La lotta di classe

Ci e’ piaciuto questo articolo di Sansonetti, nel quale si mette in evidenza la natura di classe dello scontro in atto sulle pensioni e sulla finanziaria.
Certo per noi comunisti la lotta di classe e’ mai morta, ma in questa fase la mobilitazione di massa e’ stata rilanciata in modo grandioso, anche dai “riformisti”.

Pablo Genova

Chi si rivede: lo scontro di classe

Il “biennio rossoâ€? (cosa che non succede quasi mai ai bienni) è entrato nel terzo anno. Ieri Roma ha visto un’altra manifestazione gigantesca, come quella di due anni fa, con Cofferati, al Circo Massimo, per difendere l’articolo 18; come quella di un anno fa, contro la guerra, organizzata dai pacifisti e dai no-global; come quelle dei girotondi; come il grande corteo di Firenze dell’anno scorso e – ancora prima- l’invasione di Genova dopo l’uccisone di Carlo Giuliani.

I sindacati dicono che in piazza a Roma c’erano due milioni di persone.I cortei hanno sfilato per ore. I sindacati, dopo anni duri di rapporti scabrosi tra loro, e di liti, hanno ritrovato una perfetta unità. Forte, convinta. Il governo ha risposto a tutto questo con le parole del vicepremier Fini: “Andiamo avanti, non è la piazza che ci fa paura�. Il terzo anno del biennio rosso sarà quello dello scontro frontale con il governo di centro-destra?

Ieri in piazza c’era quella che nel gergo politico di qualche anno fa si chiamava la “Classe operaia�. Cioè la classe scomparsa, travolta dalle tecnologie, dal lavoro flessibile, dalla fine del fordismo e dalla santificazione del liberismo (duro o temperato) come unico modo possibile per stare al mondo. Era la stessa vecchia classe operaia che in questi sessant’anni, dalla caduta del fascismo, ha sempre detto la parola decisiva nei momenti decisivi. E ha salvato tante volte l’Italia dal declino. La manifestazione di ieri aveva due bersagli principali: la riforma delle pensioni e la legge finanziaria per il 2004. Cioè i due provvedimenti più importanti presi dal governo Berlusconi, in questi 30 mesi, sul piano della politica economica e sociale. La riforma delle pensioni disegna per la società italiana un futuro più povero e meno garantito, e quindi è una legge che non peserà solo per i prossimi mesi ma per decenni.

I cortei sono stati tre, tutti e tre grandissimi. Quello tradizionale, da Piazza Esedra a San Giovanni, poi un corteo dall’Ostiense, che forse era il più grande, e uno dalla Stazione Tiburtina. Il corteo dell’Esedra era guidato dagli stati maggiori dei sindacati e del centrosinistra: Epifani, Pezzotta, Angeletti, e pochi metri più dietro D’Alema, Fassino, Rosy Bindi, Giovanni Berlinguer, Veltroni, Cofferati, Rutelli, Bassolino, Mussi, Angius, Folena (e chissà quanti nomi importanti ci siamo scordati). La gente ai lati della strada applaudiva quasi tutti. Ogni tanto scandiva un nome: Guglielmo, Sergio, Walter, Massimo. Ha molto applaudito anche Rosy Bindi. D’Alema ha chiacchierato per parecchio tempo con Pezzotta e ha commentato con lui la novità della giornata: l’unità. Sembrava un bene perduto, il ricordo di una stagione passata. Ma la storia del sindacato è sempre più complicata di quello che si creda. L’unità è tornata e forse sarà la novità principale in questa seconda parte del biennio rosso che continua.

I cortei dovevano partire alle 10 del mattino, ma poco dopo le nove si sono mossi. E alle 10 piazza San Giovanni si era già riempita, perché tanta gente è andata direttamente lì, sotto al palco. La manifestazione è durata molte ore, è finita verso le due del pomeriggio, quando ha iniziato a piovere. I tre leader sindacali hanno parlato dal palco e hanno pronunciato dei discorsi duri (come sempre sono duri i comizi, specie se si svolgono in un momento di rottura aperta tra sindacati e governo) ma nella sostanza molto ragionevoli. Pezzotta ha detto che i sindacati presenteranno al governo una proposta alternativa di riforma delle pensioni, anche se questo compito non spetterebbe a loro. Ma che il governo si può dimenticare che questa proposta sia di semplice modifiche alla legge ideata da Maroni. Sarà una proposta alternativa. Epifani si è rivolto al governo e ha suggerito un passo indietro. Ha spiegato che se non ci sarà questo passo indietro il sindacato dovrà allargare la mobilitazione e la lotta. Concetto che è stato ripreso anche da Angeletti, il leader della Uil. Epifani ha detto che se è questo che il governo vuole – lo scontro, la fine del dialogo, la sepoltura della concertazione – sarà l’Italia a pagare il prezzo. Sarà inevitabile il declino.

Come gli è stato risposto? Con la frase secca di Fini: “la piazza non ci interessa�. E con alcune dichiarazioni sconclusionate del leghista Calderoli, che ha invitato i lavoratori a smetterla di fare manifestazioni e a decidersi ad andare una buona volta a lavorare (è una frase testuale di Calderoli, che non fa onore né a lui né al Parlamento al quale appartiene). L’unico un po’ più ragionevole è stato il ministro Stanca, che ha criticato aspramente la manifestazione dei sindacati, ma ha voluto spiegare che lui la ritiene perfettamente legittima e democratica, e ha insistito sulla necessità di riaprire il dialogo. Berlusconi, che era a Tunisi, si è limitato a dire: ne riparliamo quando torno in Italia.

Se il governo, spinto dalla Confindustria di D’Amato (affamata di conflitti e linea dura) farà propria la posizione di Fini, si prospetta una crisi politico-sociale molto complessa. Questo governo si è abituato alla linea intransigente, che considera le proteste poco più che un fatto folcloristico. Se ne è infischiato delle centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro le leggi personali di Berlusconi (falso in bilancio, lodo Schifani, legge Cirami), non ha dato peso neppure alle proteste di piazza e di opinione pubblica sulla legge Gasparri e sul conflitto di interessi. Si è convinto che la linea dura è il modo migliore per governare. Testa bassa e avanti così. Valuta di adottare la stessa linea sulle pensioni? Forse non tiene conto che questa legge riguarda direttamente gli interessi reali e concreti di alcuni milioni di lavoratori, mette in pericolo il loro futuro, e che questi lavoratori sono il nerbo e la sostanza della società italiana. Non si può fare a meno di loro, e del loro parere. Non lo ha mai fatto nessuno nella storia della Repubblica. Andare allo scontro aperto e alla lotta sociale senza quartiere può essere molto pericoloso. Può avere conseguenze politiche devastanti, per qualunque alleanza, anche per un’alleanza di destra.

Piero Sansonetti
(l’Unità)

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