Il referendum non raggiunge il quorum!

Il deludente risultato (circa 3 elettori su 4 non sono andati a votare) della consultazione referendaria sull’estensione dell’articolo 18 lascia sicuramente in tutti noi, che ci siamo spesi per mesi su questa battaglia, una grande amarezza. Ritengo tuttavia che sia più importante fare alcune considerazioni.
Prima di tutto, la responsabilità del mancato raggiungimento del quorum è dei Democratici di Sinistra, che, con una stupefacente irresponsabilità e smarcandosi anche dalla CGIL, hanno subordinato a ragioni “di bottega” la vittoria in questa lotta contro il governo Berlusconi e per un diritto sociale elementare: quello di non poter essere cacciati da un posto di lavoro illegittimamente. Forse c’è anche di più: l’avvicinarsi della possibilità del ritorno dell’Ulivo alla guida del Paese spinge il partito di Fassino a indossare nuovamente, dopo il 2002 delle mobilitazioni e dei movimenti, la maschera rispettabile del “riformista responsabile” che può andar bene anche ai padroni.
Sarebbe però infantile e semplicistico addossare tutte le colpe agli “astensionisti di sinistra” e alla loro insana “alleanza oggettiva” con Berlusconi.
Credo che i promotori del referendum, e in primo luogo il mio Partito, Rifondazione Comunista, debbano oggi affrontare una dura autocritica. La contrarietà allo strumento referendario espressa da molti compagni un anno fa, compagni che si sono poi come tutti impegnati nella raccolta delle firme e nella campagna per il Sì, si è dimostrata ragionevole. Quello che dicevamo era: il referendum è un terreno scivoloso e svantaggioso per i comunisti e in generale per i lavoratori coscienti ed organizzati, perché cancella le differenze di classe dando un peso sproporzionato ai ceti medi, perché scavalca le organizzazioni di massa (sindacati, partiti), perché mette le avanguardie più determinate e combattive della classe al rimorchio dei settori più arretrati.
Un partito comunista non è un partito che si accontenta di andare controcorrente e cercare di scompaginare le carte ai socialdemocratici. Un partito comunista non può ridursi a fare come Pannella o come faceva Democrazia Proletaria nei confronti del PCI qualche anno fa. Un partito comunista deve combattere nelle lotte sociali e nei movimenti di massa per strappare ai riformisti l’egemonia sulla classe lavoratrice e sui giovani di sinistra; è questo un compito difficile e laborioso, che obbliga alla costruzione di fronti comuni e di piattaforme di lotta, all’organizzazione efficiente e capillare, alla conquista della fiducia della massa dei lavoratori nel fuoco della lotta, nelle piazze e sui posti di lavoro prima che nelle competizioni elettorali.
In politica non esistono scorciatoie. Questo referendum ha sicuramente distratto il Partito da quello che l’anno scorso avrebbe dovuto essere il suo primo compito: impegnarsi in una battaglia per estendere la piattaforma di lotta e per organizzare in modo più efficace le mobilitazioni, colpendo davvero i profitti e creando comitati di sciopero. Su questo terreno prima che sul diversivo referendario avrebbero dovuto distinguersi i comunisti, perché è lì – e non con le crocette su un Sì o su un No – che storicamente si sono sempre affermate le conquiste del movimento operaio.
Se questo esito sciagurato della nostra lotta aprirà una riflessione di questo tipo, all’interno del PRC come di tutte le organizzazioni che hanno sostenuto il Sì, sui metodi e le forme del conflitto di classe, sulla necessità di una vera organizzazione, sull’importanza della tattica e della lotta per l’egemonia, potremo dire che almeno un buon risultato c’è stato.

Mauro Vanetti
coordinatore federale GC Pavia

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