Intitolare una piazza ad Almirante? Umberto Ferrari dice la sua
Il neo sindaco di Roma vuole intitolare una via a Giorgio Almirante, richiedendo però, bontà sua, una sorta di passaporto morale alla comunità ebraica di Roma.
Giorgio Almirante è stato segretario di redazione della Difesa della Razza e membro autorevole del Governo collaborazionista di Salò; al termine dell’avventura della repubblichina, che lo ha visto non difendere il proprio ideale in un ultimo scontro ma, come tutti i gerarchi della Salò, nessuno escluso, fuggire e, per sua fortuna, nascondersi in attesa di tempi migliori, ha fondato e diretto senza che nessuno gli facesse fare un giorno di galera, ma neppure gli facesse pagare una contravvenzione, un partito esplicitamente fascista; partito a cui la democrazia ha lasciato la possibilità di sedere in Parlamento, di stampare un proprio giornale, proprie riviste, di organizzare un sindacato.
Nel corso della sua gestione, il MSI si è rapportato con i regimi fascisti della Spagna, della Grecia e del Sudamerica, ha esercitato una politica di violenza in Italia, nulla dando per la costruzione dell’attuale Stato democratico.
La sua vita politica si è caratterizzata per il tentativo continuo di far nascere un regime eufemisticamente definibile forte; l’unico governo esplicitamente appoggiato da Almirante e da i suoi, quello di Tambroni, ha cercato di soffocare l’esercizio delle basilari libertà democratiche, scatenando le forze dell’ordine contro chiunque manifestasse in qualsiasi modo contro il governo stesso.
Il suo cinismo lo ha spinto a rallegrarsi per il colpo di stato di Pinochet; mi ricordo ancora quando, in televisione, guardando la telecamera con occhi freddi, sghignazzava, con il cadavere di Allende ancora caldo, perché il governo socialista era stato abbattuto ed auspicava che anche in Italia si mangiassero gli spaghetti in salsa cilena.
Questo era Almirante: non un conservatore, ma un fascista; a cui nulla dovrebbe essere intitolato per la decenza della città di Roma e più in generale della nostra nazione.
Umberto Ferrari
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