Il caso Eckart: un peccato di gola

Questo articolo scritto da una compagna dei GC di Pavia è stato pubblicato su un nuovo giornalino gratuito pavese, Bonarda. I GC di Pavia e Voghera hanno seguito da vicino insieme al PRC la vicenda della Eckart di Rivanazzano, uno stabilimento in chiusura dove si è tenuto uno sciopero durato due settimane. Siamo stati ore davanti ai cancelli, abbiamo parlato coi lavoratori, abbiamo portato la nostra solidarietà. Questo per noi è quel che deve fare un partito che voglia davvero essere dei lavoratori e desideroso di ripartire in basso a sinistra.

Nell’aria rimbomba ancora l’eco della lotta vittoriosa della INNSE, ma la crisi continua a mietere le sue vittime. Confindustria ha recentemente dichiarato 700.000 esuberi e fabbriche su fabbriche chiudono i battenti.

Qui vicino, a Rivanazzano, si è da poco conclusa la vicenda della Eckart. In questo stabilimento (succursale di una multinazionale tedesca che produce componenti per vernici) lavoravano 70 operai. Per via dei finanziamenti promessi dalla Merkel a chi riporta la produzione in Germania, il proprietario dell’industria ha deciso che lo stabilimento deve chiudere. O meglio, rimarrà solo come polo commerciale, quindi da 70 operai si passerà a 10-11 – tanti ne servono per il mantenimento dello stabilimento come punto di smercio.

Dopo una trattativa durata quasi due settimane, si è giunti a un accordo che prevede per chi verrà licenziato un anno di cassa integrazione, una buona uscita variabile dai 30 ai 50mila euro lordi (a seconda di anzianità e settore di appartenenza del dipendente) e le usuali promesse che se il gruppo decidesse di riaprire lo stabilimento, i primi a essere contattati saranno gli ex dipendenti.

I sindacati hanno ottenuto poco per i lavoratori, anche perché tutta la faccenda è stata fatta procedere in punta dei piedi, per non fare troppo rumore. L’azienda infatti ha dichiarato che se ci fossero state iniziative troppo “pubbliche” (perciò manifestazioni, coinvolgimento della popolazione, sensibilizzazione dell’opinione pubblica…) le trattative sarebbero immediatamente finite e quindi la chiusura sarebbe avvenuta alle peggiori condizioni per i dipendenti. Perciò gli operai, temendo di rimetterci ulteriormente, hanno condotto uno sciopero per due settimane nel modo più silenzioso e discreto possibile.

Il fatto che una fabbrica chiuda ormai è all’ordine del giorno e viene facilmente giustificato con la frase «Be’, ma c’è crisi» però ci sono dei dettagli che non quadrano e che non devono essere dimenticati. Se ad alcuni può risultare accettabile il fatto che se una fabbrica non produce chiuda, nessuno può giustificare la chiusura di una fabbrica che invece nell’ultimo anno ha prodotto un utile di 1,3 milioni di euro (proprio questo è il caso della Eckart).

Lo stabilimento chiude non perché causa una perdita al padrone, chiude perché spostandolo lui potrà pagare meno tasse, ovvero guadagnarci più soldi… È proprio il caso di dirlo: chiude in nome del profitto.

Ma questa faccenda si può guardare anche da un’altra angolazione, si può estendere un po’ di più lo sguardo e a questo punto si nota una sfumatura piuttosto interessante. Settanta validi operai, gente che ha sempre fatto il proprio lavoro al meglio (affermazione supportata dai fatti), vengono licenziati perché al padrone conviene per via degli sgravi fiscali che ottiene riportando la produzione in Germania. Per la sua ingordigia 60 persone si ritrovano senza un lavoro, il che significa niente soldi per il mutuo (che tanti hanno aperto visto che il lavoro andava così bene), niente soldi per mantenere moglie e figli… insomma, 60 famiglie rovinate.

Cosa succede al responsabile di tutto ciò? Niente. Anzi, guadagna di più.

Si dice sempre che in caso di crisi bisogna socializzare le perdite, perciò tutte le misure eccezionali che si prendono ricadono sulle spalle dei lavoratori e ci raccontano che è giusto così. Però quando poi si esce dalla crisi non sarebbe giusto socializzare anche i profitti? Perché deve guadagnarci uno solo dal lavoro di 70 persone? E perché devono essere ancora quelle 70 persone a rimetterci per la sua ingordigia?  Non è un costo troppo alto per un peccato di gola?

Giulia Ferrara

(tratto dal numero 1 di Bonarda)

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