La disobbedienza, una linea politica sbagliata

Pubblichiamo il testo del contributo sulla disobbedienza approvato a maggioranza dalla III Conferenza Provinciale Straordinaria dei GC di Pavia.

La “disobbedienza”, una linea politica sbagliata

Siamo perfettamente consapevoli, nello scrivere questo documento, di muovere una contestazione radicale alla linea politica della maggioranza del nostro Partito, in particolare per quanto riguarda l’organizzazione giovanile (i Giovani Comunisti).

Ciononostante non ci rassegneremo a criticare le scelte che riteniamo sbagliate, perché non è certo ripetendo infinite volte una affermazione sbagliata, magari pure a suon di maggioranza, che questa diventa giusta. Ciò non significa pretendere di possedere la linea vincente in tasca, ma soltanto suggerire una serena autocritica di taluni eccessi anarcomovimentisti.

Da parecchio tempo è stato lanciata nel Partito e nella sua organizzazione giovanile la parola d’ordine della Disobbedienza Civile, la quale è stata poi in varie forme praticata.

Certo va riconosciuto il tentativo di sperimentare vie nuove nella politica e rinnovare le tradizionali forme di protesta politica e le tradizionali forme organizzative.

Per certi versi ci siamo pure divertiti, quando i disobbedienti romani hanno rovesciato considerevoli quantitativi di letame di fronte alla casa del Presidente del Consiglio e, con questa pratica, si è talora ravvivato il movimento.

Tuttavia in essa ravvisiamo numerosi pericoli e, a conti fatti, non vediamo un ritorno reale, sia in termini di radicamento del nostro Partito, sia in termini di condizionamento reale della società ai nostri fini ovvero di nuove conquiste per i lavoratori tutti.

Partiamo da una critica di fondo: quale deve essere la natura del nostro Partito.

Da una parte si può fare una scelta di costruire un Partito di classe, vale a dire un Partito che fa leva sulla classe dei lavoratori salariati (operai ed impiegati in primo luogo) e lotta per il miglioramento delle loro condizioni.

Nel fare questo esso lotta per una società radicalmente diversa dal capitalismo, una società senza classi e senza sfruttamento e quindi cerca di coniugare le conquiste immediate ad una più ampia trasformazione della società in senso socialista.

Questa visione, che potrà apparire antiquata, è però il portato storico di almeno due secoli di lotte sociali. Se è vero che non sempre si è vinto, al tempo stesso non sempre si è perso, anzi si sono riuscite a realizzare grandi conquiste in ogni luogo del mondo.

D’altra parte c’è chi ritiene che tutto ciò sia superato ‘ magari a causa del crollo dell’Unione Sovietica oppure in seguito all’indebolimento del movimento operaio mondiale contemporaneo a questo crollo ‘ e che si debbano costruire dei partiti estremamente diversi. Questi sono in ultima analisi sempre più dei partiti di opinione, delle bolle mediatiche senza nessun radicamento reale tra le masse. Raramente dirigono le lotte delle masse, si limitano a cavalcare le proteste, che, in regime capitalistico, inevitabilmente sorgono; si limitano a sfornare slogan ed a creare una sorta di opposizione di carta.

Fino a che punto non corriamo il rischio di diventare ciò (non siamo già diventati ciò)? E la disobbedienza, caratterizzata da iniziative simboliche, eclatanti, mediatiche non si incardina perfettamente nel modello di partito di opinione?

Certo, un partito che sia la variante ‘di sinistra’ dei radicali di Pannella, utilizzerà tranquillamente questi metodi, anzi ne diverrà il più fiero paladino, ma è questo lo strumento per costruire l’altro mondo possibile (che per noi è la società socialista)?

Il nodo della questione sta, a nostro avviso, nella importante distinzione tra lotta reale e simulazione, finzione di tale lotta.

Spesso, troppo spesso, i ‘disobbedienti’ si sono cimentati in lotte simboliche, spettacoli di vario genere, senza nessuna reale finalità politica.

La vicenda stessa dello sfondamento della zona rossa o si trattava di avventurismo allo stato puro oppure di rivoluzione finta (rivoluzione virtuale, ‘per gioco’). La famosa affermazione di Casarini ‘dichiariamo guerra all’Impero’ o era una puerile pretesa di attaccare e battere l’imperialismo (peraltro frainteso nella sua natura) in modo improvvisato, oppure era mera esercitazione verbale, come un cane che abbaia senza mai mordere.

Riteniamo, appunto perché crediamo nella visione classica di Partito comunista, che sia più importante una conquista reale per i lavoratori (sia pure non spettacolare, sia pure un modesto avanzamento salariale sia pure la salvaguardia del carattere pubblico di un’impresa comunale) di una azione ad effetto, di ‘una mossa del cavallo’, un cavallo imbizzarrito ed incerto. [1]

Non dimentichiamo certo che di conquiste reali, per le quali il nostro Partito si è battuto generosamente e con successo, ve ne sono state anche recentemente. Un esempio per tutti, la vittoriosa lotta degli operai di Melfi, esempio da seguire e da estendere il più possibile. Dov’erano i disobbedienti a Melfi?

A parte certe esagerazioni giornalistiche, che Liberazione spesso ci riserva – come definire gli operai in sciopero ‘disobbedienti’ (nel qual caso qualunque forma di protesta è disobbedienza, ma allora confondiamo le acque e ci sono infinite vie alla disobbedienza!) – di fatto una vittoria operaia come quella di Melfi non ha visto la partecipazione determinante e la guida della lotta da parte dei disobbedienti, bensì del sindacato (la FIOM). Non stiamo contrapponendo forzatamente, ideologicamente, una parte del movimento ad un’altra, costatiamo le differenze reali che esistono nel movimento.

Sono, queste differenze, sempre una forza? Non comportano una dispersione delle energie? Per noi, se tutti i disobbedienti fossero dei quadri della FIOM, sarebbe soltanto un bene, come sarebbe un bene se il nostro partito fosse in grado di egemozzare i lavoratori tramite la CGIL. Ma invece così non si dà, e se pure ‘ ed è bene ‘ la FIOM è nel movimento, il movimento è lungi dall’aver realmente favorito le lotte sindacali (è questa un’illusione dura a morire in molti nostri dirigenti, che, peraltro, prediligono il movimento in quanto multicolore e disorganizzato, a differenza della CGIL che conserva una sua struttura fortemente organizzata e proprio per questo è incisiva nella lotta di classe).[2]

Alle volte certe azioni provocatorie dei disobbedienti – vedi contestazione a Fassino il 20 Marzo – si sono rivelati dei veri boomerang, favorendo il gioco degli avversari e dei moderati (beninteso, nulla di tutto ciò è, neanche lontanamente, ‘squadrismo’ come la Direzione Nazionale dei DS è arrivata, vergognosamente, a dire).

Bisogna riconoscere certe iniziative azzeccate, come il dirottamento dei treni (e il blocco delle navi) contententi armi, durante la guerra. Ma, guarda caso, quelle azioni non erano affatto simboliche ed erano fatte in stretto contatto con i lavoratori per un obiettivo chiaro e condiviso. In quel caso, se vogliamo, non si è fatto abbastanza, non si è fermato a sufficienza il paese

Vista nel suo complesso la disobbedienza ci pare una forma rinnovata di anarchismo, di protesta scoordinata, individuale, sconclusionata. Non va condannata in sé, ma va direzionata, incanalata nei giusti binari e verso le corrette finalità. Altrimenti può essere controproducente e dannosa, senza contare la scarsa probabilità di successo delle stesse idee migliori dei disobbedienti (diciamo ‘il riscatto sociale intransigente’), condannate a restare per sempre confinate nel ‘centro sociale’ o nel ‘contropotere’.

Riteniamo che il compito dei Giovani Comunisti dovrebbe essere di migliorare le forme di lotta all’interno del movimento in modo da renderle più incisive e più proficue. Invece ci siamo spesso accodati ad ogni tipo di protesta, senza una chiara linea comunista.

Per il partito mediatico, d’opinione, questo può bastare ed avanzare, per il partito dei lavoratori, il partito che lotta per l’egemonia su un blocco di classe imperniato sui lavoratori salariati e di essi ne costituisce l’avanguardia assolutamente no.

Non vogliamo dilungarci ulteriormente, soffermarci su episodi incresciosi come il caso Nunzio d’Erme alle elezioni europee, ci auguriamo che ci si renda conto che il cammino della disobbedienza non porta a nuove grandi conquiste per il movimento operaio, bensì rappresenta un diversivo e un modo errato di impostare le lotte che può ulteriormente indebolirlo o costituire un suo surrogato mal riuscito.

Pablo Genova, Giovani Comunisti Pavia, Luglio 2004



[1] questo non vuol dire non essere rivoluzionari, anche i rivoluzionari devono saper fare le riforme, quando la condizione è tale per cui la guerra di posizione è più proficua, per i lavoratori, della guerra di movimento. E la guerra di movimento e’ l’arma più potente, ma anche la più difficile da usare, se non vi sono le condizioni corrette, come bene insegnano tante rivoluzioni purtroppo fallite.

[2] si potrebbe citare Lenin sul nesso fondamentale tra l’organizzazione e l’azione politica (‘Il proletariato non organizzato è nulla, organizzato è tutto, organizzazione vuol dire unità di azione, unità di intervento pratico’ [cito a memoria]). Senza una solida organizzazione l’azione non sarà mai vincente’

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