La Bad Godesberg del PRC?

Secondo un giornale borghese il nostro partito comunista ha avuto la sua Bad Godesberg (dal nome del ricco quartiere di Bonn in cui, in un famoso congresso, la SPD rigettò il marxismo in nome di un socialismo liberale umanistico, si noti che persino i socialisti italiani [P. Nenni] d’allora definirono servile tale svolta). Fortunatamente, nel PRC non tutti sono d’accordo con questo processo di abbandono del comunismo, anche se penso che dobbiamo prenderne atto, per contrastarlo (del resto l’anticomunismo ha trionfato nel mondo intero, dall’89 in poi, naturale che ciò si ripercuota anche in un piccolo partito come il nostro).
La lettera seguente di Fosco Giannini ad Alessandro Curzi e Rina Gagliardi è estremamente interessante nel quadro del dibattito sul futuro del nostro partito (sarà comunista?).

ninel

Caro direttore,

sono rimasto sconcertato dall’articolo apparso su “La Repubblica” di sabato 27 dicembre (“Dal proletariato ai no global, la Bad Godesberg di Bertinotti”) e ancor più sconcertato dal fatto che “Liberazione”, il giorno dopo (28 dicembre). abbia ripubblicato lo stesso articolo senza un filo di commento. Goffredo De Marchis, l’autore dell’articolo, è abile nel far emergere la sua verità: e cioè che il Prc avrebbe intrapreso una sua “lunga marcia” per fuoriuscire dal comunismo (“Sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda di Prc rimanga soltanto il nome”). Sono affermazioni pesantissime, secondo le quali i militanti e gli elettori del Prc non si troverebbero di fronte ad un cambiamento di linea politica, ma di fronte ad un avanzato processo di cancellazione della natura politica e teorica del loro partito, e cioè di fronte ad un nuovo tentativo di superamento, in Italia, del Partito comunista. A questa “elaborazione” de “La Repubblica” (che già svolse un ruolo centrale nella cancellazione del Pci) occorreva rispondere, denunciando la strumentalizzazione che sale ancora una volta dalle pagine di una testata anticomunista. Quando si ripropone un articolo così pesante di un’altra testata, senza decodificarlo e criticarlo, si rischia di inviare ai propri lettori un messaggio oggettivo, che è, tradizionalmente, questo: «è un articolo importante, che vi proponiamo per farvi riflettere». Poiché sono convinto che non è questo il messaggio che “Liberazione” voleva inviare, sono anche convinto che sia stato fatto solo un errore nel pubblicarlo così nudo e crudo. Un errore che però va corretto, rispondendo chiaramente a De Marchis e, per la verità, anche a tutti i compagni e le compagne sconcertati e inquietati.
Fosco Giannini
Risposta di Alessandro Curzi e Rina Gagliardi (grassetto nostro)
A noi l’articolo di De Marchis è parso interessante: non un testo “veritiero” o “condivisibile”, ma appunto un documento giornalistico sul Prc e le sue scelte attuali, che valeva la pena di far conoscere anche ai nostri lettori. Com’era ovvio, “La Repubblica” ha fornito la sua interpretazione di parte, nella quale non si distingue tra «abiura» (magari con annesso cambiamento di nome) e «rifondazione» di nuova cultura comunista – forse neppure si capisce la differenza. Dovevamo corredare l’articolo di una presa di distanza? Specificare che non si trattava, da parte nostra, di una “assunzione” acritica? Ma il testo conteneva alcune affermazioni di Fausto Bertinotti che non davano adito ad alcun dubbio sulla qualità, il senso e la portata del percorso che il Prc ha intrapreso, del resto da molti anni. Anche per questo abbiamo evitato un’operazione che sarebbe suonata pesantemente pedagogica, e ci siamo fidati delle autonome capacità critiche dei nostri compagni e dei nostri lettori. Cogliamo l’occasione per ribadire che “Liberazione” spesso pubblica (o ripubblica) testi di un certo interesse politico, analitico o giornalistico, che sono da noi condivisi solo parzialmente: non solo in omaggio a principi liberali e pluralisti, ma al dato di fatto che il mondo (compreso quello di sinistra) «è molto più grande di quanto non ne contenga la nostra filosofia».

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