La “nuova economia”, ovvero Parmalat

Il caso Parmalat ci pare un ulteriore esempio di come il capitalismo, nella sua fase imperialistica, consista in un intreccio perverso di speculazione finanziaria, parassitismo ed illegalità su scala mondiale (vedi anche caso Enron, paradisi fiscali protetti dal capitale stesso etc. etc.).

L’articolo seguente, a cura del comp. Visentin, inquadra la situazione.

La cosa più grave è che sono sempre i lavoratori (oltre ai piccoli risparmiatori, in gran parte lavoratori essi stessi) a pagare le conseguenze di questo sporco gioco (truffa o furto che dir si voglia).

Notiamo anche che l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase (suprema) del capitalismo in cui si accentua l’aspetto finanziario, con conseguente incremento della speculazione e del parassitismo, ne risulta perfettamente confermata, pur nelle mutate condizioni storiche attuali (ad es. non esistenza diretta degli imperi coloniali).

La “nuova economia?, ovvero Parmalat

 

Inizialmente, si era valutato che il “buco? finanziario, cioè l’insolvibilità, di Parmalat, ammontasse a 7mila miliardi di euro, ma sembrerebbe adesso andare dagli 11 ai 13 miliardi, cifra corrispondente all’1% o più del PIL del nostro Paese. Qualcosa come 100mila piccoli risparmiatori vedono volatilizzarsi i propri investimenti; 30mila salariati di Parmalat rischiano di perdere il posto, come pure moltissimi altri, qui ed all’estero (ove i creditori di Parmalat, per l’incolvenza di Parmalat minacciano pure di chiudere le loro aziende). Le motivazioni addotte dagli stessi “responsabili? del colosso agroalimentare si sono basate sull’impossibilità di liquidare un investimento di mezzo miliardo di euro nel fondo Epicurum, sito nel noto “paradiso fiscale? delle isole Caymans. “Perduti? ugualmente, nella contabilità (truccata) di Parmalat, altri 4 miliardi di euro, pure depositati nel suddetto paradiso fiscale, su un conto della Bank of America, aperto in base a documenti fasulli. Si tratta di ovvie operazioni speculative, con relativo e ripetuto “falso in bilancio?, depenalizzato, come noto, dal governo Berlusconi, il che rende per lo meno ipocrita, e sospetta, l’indignazione di un personaggio come Tremonti, sostenitore di una “finanza creativa?.

Calisto Tanzi, fondatore e padrone di Parmalat, nonché acclamato “imprenditore cattolico?, ha confessato lo storno di mezzo miliardo di euro, ed è stato imputato di “associazione a delinquere a fine di bancarotta fraudolenta?. L’azienda, come noto, è stata posta sotto “amministrazione straordinaria? con il “commissario speciale? Enrico Bondi, che negli ultimi anni, per “salvare? Montedison, Telecom Italia, e le acciaierie Lucchini, non ha esitato ad effettuare drastici “tagli? di posti di lavoro; pertanto, un eventuale “salvataggio? dell’azienda Parmalat verrebbe, ricadrebbe, per l’ennesima volta, anzitutto sulle spalle dei lavoratori ¾ ammesso, ma non concesso, che i piccoli risparmiatori riescano ad ottenere qualche indennizzo parziale.

In sostanza, questo scandalo sconquassa e discredita non solo l’industria italiana, ma anche il sistema bancario ed i meccanismi, chiaramente del tutto inadeguati, di “vigilanza? dei mercati finanziari, meccanismi affidati proprio a quelle agenzie di controllo (per così dire) che, come la Grant Thornton per la Parmalat, sono al servizio di  coloro che dovrebbero controllare; inoltre, istituti economico-finanziari internazionali e Stati (USA in primo luogo) sono pure responsabili per non  controllare, anzi promuovere, i “paradisi finanziari?, come strumenti delle multinazionali.

 

Oggi, è “di moda? (non solo nel governo di Berlusconi, che è parte in causa della speculazione finanziaria, ma anche “a sinistra?), irridere alle “vecchie? concezioni del carattere parassitario del capitale finanziario (che rappresenta, “ai piani? alti della società, il corrispettivo del sottoproletariato malavitoso ai “piani bassi della medesima, cioè il furto e l’imbroglio a danno della nazione lavoratrice, come scriveva Marx un secolo e mezzo fa), e del sempre più stretto ed inestricabile intreccio, nell’attuale fase imperialista, tra capitale industriale e finanziario.

Quest’ultimo aspetto non ci sembra seriamente contestabile, ed in Italia assume caratteristiche peculiari e disastrose: parziale deindustralizzazione, nanismo aziendale, modello produttivo fondato su bassi salari, inosservanza dei diritti sindacali e della contrattazione generale, diffusione del precariato, ridotti investimenti per la ricerca (pura ed applicata),e quindi scarsa innovazione (di processo e di prodotto),?competitività? in termini di bassi costi del lavoro. Il concetto propagandistico della “nuova economia?, ossia di una partecipazione di massa alla speculazione finanziaria, nel quadro di un preteso “capitalismo popolare?, si è rivelato un disastroso inganno. Una moltitudine di piccolo risparmiatori ed investitori, in gran parte lavoratori salariati (in produzione o pensionati), viene a dipendere dall’arbitrio avventurista di questo o quel gruppo di grandi azionisti,che rastrellano i loro quattrinelli tramite il sistema bancario, per utilizzarli in una roulette internazionale, a dispetto di tutte le prediche sul “libero mercato? e sulle sue pretese capacità di “autoregolazione?. Ugualmente falsa ed ingannevole si rivela la tendenziosa propaganda sul “capitalismo popolare?, ossia sulla diffusa partecipazione azionaria alle avventure speculative dei detentori del grande capitale finanziario.

Come hanno mostrato gli scandali Enron e Worldcom, la vicenda Parmalat mostra anche la nocività della riduzione della spesa in servizi pubblici (sanitari, previdenziali, ecc.) e dell’affidamento di tali funzioni d’importanza vitale al “mercato?, cioè alla speculazione finanziaria, attraverso meccanismi assicurativi. In questo senso, il governo Berlusconi, promotore di una sempre più estesa deregolamentazione di marca nordamericana, non può “tirarsi fuori?, o proclamarsi “al di sopra? di questi eventi, in sé scandalosi, ma soprattutto indicativi di una tendenza generale al saccheggio del reddito nazionale, cioè delle condizioni di vita delle grandi massa, ad esclusivo vantaggio di un insaziabile capitalismo monopolistico “globalizzato?.

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