisi) il ruolo di mantenere le classi “al proprio posto”, cioè la classe borghese al potere e il proletariato a farsi sfruttare. Questo viene camuffato come “rispetto della legge”, legge che stabilisce come noto che la proprietà privata è sacra e inviolabile.

24. Di fronte alla repressione statale, i comunisti non possono farsi alcuna illusione “democratica” né devono diffondere simili illusioni. Queste illusioni possono essere molto pericolose: lo Stato borghese è capace di essere molto aggressivo e anche spietato anche in un Paese come l’Italia, come si è visto a Genova. Il rischio di attacchi da parte dello Stato e dei suoi bracci militari, polizieschi e giudiziari non va quindi sottovalutato e ogni volta che questi si verifichino vanno denunciati e spiegati ai lavoratori e ai giovani.

25. I comunisti non condividono la mitologia dello scontro di piazza con la polizia. Di per sé vincere uno scontro con le forze dell’ordine (e a maggior ragione perderlo) spesso non è politicamente molto rilevante, lo Stato potrà rapidamente organizzare un contrattacco più efficace. Lo scontro di piazza va evitato laddove possibile, in particolare se, come avviene in molti casi (ma non sempre), non si hanno le forze per reggerlo. Si verificano tuttavia (e si verificheranno sempre di più in futuro se continuerà l’attuale fase di ascesa della lotta di classe) casi in cui lo scontro è inevitabile, oppure potrebbe essere evitato solo a costo di capitolare; è evidente che in un attacco poliziesco ad una fabbrica occupata, per fare un esempio estremo, opporre resistenza ha una grande importanza politica e va fatto. Il lavoro politico all’interno delle forze dell’ordine, pur molto importante e utilissimo, può non bastare ad impedire queste eventualità e non possiamo in tal caso limitarci a protestare il giorno dopo per la brutalità poliziesca.

26. I fascisti sono una sorta di “polizia ufficiosa” che arriva dove la legge non permette di arrivare comodamente. La repressione statale contro gli immigrati va a braccetto con gli agguati razzisti, la lotta del padronato contro il movimento operaio e sindacale e contro i comunisti ben si accorda con lo squadrismo e il crumiraggio violento, il patriottismo sparso a piene mani da TV e governo viene salutato dai fascisti con un braccio teso. Non a caso i fascisti cercano spesso di infiltrarsi nei movimenti di massa per sabotarli; in altri casi, li attaccano dall’esterno.

27. Da quando detto è evidente che lo Stato borghese difficilmente decide di combattere con convinzione i fascisti. Quando questo avviene, è perché “hanno esagerato”; lo stesso Mussolini giunto al potere dovette far dare una calmata alle sue squadracce che fin lì lo avevano accompagnato. In alcuni casi le provocazioni fasciste rischiano di ritorcersi contro lo stesso ordine borghese per la reazione che suscitano o per i delicati equilibrati che vanno a turbare; in quei casi lo Stato borghese si lava la coscienza dando una ripulita alla cuccia dei suoi cani di guardia. Per questa ragione, in linea di massima, invocare la repressione statale nei confronti dei fascisti può sortire un effetto solo se si sono comunque creati dei rapporti di forza favorevoli sul piano politico e organizzativo che obblighino l’apparato statale a muoversi in quella direzione; saranno quei rapporti di forza e non il codice penale, i dimenticati dettami della Costituzione repubblicana o la “coscienza antifascista” di questori e prefetti, solitamente non molto spiccata, ad indurre l’assunzione di misure significative contro i fascisti.

“I riformisti inculcano sistematicamente negli operai l’idea che la sacrosanta democrazia è garantita al meglio nel caso in cui la borghesia è armata sino ai denti e gli operai disarmati” (Lev Trotskij, Il programma di transizione, 1938)

28. Per difendersi dallo Stato e dai fascisti è utile che le organizzazioni di sinistra, i sindacati, i gruppi giovanili organizzino dei servizi d’ordine. I comunisti, più coscienti della natura dello Stato e della minaccia fascista, devono essere i più entusiasti promotori della migliore organizzazione di queste strutture.

29. Il servizio d’ordine ha lo scopo di proteggere il grosso dei compagni attribuendo ad alcuni il compito di mantenere, appunto, l’ordine così come stabilito dall’organizzazione di riferimento. In gran parte dei casi questo compito è puramente di contenimento delle pressioni (esterne ed interne) e di isolamento dei provocatori. L’obiettivo di un servizio d’ordine è quello di rendere più sicura la partecipazione ad un momento di lotta, non di organizzare cariche o assalti.

30. L’attribuzione di ruoli di servizio d’ordine deve avvenire nella massima trasparenza, contemplando criteri di esperienza politica prima che di prestanza fisica. Il servizio d’ordine deve essere subordinato in tutto e per tutto alla democrazia interna dell’organizzazione di riferimento; nel caso di servizi d’ordine non permanenti organizzati per una singola occasione, è buona norma prevedere un sistema di elezione democratica dei membri del servizio d’ordine. Il servizio d’ordine deve essere strettamente collegato alla lotta politica e sociale e non deve costituirsi come forza separata dal movimento complessivo bensì rappresentarne un momento.

“La lotta contro il fascismo comincia non nella redazione di un foglio liberale, ma nella fabbrica e finisce nelle piazze. Nelle fabbriche i crumiri e le guardie private sono le cellule basilari dell’esercito del fascismo. I picchetti di sciopero sono i plotoni dell’esercito proletario” (Lev Trotksij, Il programma di transizione, 1938)

No alla guerra tra bande, sì alla lotta di massa!

31. In nessun caso un servizio d’ordine dovrebbe essere usato contro compagni di altre organizzazioni di sinistra, quali che siano le loro posizioni. Questa è una pessima tradizione, tipicamente italiana, contro cui i comunisti si battono incondizionatamente, senza accettare alcun tipo di giustificazione (“perché sono riformisti” o “trotskisti” o “stalinisti” o “traditori”, “perché i loro dirigenti hanno fatto questo”, “perché ci parlano dietro”…) per queste pratiche inaccettabili. La discussione anche accesa tra compagni si fa con argomentazioni politiche, non a pugni. Chi non rispetta questa regola è un provocatore.

32. I comunisti considerano ogni tipo di attività politica pubblica dei fascisti come una minaccia indiretta alle organizzazioni della sinistra e del movimento operaio e studentesco, oltre che all’incolumità di tutti i compagni. Il solo fatto che questi gruppi possano fare apertamente politica, in particolare in Italia dove questo sarebbe formalmente proibito, è una dimostrazione dell’ipocrisia dello Stato borghese (naturalmente “antifascista”). Similmente propongono, quando ve ne siano le condizioni pratiche, di allontanare con la decisione necessaria provocatori fascisti durante le proprie iniziative. La tolleranza “democratica” verso queste pericolose attività è nel migliore dei casi un’incoscienza, nel peggiore dei casi una forma di complicità.

33. Laddove lo sdegno dei lavoratori coscienti e dei giovani antifascisti contro le provocatorie e minacciose iniziative dei fascisti assuma un carattere di massa (il caso più eclatante fu a Genova nel 1960, quando l’intera città, guidata dai camalli, si oppose al congresso dell’MSI), i comunisti partecipano con entusiasmo alle mobilitazioni e se ne fanno promotori. In Italia proibire fisicamente queste iniziative è stata per molti anni una vera tradizione di massa della sinistra; qualora la superiorità numerica, il livello organizzativo e i rapporti di forza politici lo rendano possibile, i comunisti sono favorevoli anche a perseguire questa strada. Nel 1960 lotte di questo genere condussero alla caduta del governo filomissino di Tambroni.

34. Più in generale, i comunisti sono favorevoli ad iniziative che si contrappongano, anche con la forza della mobilitazione di piazza, al fascismo, purché queste iniziative assumano un carattere organizzato, relativamente di massa, alla luce del sole, e soprattutto purché garantiscano una ragionevole sicurezza ai compagni. Viceversa i comunisti criticano, pur comprendendone in molti casi le ragioni individuali, l’azione isolata, confusa, organizzata di nascosto (tipo “andiamo a prenderli sotto casa”), contro i fascisti.

35. Nella costruzione di una mobilitazione antifascista la più ampia possibile, i comunisti applicano la tattica del fronte unico, proponendo a tutte le organizzazioni dei lavoratori, degli studenti, della sinistra, l’unità d’azione, pur mantenendo le proprie parole d’ordine e la propria organizzazione, secondo il famoso motto: “Marciare separati per colpire uniti”. Naturalmente questo fronte, se vorrà avere un qualche senso reale e non solo retorico, non potrà estendersi alle forze padronali, che dei fascisti sono più o meno indirettamente alleate – soprattutto quando queste, come nel caso dell’attuale maggioranza di governo italiana, sono nel caso migliore revisioniste, razziste e beceramente anticomuniste, nel caso peggiore criptofasciste (AN, ma in qualche misura anche la Lega Nord).

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