La caduta del Muro di Berlino, vent’anni dopo

Muro di BerlinoCorre in questi giorni il ventennale della caduta del Muro di Berlino, e la cosa non è certo passata sotto silenzio: televisioni e giornali vi dedicano ampio spazio, PDL & Soci hanno organizzato nel fine settimana celebrazioni della “fine del comunismo”. Il tutto naturalmente in salsa ultra-liberista: della serie, “Meno male che sono arrivati i Nostri a portare democrazia e ricchezza in quella landa desolata”. Del resto, questo sembrava essere anche il senso del disegno sulla tessera 2009 dei Giovani Comunisti (poi opportunamente coperta con un adesivo raffigurante Rosa Luxemburg nel novantesimo anniversario della sua morte, con la campagna “Prendo la tessera dei GC e la cambio”).

Non mancano, a sinistra e anche dalle fila del nostro partito e dei GC, i commenti acriticamente inneggianti allo stalinismo, spesso da parte di quelle stesse aree che poi giustificano accordi più o meno sottobanco con il Partito Democratico.

La ricorrenza merita qualche commento anche qui – a prescindere dalle meste considerazion personali sul tempo che passa. Personalmente condivido l’analisi di Giovanni Savino e di Alan Woods: a chi è interessato al tema, ne consiglio caldamente la lettura.

A crollare insieme al Muro non fu il Socialismo o il Comunismo, ma la sua caricatura burocratica e totalitaria. La causa del fallimento dei regimi “oltre la cortina” non va ricercata nell’economia pianificata, ma nella sua gestione dall’alto e non dal basso, nella totale assenza del controllo dei lavoratori e in generale dei cittadini sulla produzione. Il regime era imposto in modo repressivo, basato sull’assoluta privazione di alcuni diritti fondamentali come quello alla libertà di espressione. Così venivano garantiti i privilegi di una casta di funzionari completamente distaccata dalla classe lavoratrice, soggetta per di più all’influenza pervasiva della burocrazia dell’Unione Sovietica.

Altrove, tempo fa, ho cercato di spiegare la situazione, piuttosto simile, presente in Cecoslovacchia all’epoca della Primavera di Praga. Le analogie sono notevoli: nella natura del regime e nelle condizioni di partenza dei due Stati, nel tipo di mobilitazioni contro il regime, nella maniera con cui entrambe le vicende sono state mistificate nella memoria successiva, come esempi di protesta contro il Socialismo e per il ritorno del Capitalismo. Non era così sicuramente in Cecoslovacchia, e anche in Germania Est la grande maggioranza della popolazione avrebbe voluto riforme in senso democratico del sistema economico di Stato, non certo la privatizzazione e la liberalizzazione selvaggia conseguenti al ritorno del sistema di mercato. La differenza principale sta nell’esito: nel Sessantotto l’Unione Sovietica aveva forza e “copertura” internazionale sufficiente a reprimere nel sangue l’insurrezione; nell’Ottantanove fu lo stesso Gorbaciov a caldeggiare un percorso di riforme, prima che fosse troppo tardi.

Anche così deformata – e destinata al fallimento – l’economia pianificata, specialmente in Germania Est, garantiva un tenore di vita medio più alto che in diversi Paesi occidentali: piena occupazione, cure mediche eccellenti, una casa e servizi per tutti.

Secondo uno studio dei ricercatori David Stuckler, Lawrence King e Martin McKee, pubblicato sulla rivista The Lancet – non esattamente un organo nel bolscevismo internazionale – il processo di privatizzazione massiccia, con il conseguente colossale aumento della disoccupazione, è il principale responsabile dell’aumento della mortalità nell’Europa Orientale nel periodo successivo alla caduta dei regimi stalinisti: la ricerca stima in circa un milione il numero di morti che sarebbero più o meno direttamente riconducibili alla transizione dall’economia pianificata a quella di mercato. Che affare!

Dopo la riunificazione della Germania (luglio 1990: l’anno prossimo ci aspettano nuove celebrazioni!) non vi fu affatto un’improvvisa ondata di benessere: al contrario, il PIL nei territori dell’ex Repubblica Democratica Tedesca crollò in due anni di oltre un terzo, con la chiusura di migliaia di fabbriche (molte acquistate per due lire dai capitalisti occidentali), milioni di posti di lavoro persi e innumerevoli famiglie sul lastrico. Solo a partire dal 1992 vi fu un parziale recupero, ma a tutt’oggi il PIL della vecchia Germania Est è appena superiore a quello di vent’anni fa.

Altri hanno svolto in altre sedi analisi più approfondite. L’apologia acritica del regime stalinista non fa che offrire pretesti alle mistificazioni del capitalismo internazionale e dei suoi organi di stampa. D’altra parte, queste mistificazioni sono tanto più vergognose in quanto avvengono sulla pelle di milioni di persone rovinate dal ritorno del capitalismo, che come sempre ha avvantaggiato soltanto una minuscola parte di popolazione – compresi ex nazisti pentiti che dopo la riunificazione hanno rivendicato i beni espropriati alla fine della Guerra.

Non è un caso che alle ultime elezioni, nei territori orientali, la Linke abbia ottenuto quasi il 30%, e che pochi mesi fa un sondaggio commissionato dal Governo federale (pubblicato sul quotidiano Berliner Zeitung) abbia rilevato come quasi il 60% degli abitanti dell’Est pensi che si vivesse meglio vent’anni fa nella Repubblica Democratica Tedesca che oggi nella Germania riunificata.

Saranno tutti pazzi?

Avvocato Laser

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