Il caso Elnagh ci conferma che solo la lotta paga

Alla fine è stata una sconfitta. È duro ammetterlo. Forse è anche irrispettoso nei confronti dei lavoratori che per 75 giorni hanno resistito, incuranti di neve e gelo, a presidiare i cancelli dello stabilimento SEA-Elnagh. Ma è una sconfitta per tutti, tranne per il padrone.

La SEA-Elnagh è una azienda che produce camper. La sede di Trivolzio, in provincia di Pavia, è presente da 60 anni e gli operai sono tutti specializzati e con esperienza decennale. Con anni di lotte sono riusciti a ottenere un contratto di secondo livello: la quattordicesima, l’obbligo da parte dell’azienda di assumere a tempo indeterminato i contrattisti che durano da almeno 20 mesi, anche in tempi frazionati. Anni di lotte, appunto.

Anni di lotte che il padrone voleva cancellare con un colpo di spugna: in barba ai democratici che dicono che è impossibile licenziare in questo paese, il padrone decide di delocalizzare la produzione in Toscana e in Umbria, licenziando i lavoratori di Trivolzio e liberandosi del loro pesante (per i suoi profitti) contratto. Alla faccia della poca flessibilità aziendale: la borghesia decide, per fare profitti, di gettare la crisi anche laddove non c’è.

Bene hanno fatto tutti i comunisti che hanno spinto per dar vita al presidio, a partire dal compagno Invernizzi, senza il quale probabilmente non sarebbe nato.

Male hanno fatto i democratici, i liberali, i leghisti e i fascisti di Forza Nuova a fare le loro comparsate al presidio, che suonano, oggi più di allora, come una vera e propria presa in giro. A iniziare da Giuseppe Villani, che le calze della befana poteva tenerle per i nipotini.

Probabilmente a costoro sfuggiva anche lo stesso significato del presidio. Non era un modo per far parlare di sè, un modo per attirare l’attenzione, un modo per protestare. Era una lotta: rinchiusi nei cancelli dello stabilimento c’erano oltre 200 camper pronti per essere immatricolati e venduti. Questa era la merce di scambio con cui gli operai volevano contrattare e il presidio aveva il preciso scopo di evitare che il padrone potesse appropriarsi di ciò che apparteneva a loro. Le parole d’ordine del presidio erano: vogliamo il lavoro, non la cassa integrazione.

Il presidio si è concluso Venerdì 17 Febbraio, con la firma in regione della cassa integrazione e Sabato 18 è stato smontato, con l’aiuto dei militanti del PRC. Di Villani, Minetti, Fiore, Ciocca neppure l’ombra.

Chi ha vinto? Non si può giocare con i soldi e i bisogni degli altri, specie se operai che hanno subìto un licenziamento. Però gli operai, come classe lavoratrice, hanno perso: chiedevano lavoro e hanno ottenuto la cassa integrazione. Hanno perso le istituzioni locali, incapaci di mantenere 130 posti di lavoro nella nostra provincia. Hanno perso i cittadini, che dovranno pagare la cassa integrazione per permettere al padrone di fare più profitti.

Ha vinto il padrone. De Costanzo potrà delocalizzare dove vorrà un’azienda che in crisi non era. Potrà assumere precari, senza quattordicesima e senza obbligo di assunzione dopo 20 mesi. E potrà farlo ridendo alle spalle dei contribuenti che stanno pagando la cassa integrazione e alle spalle dei lavoratori che nel frattempo faranno i disoccupati.

Con quali mezzi il padrone ha vinto? Con l’inganno e con le minacce: tentativi di incontrare separatamente i lavoratori; promesse di lavoro per parte di operai, purchè si smontasse il presidio; istigazione alla lotta fra poveri: fra i lavoratori di Trivolzio e quelli toscani e umbri. E dulcis in fundo, a poche ora dalla fine dei 75 giorni: denunce in procura. Metodi noti e arcinoti per dividere la classe lavoratrice.

Che cosa ci insegna il presidio? In questi mesi gli operai hanno sempre voluto muoversi nella legalità e aspettare gli esiti degli incontri fra le parti in causa: sindacati, istituzioni e azienda. Come comunisti siamo stati loro vicini con atti di solidarietà attiva e compartecipativa, cercando di coinvolgere anche la popolazione locale. Ma abbiamo cercato di spiegare che la differenza l’avrebbe fatta il poter tenere il coltello dalla parte del manico, l’inasprire la tensione, il far vedere che si era disposti a tutto, anche all’occupazione della fabbrica.

Il fatto che il padrone potesse cedere è dimostrato dai numerosi tentativi di dividere i lavoratori: il presidio dava fastidio ed era un danno sia economico sia di immagine per l’azienda. Inasprendo lo scontro si poteva costringere il padrone a scendere a compromessi.

Nonostante la sconfitta come classe lavoratrice, per i lavoratori della Elnagh la cassa integrazione rappresenta una vittoria rispetto a quanto prospettato due mesi fa. Questo risultato è stato ottenuto con la lotta, ponendo il padrone di fronte all’eventualità di non avere i soldi dei 200 camper degli operai, ponendo le istituzioni di fronte all’eventualità di bloccare l’autostrada Milano-Genova. Il presidio è stato permesso dalla forza dei lavoratori e dalla spinta del partito comunista. Senza presidio, gli operai non avrebbero avuto neppure la cassa integrazione. Ma con una lotta più dura potevano mantenere il lavoro.

Il presidio ci insegna che solo la lotta paga e che la forza della classe lavoratrice è l’unione e l’organizzazione.

Marcello Simonetta – Partito della Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra

2 Responses to “Il caso Elnagh ci conferma che solo la lotta paga”

  1. Ha vinto il padrone, sì, come al solito.
    Nonostante “la spinta del partito comunista”. Come al solito.

  2. Vincono spesso, è vero. Credo che c’entri qualcosa col fatto che hanno il potere e in questa società sono la classe dominante…

    Ma cominciare a rispondere colpo su colpo è l’unico modo per permettere un giorno a noi di vincere.

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