Intervista ad Hugo Chávez

Ripubblichiamo l’interessante intervista – uscita su Liberazione – a Hugo Chávez, presidente del Venuezuela, nonché capo della Rivoluzione Bolivariana.

Come comunista concordo sostanzialmente con Chávez e la sua linea politica, del resto non a caso a detta dello stesso Chávez “solo il compagno Fidel Castro ha avuto il fiuto di capire chi è Hugo Chávez”.
Estremamente interessanti le analisi chaviste sui limiti della democrazia rappresentativa in latinoamerica, sulla pressione imperialistica statunitense, sulle quinte colonne create da Washington, sul fatto che quando il popolo prende veramente il potere non è così facile toglierglelo…

Lunga vita alla Rivoluzione Bolivariana!!!
Pablo Genova

Intervista al presidente del Venezuela Hugo Chavez

 

«Il popolo è con me»

 

 

Caracas – nostra inviata (Angela Nocioni)

 

Nel giardino interno di Miraflores, confuso nell’eterno frastuono di Caracas, arriva l’eco di un notiziario tv. Camicia e jeans, gli occhi di chi non dorme da giorni, Hugo Chavez sfoglia La decade perduta degli anni ’90. Dallo schermo rotolano giù insulti e auguri di vita breve a lui e al suo governo.

Il presidente del Venezuela legge Stieglitz, ma recita Cervantes: «A Sancho Panza, preoccupato per il latrare dei cani nella notte, Don Chisciotte risponde: se latrano, Sancho, è perché stiamo cavalcando». Allarga le braccia e sorride: «Se hanno reazioni così scomposte vuol dire che stiamo avanzando. Che continuino a latrare, allora, noi continueremo a cavalcare».

 

 

Presidente, ci sarà alla fine un referendum per revocarle il mandato?

 

E’ possibile. Il cammino è aperto. Io lo ritengo improbabile. L’istituto del referendum revocatorio l’ho voluto. Garantisce al popolo di non essere espropriato del suo potere originario. E’ uno strumento per rompere la trappola della democrazia rappresentativa con la quale le élite si impossessano del potere approfittando dell’ignoranza delle masse.

 

 

E’ il suo giudizio sulla democrazia rappresentativa in generale o si riferisce alla realtà storica latino-americana?

 

Non oso generalizzare. In America Latina la democrazia rappresentativa è servita alla élite per manipolare il popolo. Non neghiamo l’importanza dell’istanza rappresentativa. Ma strumenti come il referendum servono a vincolare il mandatario, chiunque sia. Per me non è pericoloso, sto lavorando molto duramente. Il mio governo è qui da cinque anni e l’appoggio popolare è intatto.

 

 

Come lo misura, lei, l’appoggio popolare?

 

In molte forme. Il sostegno al mio governo è confermato dalle inchieste commissionate e pagate dall’avversario. A me lo dice la strada, il mio olfatto. Confido più in quello che nei sondaggi.

Il referendum richiede molta maturità politica. Purtroppo siamo di fronte ad un’azione politica che ne dimostra pochissima: l’opposizione non ha assunto il suo compito con responsabilità. Approfitta della Costituzione per stracciarla. Invoca il nome del popolo per tradirlo. Ero convinto che potessero raccogliere legalmente le firme. Per convocare il referendum ne servono 2milioni e 400mila e loro nelle elezioni del 2000 hanno avuto quasi 2milioni e 600mila voti. Invece hanno tentato la frode. Hanno fatto firmare i morti, i bambini, gli stranieri. Se il Consiglio elettorale nazionale si fosse comportato come un arbitro inflessibile avrebbe annullato il procedimento. Perché nessuno risponde dell’aver commesso un reato elettorale? Credo nell’arbitro. Comunque la questione non è chiusa. All’opposizione mancano 600mila firme. Dovrebbero tirarle fuori dalle 870mila che sono state dichiarate probabilmente false. Ci riusciranno? Ho molti dubbi.

 

 

Se ci riuscissero lei se ne andrebbe?

 

Sì. Ma una cosa è che io rimetta il mandato, altra è che io me ne vada sconfitto, piangendo, a scrivere le mie memorie. Non ho nemmeno cinquanta anni e non mi sono mai sentito così bene.

 

 

Si ripresenterebbe? La Costituzione non lo impedisce.

 

Dovrei pensarci. Certo, non spianerei la strada a chi vuole restaurare un Venezuela paradiso dell’oligarchia. La regia di questo piano è a Washington.

 

Lo dice sempre più spesso.

 

Ho le prove.

 

Quali sono?

 

Il dipartimento di Stato finanzia tutti i gruppi dell’opposizione, soprattutto i più radicali. “Sumate” (il gruppo sorto per raccogliere le firme per il referendum, ndr) ha ricevuto centinaia di migliaia di dollari. Non hanno potuto negarlo perché ho i documenti. Il finanziamento alla campagna per il referendum revocatorio è passato attraverso gli stessi canali che hanno finanziato l’operazione per cacciare Aristide ad Haiti. Del resto non c’è bisogno di prove. Bush lo dichiara pubblicamente. A Monterray ha detto: continueremo a lavorare per restituire i “diritti” ai popoli di Bolivia, Venezuela e Haiti. Insieme al presidente messicano Fox ha ripetuto: faremo di tutto per garantire il referendum revocatorio.

 

Le tv private sono in guerra con il suo governo. Lei minaccia frequentemente di prendere provvedimenti, ma non lo fa, perché?

 

Sono il capo dell’esecutivo. Altri dovrebbero intervenire. Questa oligarchia tiene in mano alcuni dei poteri dello Stato. In Venezuela il Tribunale supremo ha dichiarato l’improcessabilità dei golpisti, così è calato il velo sul colpo di stato dell’11 aprile. Ho degli strumenti per intervenire sulle tv. Nelle ultime ore hanno ricominciato a chiamare alla disobbedienza civile, all’insurrezione, al disconoscimento del governo. Potrei farlo per tutelare la Costituzione, ma chiudere un canale è una decisione da prendere con i nervi d’acciaio. La notte di martedì, quando il Cne ha annunciato la sentenza sul referendum, ero pronto a togliere il segnale di trasmissione. Qui è vietata la propaganda di guerra: se le tv avessero buttato benzina sui fuochi sovversivi accesi soprattutto nell’est di Caracas – già c’erano stati morti, feriti, arresti, la situazione era tesissima quella notte – io le avrei oscurate. Sono rimasto a guardare tutti i canali fino alle tre. Alla fine ho deciso di continuare ad affrontare la guerra della comunicazione.

 

Si affiderà solo al canale statale o pensa che mezzi alternativi possano aiutarla?

 

Confido nei mezzi comunitari. Dall’altra parte però c’è un fronte che dispone di tutti i canali nazionali ed internazionali, a cominciare dalla Cnn.

 

Nel corso della protesta dell’opposizione, in questa settimana, ci sono state decine di arresti. Considera quelle persone detenuti politici?

 

Ci sono detenuti, ma non per causa di persecuzione politica. Sono stati arrestati perché colti in flagranza di reato. Perché nell’ultimo corteo dell’opposizione non c’è stato nemmeno un detenuto, né un ferito? Perché loro l’hanno deciso. C’è violenza quando loro decidono che ci sia violenza, impartisco personalmente le istruzioni alle forze che dipendono da me. Qui a Caracas devo mandare in strada la guardia nazionale perché la polizia metropolitana contribuisce al disordine pubblico. Il mio governo non ha mai impedito manifestazioni. Per tre anni non ci sono stati feriti né detenuti durante i cortei. Da quando è cominciata la cospirazione è cominciata la violenza. E’ il copione del golpe dell’11 aprile che si ripete in eterno. E’ il loro disegno: servono morti e feriti per accusare Chavez. Hanno il grande vantaggio che le immagini trasmesse nel mondo sono le loro, quelle che loro scelgono perché il mondo creda che qui c’è un tiranno.

 

L’anno scorso a Porto Alegre lei si è rivolto al movimento riunito al Forum mondiale come se parlasse ad un possibile alleato. E’ ancora di quell’idea?

 

Alleato nella ricerca di un’alternativa. Questo paese, con il Caracazo, è insorto contro il dogma neoliberista (il Caracazo è la rivolta popolare dell’89 con cui Caracas insorse contro un pacchetto economico del fondo monetario, la prima rivolta di questo genere in America Latina, ndr). Caracas quel giorno esplose e scese in strada. Lì è rimasta. Questo è il Venezuela, questo è il popolo venezuelano. Se non era per il Caracazo, che aggregò le forze popolari, l’impresa pubblica del petrolio venezuelano l’avrebbero privatizzata già da dieci anni.

 

Ho avuto problemi a far capire alle sinistre latino-americane chi sono. Mi hanno descritto come un carapintada, solo Fidel Castro ha avuto da subito il fiuto di capire chi è Hugo Chavez. La sinistra latino americana mi ha guardato a lungo con sospetto. Una volta fui invitato al Foro di San Paolo, su intercessione dei cubani, ma non mi permisero di parlare. I partiti storici del continente, dal Pt del Brasile al Prd del Messico, mi vedevano come un colonnello golpista, erano vittime della disinformazione. Solo dopo l’11 aprile i movimenti no global hanno cominciato a percepire il mio governo come un esperimento alternativo al potere imperiale.

 

Molti di questi il 20 marzo saranno in strada per manifestare, in molte città del mondo, contro l’occupazione dell’Iraq e contro la strategia della guerra preventiva.

 

Magari il 20 marzo fosse l’occasione per dire agli Stati Uniti anche “giù le mani dal Venezuela”. La questione di fondo è la stessa: il petrolio. Il potere statunitense non vuole che il petrolio scarseggi o aumenti di prezzo. Non mi perdonano il ruolo che ho svolto nella resurrezione dell’Opec. Quando sono andato al governo il greggio valeva 12 dollari al barile. Visitai i paesi dell’Opec in dieci giorni. Andai anche a Baghdad. Clinton, che stava alla Casa bianca, mi minacciò, mi avvertì di non attraversare lo spazio aereo perché avrebbero potuto abbattermi. Risposi: non penserete che rinunci ad andare a Baghdad perché voi non volete? Ci andrò col cammello. Quel lavoro nell’Opec riuscì. Se la politica del prezzo del petrolio è cambiata lo si deve anche al ruolo venezuelano. Oggi il petrolio vale oltre i 30 dollari al barile.

 

Il prezzo ideale?

 

Il prezzo giusto. Forse appena sotto il livello del vero prezzo giusto. Ma torniamo all’Iraq. Washington aveva calcolato che conquistare militarmente l’Iraq era possibile, ma garantirsi la produzione petrolifera sarebbe stata un’altra cosa. Fu allora che decise di assicurarsi il petrolio venezuelano.

 

Le cito una sua frase recente: neppure una goccia di petrolio agli Stati Uniti se continua la loro interferenza. Pensa che il petrolio debba essere un’arma per il Venezuela? In passato lo aveva escluso.

 

Una cosa è che io dica che non lo voglio utilizzare, un’altra è che mi obblighino a farlo. Nel caso in cui Bush dovesse cedere alla pazzia di intervenire direttamente in Venezuela, qui si genererebbe un conflitto e sarebbe assurdo continuare a vendergli petrolio. Non esistono solo gli Stati Uniti. Il petrolio non si deteriora. Il petrolio si vende.

 

A chi?

 

All’Asia, all’Europa. Le imprese di petrolio cinesi sono venute a chiedermi l’incremento della loro quota di affari con il Venezuela. Non possiamo perché siamo all’interno della quota dell’Opec. Noi agli Stati Uniti vendiamo un milione e mezzo di barili al giorno. Non ci costerebbe molto collocarlo altrove. Il Brasile importa petrolio. Lo deve andare a comprare in Medio Oriente. Perché? Perché la strategia dell’impresa di petrolio venezuelana per molti anni è stata incatenata solo agli interessi statunitensi. Gli obblighi di contratto, in caso di conflitto si romperebbero.

 

Come vanno le negoziazioni sull’area di libero commercio delle Americhe?

 

L’Alca è morta. Quello che è rimasto è un cadavere. L’Alca Light è una miniatura, una caricatura.

 

Il Brasile la sostiene.

 

La proposta brasiliana non mi convince. L’Alca Light è solo la culla della vera Alca. Se firmiamo quell’accordo, Washington, appena può, parte alla carica. Io, Lula e Kirchner non siamo su un’unica linea, ma su un’interessante area di coincidenza. Buenos Aires, al momento, ha una posizione molto ferma, molto più di quella brasiliana, sulla questione del debito e del movimento dei capitali.

 

Cos’è la rivoluzione bolivariana?

 

Una rivoluzione umanista, costruita sulle necessità dell’essere umano. E’ il progetto di un Venezuela assolutamente indipendente nella sua politica sovrana, che lavora all’integrazione del Sudamerica. E’ il vero stato di diritto. Perché, nella lotta tra il forte e il debole la libertà opprime e la legge libera. Ma la libertà senza uguaglianza non ha senso. Questa oligarchia non ha mai rispettato la legge. Per questo mi detesta. Perché sto costruendo uno Stato di diritto che garantisca l’uguaglianza politica e sociale.

 

Quali sono i risultati concreti del suo progetto rivoluzionario?

 

Aver creato un contropotere. Qui i poveri stanno prendendo il potere. E’ l’unico modo che conosco per combattere la povertà. Sono sorti comitati popolari ovunque. Non è solo potere figurato. Abbiamo votato una legge per dare alle comunità autorganizzate la gestione del 20% di un fondo nazionale ricchissimo, il fondo intergovernativo per la decentralizzazione che finora era distribuito da governatori e sindaci. Non è una sostituzione di poteri. E’ una combinazione del potere costituito con quello costituente. Il popolo, quando prende potere davvero, lo difende. Guarda cosa ha fatto il 13 aprile: ha rovesciato li governo golpista mentre i miei soldati mi stavano riportando a Caracas in elicottero. Pregavo quasi. Stavo scendendo su questo palazzo da dove ero stato portato via 48 ore prima e lo vedevo assediato da gente a mani nude. Erano migliaia. Li guardavo dall’alto e dicevo: guarda cosa ha fatto questo popolo: si è ripreso il suo governo. E’ questo il vincolo morale che da allora sento con esso. Vivo per il popolo. Quel giorno la gente di Caracas ha detto: questo palazzo è mio. Difficile che gli oligarchi riescano a togliere al popolo quello che il popolo ha imparato a sentire suo.

 

I suoi avversari obietterebbero che lei ha costruito tutt’altro che un contropotere, che lei i poveri li illude, che si rivolge loro con lo slang caraqueño utilizzando tutta le sue doti di persuasione proprio perché non ha nessuna intenzione di andarsene da questo palazzo. Cosa risponde?

 

Non è simbolico il potere che il popolo ha in mano. Non è per le mie belle parole che ha occupato le strade di Caracas il giorno dopo un colpo di stato riuscito.

 

Crede di piacere alla classe media?

 

A una parte.

Non c’è bisogno che mi ami. Ma sento che un’importante porzione della classe media colpita dagli effetti della globalizzazione si sta avvicinando. La Confindustria venezuelana ha perso gran parte della sua base. C’è un gruppo crescente di imprenditori medio e piccoli che sta con noi.

 

Vede cavalli di Troia nella sua rivoluzione?

 

Sì. L’oligarchia mi ha assediato. Oggi ho visto una foto mia del ’99 e mi sono spaventato. Da una parte c’era Peña (sindaco metropolitano di Caracas, ora feroce antichavista, ndr). Dall’altra parte Cisnerios (leader miliardario dell’opposizione, ndr) che cercò di infilarsi in tutti i modi. Personalmente non ce l’ha fatta ma è riuscito a collocare propri uomini in posizioni di governo. Sono stato circondato da infiltrati. Il Mas (partito sorto dalle costole del Pc, ora schierato con l’opposizione, ndr) è riuscito ad imporre dei ministri. Hanno fatto moltissimi danni. Non dico che ora siamo liberi, ma ci stiamo liberando. L’inefficienza e la corruzione sono le trappole tese a questo governo.

 

La burocrazia non lo è?

 

L’amministrazione è piena di gente manovrata dall’opposizione e siccome non voglio un giorno piangere quello che avrebbe potuto essere fatto, dubito di chi ho intorno. Esigo cambiamenti.

 

Sorpreso dal voltafaccia dell’ambasciatore alle Nazioni Unite che aveva appena nominato per la sua ambasciata di Londra?

 

Non mi ha sorpreso. Sapevo chi era.

 

Se lo sapeva perché non se ne è liberato in tempo?

 

Stiamo ripulendolo questo paese, ma ci vuole tempo. Essere traditi aiuta, se si sopravvive.

 

Ha lanciato una sfida a George W. Bush: vediamo chi se ne va per primo dalla presidenza. Pensa di vincerla?

 

Per conto mio, mi preparo a resistere con le mie assemblee, con la mia gente. Oggi dico come Shakespeare: soffia vento forte, soffia, sono pronto a manovrare la tua tempesta.

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