La politica dei GC a due anni dalla II Conferenza

Questo è un contributo politico sulla linea nazionale dei Giovani Comunisti, che si propone di giustificare la nostra collocazione critica all’interno della nostra organizzazione, approvato a maggioranza dalla nostra Conferenza Straordinaria.
Può anche essere scaricato in formato RTF a questo indirizzo.

Contributo politico

La politica dei Giovani Comunisti

a due anni dalla II Conferenza Nazionale

 

La II Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti, tenutasi nel 2002, si è svolta in un contesto piuttosto differente dall’attuale. Molte cose sono cambiate e proprio ragionare sulle evoluzioni politiche di questi due anni ci può aiutare a dare in retrospettiva una migliore valutazione del dibattito che abbiamo tenuto allora.

Movimento antiglobalizzazione

Linea portante della proposta politica della maggioranza GC era ed è tuttora la “centralità del movimento dei movimenti“. Più precisamente si affermava che:

  1. il “movimento dei movimenti”(cioè il movimento no global) avrebbe assunto un’importanza crescente e decisiva “segnando di sé”tutta la scena politica. Questo pronostico si è rivelato piuttosto unilaterale ed è stato in sostanza smentito dall’entrata in campo di altri movimenti, come quello sui diritti sociali animato soprattutto dalla CGIL o quello contro la guerra all’Iraq, che, seppure in qualche modo alimentati anche dalle mobilitazioni no global, non ne hanno le stesse caratteristiche né la stessa composizione. Che questo ci piaccia oppure no, il movimento contro la globalizzazione gioca un ruolo molto meno significativo di quanto non facesse attorno alle giornate del G8 di Genova e nei mesi immediatamente successivi.
  2. il “movimento dei movimenti”si sarebbe articolato nei social forum la cui costruzione era una piattaforma prioritaria per i GC, così come la partecipazione alle loro attività nell’ottica della contaminazione (cioè senza tentare di egemonizzarli con le proprie proposte politiche). In realtà i social forum locali, compreso il Pavia Social Forum in cui anche noi ci siamo impegnati, sono di fatto scomparsi o moribondi ormai ovunque; le ragioni sono la mancanza di prospettive politiche chiare, i gravi limiti organizzativi della struttura informale e reticolare da loro adottata (anche con proclami molto arroganti contro i “superati”principî organizzativi classici dei partiti e dei sindacati), le contraddizioni tra le varie organizzazioni e associazioni componenti, sempre irrisolte in nome della necessità di “non avere una linea”e di “contaminarsi reciprocamente”.
  3. nel “movimento dei movimenti”i GC avrebbero dovuto operare mediante la fusione operativa e politica col Movimento delle e dei Disobbedienti, “sposando”quel settore del movimento e sostenendone i metodi di lotta come proposta centrale della nostra organizzazione da suggerire all’intero movimento no global. È chiara la contraddizione con il dogma della contaminazione, col risultato assurdo che i GC avrebbero dovuto contaminarsi su tutto tranne che sui metodi di lotta, tentando invece su quel terreno una battaglia per l’egemonia della disobbedienza nel movimento. Questo tentativo è stato sconfitto dall’esperienza. i metodi del gesto eclatante e simbolico (l’essenza di quanto è elusivamente definito come “disobbedienza”) non sono stati accettati (e in alcuni casi sono stati anzi persino respinti duramente) dalla maggior parte del movimento. Questo è a maggior ragione avvenuto essendo questi metodi molto opinabili combinati con una posizione politica che, dietro una fraseologia roboante, non era molto diversa dalle teorie dei gruppi pacifisti, delle associazioni di volontariato, delle frange di cattolicesimo di base che costituiscono l’ala più moderata del movimento; all’innocua campagna riformista sulle “banche armate”promossa dalla Rete Lilliput, i Disobbedienti rispondevano con gli attacchi vandalici agli sportelli bancomat incriminati, senza nulla aggiungere all’elaborazione politica ma distinguendosi solo sulle (discutibili) forme di lotta. La stessa area disobbediente, basata su un accordo senza principî e non su una seria condivisione di programma, si è disgregata rapidamente senza che i GC siano nemmeno riusciti a ricevere un minimo di gratitudine da parte dei suoi “carismatici dirigenti”, adulati e “pompati”per anni (il caso D’Erme è solo l’ultimo in ordine cronologico).

L’intervento in tutti i movimenti di massa, con proposte politiche ed organizzative efficaci ed audaci, dando battaglia (pur nell’impegno per l’unità d’azione di tutte le forze di sinistra e di classe) alle posizioni moderate o ambigue e ai metodi di lotta inefficaci o estremisti, riportando al centro della discussione il tema del socialismo come unico altro mondo possibile, ci pare l’unico modo per costruire utilmente una forza giovanile comunista nel XXI secolo veramente rivoluzionaria, invece che limitarsi a costituire un’ala (e nemmeno la più radicale) dell’intelligentsija no global.

“Innovazione”

Secondo le posizioni maggioritarie nella dirigenza della nostra organizzazione, i GC avrebbero dovuto costituire la punta più estrema, il laboratorio del processo di autoriforma del Partito orientato alla sua metamorfosi definitiva: da organizzazione comunque gravata del peso morto del “comunismo novecentesco”a moderna forza della “sinistra critica e alternativa”. Questo avrebbe dovuto significare l’abbandono delle “superate” categorie “leniniste”(in realtà, marxiste: avanguardia, presa del potere, formazione, imperialismo, centralismo e addirittura secondo alcuni propaganda, volantino e… partito) e un’organizzazione GC molto “leggera”e perciò presuntamente più attraente per i giovani.

I GC di Pavia hanno rappresentato apertamente una forma di resistenza a questa tendenza liquidatoria che si maschera da “antistalinismo”(se tale fosse davvero, saremmo anche d’accordo, ma dovrebbe necessariamente partire dalle analisi e dalle battaglie di Trotskij e dell’Opposizione Internazionale, che invece sono considerate a loro volta parte del “ciarpame novecentesco”) e culmina invece in iniziative come quella della fondazione del Partito della Sinistra Europea, che mettono in dubbio il senso stesso di dirsi comunisti e di costruire un partito comunista, a favore piuttosto di una vaga opposizione al neoliberismo non meglio qualificata.

Crediamo di aver ben agito perché vediamo attorno a noi una necessità oggettiva sempre più impellente di una rivoluzionaria trasformazione sociale (e per esempio in tutta l’America Latina esplodono processi di massa che cercano più o meno chiaramente uno sbocco socialista), ma anche un crescente interesse soggettivo, da parte di una nuova generazione di giovani (studenti e lavoratori) che si getta nella politica e nella lotta di classe, verso le idee del marxismo e verso la lotta per una società veramente diversa. Non ci pare d’altronde che due anni di palestra movimentista, voltando le spalle alla costruzione dell’organizzazione e alla formazione dei nuovi compagni, abbiano garantito ai GC su scala nazionale buoni risultati né politici né tantomeno organizzativi.

Opposizione ma come?

L’opposizione al governo Berlusconi (un esecutivo peraltro odiatissimo da gran parte dei giovani, come dimostrano anche i risultati elettorali suddivisi per fasce d’età) è naturalmente stata, ed è tuttora, una priorità assoluta di questi anni di lotte.

Stupisce vedere come la presunta radicalità della linea nazionale dei Giovani Comunisti non si sia mai tradotta nel proporre ai movimenti di lotta, in momenti chiave come le giornate di indignazione popolare dopo Genova nell’estate 2001, durante la lotta per l’articolo 18, allo scoppio della guerra imperialista contro l’Iraq, la parola d’ordine chiara e potente della cacciata del governo; forse ciò era visto come un cedimento “politicista”poco adatto ad un’organizzazione che si occupa solo dello “sviluppo autonomo dei movimenti”?

Questa parola d’ordine fa timidamente capolino invece oggi nella propaganda del Partito e dei GC ma è usata nell’ottica dell’alternanza di governo e dell’appoggio al centrosinistra. Due anni fa ci è stato spiegato e ripetuto in tutte le salse che mai più i GC avrebbero appoggiato il centrosinistra, che allora veniva apertamente dichiarato subalterno a quel “pensiero unico”che sosteniamo di combattere. Come temevamo, la poca convinzione che vedevamo rispetto ad una scelta di opposizione coerente anche alle politiche del centrosinistra è venuta a galla: oggi la dirigenza nazionale dei GC sta ritornando ad una linea di alleanza organica con Prodi e Rutelli, senza nemmeno sentire l’esigenza di rimettere democraticamente in discussione la linea in una Conferenza Nazionale!

Questa posizione di ritorno all’ovile del centrosinistra rischia di condurre i GC nuovamente “al governo”(ma non bisognava essere contro la presa del potere?? per quanto ci riguarda, noi siamo favorevoli a prendere il potere, ma non a rimorchio di Montezemolo!): è concreto il pericolo della ripetizione di quanto è avvenuto per esempio nel 1997 quando i massimi dirigenti dei GC (e di Rifondazione) difendevano strenuamente il pacchetto Treu che ha introdotto il lavoro interinale (salvo pochi anni dopo organizzare occupazioni “disobbedienti”delle agenzie Adecco!).

Per la rottura col centro!

La parola d’ordine della rottura col centro, proclamata in passato e poi abbandonata dal Partito, dovrebbe assumere un carattere centrale nella nostra politica in questa fase. Rompere col centro significa rompere con quei settori borghesi (impersonati in primo luogo dal candidato premier Romano Prodi) che tutt’ora influenzano in modo decisivo il programma dell’opposizione e che oggi trovano una sponda nella stessa Confindustria di Montezemolo.

Rompere col centro significa rompere un’alleanza che mortifica sistematicamente le ragioni nostre e di chi vogliamo rappresentare, che le nega alla radice. Oggi questa parola d’ordine, se articolata correttamente nei movimenti di massa, può essere recepita favorevolmente da ampi settori, a partire da quelli di avanguardia, che hanno sperimentato direttamente sul campo il ruolo di queste forze. Agitata da una forza comunista giovanile, avrebbe ancora più facilmente riscontro nei sentimenti e nelle aspirazioni dei milioni di giovani a cui ci rivolgiamo.

Solo per questa via possiamo inserirci nelle contraddizioni che attraversano non solo l’Ulivo, ma anche gli stessi DS e le organizzazioni giovanili a loro legate. La base elettorale e sociale dei DS comincia ad essere attraversata dalle mobilitazioni di massa, la divaricazione delle posizioni nel gruppo dirigente di quel partito (così come dell’Ulivo in generale) riflette precisamente la spinta di opposte pressioni di classe. La vicenda del voto per il ritiro delle truppe dimostra la difficoltà crescente dei dirigenti dei DS, spinti a oscillazioni sempre più evidenti dalla pressione contrapposta da un lato dei movimenti di massa, e dall’altro della classe dominante, la quale ha visto quel voto come un vero e proprio tradimento (nonostante la sua evidente strumentalità). Nostro compito è di allargare queste divisioni, non di contribuire a mascherarle. Dobbiamo dire apertamente che la sinistra nel nostro paese è di fronte a un bivio: o accettare di essere subordinata agli interessi padronali, o rappresentare gli interessi e le aspirazioni di quei milioni di lavoratori, di pensionati, di giovani che tornano a votarla nella speranza di un profondo cambiamento nella società.

La crisi delle destre pone obiettivamente all’ordine del giorno fra le masse la questione di quale governo e quale politica possono portarle a recuperare il terreno perduto in questi anni. Nel rifiutare la subordinazione al centro borghese, dobbiamo avanzare una prospettiva alternativa che parli a questi settori. La sinistra avanza anche elettoralmente, le mobilitazioni si espandono e si approfondiscono: i comunisti propongono all’intera sinistra di discutere un programma di classe, a partire dalle rivendicazioni che emergono dalle lotte e dai giganteschi bisogni sociali irrisolti nel paese, e su questo sfidano gli altri partiti di sinistra a scegliere se schierarsi nuovamente con la borghesia e suoi rappresentanti, o se dare voce ai bisogni dei lavoratori e di tutti i settori sfruttati e ai movimenti di massa. Questa è la discussione che come GC dovremmo poi riproporre anche sul terreno giovanile, studentesco e di movimento.



Questa sommaria carrellata sui punti focali dei nostri dissensi con la linea nazionale dei GC crediamo spieghino le ragioni inesaurite del nostro riproporre una collocazione critica della Federazione di Pavia all’interno dell’organizzazione nazionale dei Giovani Comunisti.

Irina Bezzi, Gianluca Sonatore & Mauro Vanetti

Pavia, 10 luglio 2004

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.