Il partigiano Gregory è morto

Questo articolo è stato pubblicato su Liberazione il 22/6/2003.

Addio e grazie, Gregory

Ancora 10 giorni e il “partigiano Gregory” avrebbe ricordato per la 43° volta la giornata del 30 giugno 1960. Giorgio Gimelli ha perso, non ce l’ha fatta a ripercorrere, come faceva ogni anno, i fatti che portarono alla cacciata di Tambroni. Lo faremo noi, compagni di tante lotte, per sottolineare un messaggio di speranze in tempi bui.
Con Gregory, a diciassette anni, abbiamo organizzato il primo sciopero studentesco, nel dicembre 1943, in appoggio a 50mila operai in lotta. Ricercato dai fascisti, Giorgio si reca in montagna per vivere 16 mesi partigiani. Il ragazzino incontra vecchi compagni, dotati della capacità di capire la realtà e raccontarla. Si forma sull’Appennino ligure un eccezionale gruppo di comunicatori, diventati grandi giornalisti (Bini, Marzo, Camoriano, Kim, Porcu, Lazagna).
Gregory impara. A 18 anni è redattore de Il Partigiano; 15 numeri dall’agosto 1944 all’aprile 1945, scritti e stampati a Bobbio, Torriglia o a Barbagelata. Tra quei monti, Gregory ritorna ogni 25 aprile, lontano dalle cerimonie ufficiali per riandare ai casolari bruciati, agli alberi degli impiccati, ai cigli delle strade dove Cialacche e Fiodor si sacrificarono per salvare i compagni.
Una volta all’anno, segretario dell’ANPI, Giorgio organizzava lo storico incontro di migliaia di partigiani nel bosco di Pannesi. Il 2 giugno del 1960 venne Umberto Terracini; quel giorno vi fu il fremito delle foglie degli alberi e dei cuori umani: ritornavano i fascisti e organizzavano a Genova il congresso, presieduto del prefetto repubblichino Basile, autore di stragi, fucilazioni, deportazioni.
Il “No” di Terracini poteva sembrare una parola d’ordine di pura testimonianza. Gregory si mise al lavoro. Ventotto giorni dopo erano centomila per le vie di Genova a pronunciare in coro il “No”. Tambroni sgomberò.
La partecipazione, raccontata bene nel libro degli editori Frilli (30 giugno 1960), sembrò un miracolo. In realtà fu il frutto di una tenace preparazione.
I protagonisti appariscenti sono tanti, importantissimi (Peretti Griva, Antonicelli, Sandro Pertini). Organizzatori e tessitori sono invece meno noti: Gregory dell’ANPI, Bruno Pigna della CGIL. L’ANPI del quartiere generale di Via San Lorenzo 5 promuove l’incontro dei capi partigiani, si riformano le squadre.
In via Balbi, la CGIL mobilita operai della vecchia e nuova generazione. Il retroscena del 30 giugno ci parla di modesti partigiani, come Giulio Bana, Agostino Pesce, Vittorio Fasciolo, Pietro Visconti, capaci di farsi seguire da migliaia di giovani delle fabbriche, dei quartieri. Gregory è il regista della partecipazione. All’improvviso, con gli scontri a Piazza De Ferrari, la difficoltà di condurre con maestria e fermezza lo sbocco positivo di una lotta. Maestria nel respingere l’avventura allorché il Prefetto e Tambroni avevano scelto la strada dell’irruzione dell’esercito. Gregory per ore salì sulle barricate difensive per convincere i giovani a scegliere la lotta di massa respingendo la provocazione di chi voleva la guerra civile (il pensiero corre a Carlo Giuliani del venerdì 20 luglio 2001).
Fermezza nelle ore drammatiche del 1° luglio quando troppi mediatori sostennero il compromesso del congresso fascista spostato a Nervi. Gregory dell’ANPI e Pigna della CGIL, in quei momenti difficili, seppero dire di No, sintonizzarsi con il popolo di Genova che negli alberghi e alle stazioni organizzava un picchetto di massa, culminato con il rinvio dei delegati sui vagoni per il viaggio di ritorno.
Giorgio Gimelli, modesto, orgoglioso, non ha mai fatto nulla per capitalizzare il successo. Eletto il 6 novembre 1960 consigliere Comunale del PCI ha svolto un lavoro prezioso di trasmissione di esperienze alla generazione studentesca. I suoi volumi, come Cronaca militare della resistenza in Liguria, sono testi fondamentali.
Meno nota la sua iniziativa di solidarietà internazionale col movimento dei generali antifranchisti spagnoli, che contribuì alla caduta di Francisco Franco.
La perdita di questo compagno è dolore grave per la famiglia, il figlio Pietro, la compagna di vita Graziella, straordinaria militante della CGIL marittimi, protagonista dello sciopero dei 40 giorni del 1959. È dolore per la comuntà della Resistenza. Non muoiono però i valori reali per i quali vale la pena di vivere.
Se i compagni e le compagne fedeli alla libertà vogliono reagire ai tempi oscuri, vengano a Genova (il 20 luglio 2003 è vicino) e si soffermino sui luoghi ove operò Gregory: la scuola Lambruschini dello sciopero del 1943, la sede ANPI di via San Lorenzo, la piazza Deferrari, la sede CGIL di Via Balbi, la sala chiamata del porto. In quei posti cambiò, almeno un po’, la storia d’Italia, la destra arretrò.
Grazie Gregory.

Giordano Bruschi

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