Il 5 luglio a Pavia

Le prese di posizione di tutte le forze di sinistra (mancava solo Sinistra Democratica, che ha prodotto un buon comunicato pubblicato su la Provincia Pavese proprio il 5 luglio), tardivamente raggiunte anche dalla giunta comunale che due giorni dopo ha criticato implicitamente la questura per aver permesso una minacciosa fiaccolata razzista organizzata da un movimento che “dovrebbe essere bandito” (come non essere d’accordo?), non hanno impedito a Forza Nuova di svolgere, con il consenso della questura, la propria squallida manifestazione contro i poveri dell’area ex SNIA.

Secondo una tecnica già sperimentata, i fascisti hanno compensato la propria debolezza numerica concentrando forze da varie province (Pavia, Piacenza, Lodi ecc.) attraverso un appello “Tutti a Pavia!” sul sito nazionale di Forza Nuova (evidentemente viene data molta importanza alla nostra città, probabilmente per via della vicinanza col “feudo” del banchiere e vicesegretario di FN Gianmario Invernizzi: S. Angelo Lodigiano). In questo modo sono riusciti a racimolare 50 fascisti (secondo quanto riportato da la Provincia Pavese, le nostre fonti ci dicono anche qualcuno in più) con camicia nera, bandiera d’ordinanza, sguardo truce e fiaccola in mano. La partecipazione dei cittadini del quartiere non c’è stata; qualche decina di pavesi “normali” si è unita al corteo, ma si trattava più che altro di militanti di AN (come Gaetano Servello, del direttivo cittadino del partito di Fini) o di altri partiti della destra ufficiale.

Il razzismo a S. Pietro esiste e questa non è una novità, inevitabilmente ciò si è espresso attraverso un atteggiamento non certo ostile della popolazione verso quella che si presentava come una “fiaccolata per la legalità”, ma Forza Nuova non sembra sia stata in grado di strumentalizzare questo sentimento confuso canalizzandolo in un attacco organizzato alle famiglie straniere della ex SNIA, né riteniamo che in seguito a questa iniziativa FN raccoglierà adesioni significative nel quartiere.

Il corteo ha fatto un giro per S. Pietro ed è tornato al punto di partenza, il piazzale della chiesa adiacente ai capannoni occupati della ex fabbrica, dopo aver gridato slogan vergognosi come “Ma quale carità / non vi vogliamo qua” (questi sarebbero i difensori delle “radici cristiane dell’Europa”) e “Boia chi molla” in un tripudio di saluti romani (come al solito, rimasti impuniti nonostante siano sulla carta illegali), atteggiamenti militareschi e crani rasati. Qui un dirigente del movimento si è prodotto in un comizio infame dove si accusavano gli stranieri della SNIA delle peggiori nefandezze (“stupratori, assassini”) e in un momento di particolare profondità intellettuale si giungeva all’immancabile e bossiano “Fuori dalle balle”.

Più interessante, dal nostro punto di vista, è vedere quale tipo di risposta sia stata messa in piedi dal campo antifascista. La mancata organizzazione di una contromanifestazione vera e propria (cioè pubblicizzata con volantini ecc.) è stata il frutto di una scelta deliberata: il degrado del dibattito politico nel quartiere a causa dell’isteria razzista attorno al caso SNIA rendeva controproducente la logica della “conta”; d’altronde, non è certo con una “invasione antirazzista” del quartiere da parte di residenti di sinistra di altri quartieri che si può risolvere il problema in una sera (questo, sia detto per inciso, vale a maggior ragione per l’invasione di naziskin piacentini e lodigiani organizzata da Forza Nuova). Ci siamo dunque limitati a chiedere alla polizia di poter svolgere un presidio “difensivo” di fronte all’ingresso dell’area occupata; a questo presidio avrebbero partecipato solo i militanti e gli attivisti antifascisti, con l’obiettivo di una piccola presenza “dissuasiva” nei confronti di azioni di forza da parte dei fascisti. Simultaneamente, abbiamo diffuso un manifesto nel quartiere con lo scopo di far riflettere gli abitanti di S. Pietro sul gioco sporco che si stava svolgendo sulla loro pelle tra speculatori edilizi, fascisti e politicanti opportunisti.

La polizia ci ha proibito per una settimana, in una serie infinita di incontri e di contrasti verbali anche aspri, il diritto di stare di fronte all’area ex SNIA, assurdamente concesso invece ai razzisti: secondo la questura, è normale che qualcuno, armato di fiaccole, vada a minacciare ed insultare famiglie con donne e bambini invitandole ad andarsene dalla città; viceversa, è inaccettabile che si avvicini a loro chi vuole proteggerli e portare la sua solidarietà. Evidentemente, il buon senso e l’umanità non valgono nei confronti dei bambini rumeni. Alla fine, l’ultima proposta della polizia, che inizialmente pretendeva addirittura che manifestassimo in piazza della Vittoria (perché non direttamente in Piemonte?), prevedeva che ci potessimo avvicinare fino al limitare del muro di confine della vecchia fabbrica, ma a grande distanza dall’ingresso e quindi in posizione invisibile per gli occupanti abusivi.

Arrivati sul posto, giovedì sera, il nostro numero è molto superiore al previsto: eravamo circa una sessantina, tra cui molti giovani antifascisti, noi Giovani Comunisti, Rifondazione (incluso il segretario provinciale Abbà), il PdCI, alcuni esponenti della CGIL, i consiglieri Di Tomaso e Campari, l’editore Giovannetti, il centro sociale Barattolo, l’UdU… La polizia tenta assurdamente di impedirci addirittura di manifestare sulla strada, pretendendo che si volantini sul marciapiede; si crea una situazione piuttosto tesa, volano parole grosse da parte delle forze dell’ordine che giungono anche a strattonare Abbà e alla fine ciò che non avevamo ottenuto de iure ce lo prendiamo de facto e, avanzando pochi metri alla volta, ci collochiamo davanti all’ingresso degli insediamenti degli immigrati.

Capiamo velocemente perché la polizia fosse così determinata ad impedirci di raggiungere quella posizione: i rom rumeni e gli altri stranieri all’interno, a cui solo una decina di agenti impedisce di uscire ed unirsi a noi, ci applaudono, ci salutano, ci ringraziano (“Grazie Pavia”) e… cominciano a scandire slogan. Tutta la comunità (centinaia di persone) è raccolta nel cortile: uomini, donne (sono loro ad organizzare i cori), bambini, in piedi con dignità davanti alle loro baracche distrutte e ricostruite mille volte e agli sguardi ostili delle forze dell’ordine. Non si voleva che si saldasse un legame tra la sinistra pavese e il popolo della SNIA: questi ultimi dovevano restare delle cose, da “sgomberare” a piacimento, non degli esseri umani, tanto meno dei compagni di lotta. Gli slogan lanciati dall’interno dei capannoni-lager sono combattivi e commoventi: “Non ce ne andiamo / non ce ne andiamo”, “Fuori i fascisti”… Nei giorni successivi la polizia ci chiederà con insistenza “chi ha politicizzato i rom?”, non capendo che si sono politicizzati da soli, o al massimo hanno ricevuto un aiutino proprio da Forza Nuova!

Fuori dalla SNIA, sulla strada, tra noi “italiani” (in verità molti di noi sono a loro volta stranieri, un gruppo di ragazzi italiani ma figli di immigrati ha saputo della cosa e si è unito entusiasticamente a noi e ci ha chiesto una bandiera rossa da sventolare), scoppia l’entusiasmo per il risultato politico ottenuto. Certo, non abbiamo fermato la fiaccolata, ma sappiamo che non oserà avvicinarsi e soprattutto abbiamo mostrato solidarietà e vicinanza ai poveri oggetto di questa campagna vergognosa. I bambini della SNIA non piangeranno stasera, terrorizzati dalle fiamme del corteo del Ku Klux Klan: i pavesi schierati davanti alle loro sfortunate abitazioni non sono lì per bruciarli vivi ma per difenderli e chiedere che la loro condizione sia risollevata ad un livello umano.

Prima delle undici, i neofascisti riarrotolano le bandiere e gli striscioni e si spostano nella loro sede, che com’è noto si trova di fianco al centro sociale Barattolo. Ancora una volta, il quartiere Borgo dev’essere militarizzato completamente per colpa di una manciata di cretini. Noi e gli altri compagni ci concentriamo al Barattolo per prevenire tentativi di provocazione, che in effetti non mancano: le auto dei fascisti passano di fronte al cancello del centro insultando e minacciando, alla fine due dei più stupidi tra loro tentano addirittura di penetrare all’interno del perimetro del CSA spacciandosi per militanti di sinistra, ma per loro fortuna vengono portati via dalla volante della polizia! Se ce ne fosse stato bisogno, questa è l’ennesima dimostrazione che la sede fascista va chiusa in quanto generatrice costante di violenze e pericoli, oltre che ricettacolo di individui incivili e aggressivi.

La mattina dopo, una decina di noi viene convocata in questura, dove ribadiamo tuttavia che il problema non sono i cento metri di libertà che ci siamo doverosamente presi per difendere il popolo della SNIA, il problema è l’impunità e l’agibilità che vengono concessi a forze reazionarie ed eversive a cui, piaccia o non piaccia, non daremo tregua.

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