L’antisemita razzista J. Evola

Saverio Ferrari Ripubblichiamo questa ottima recensione del comp. Saverio Ferrari sul saggio di F. Cassata “A Destra del Fascismo, profilo politico di J. Evola”.

Razzismo e antisemitismo nel pensiero di Julius Evola
Un asceta poco “spirituale”

Julius Evola (1898-1974) ha sicuramente rappresentato la figura principale di riferimento per il neofascismo italiano nel dopoguerra, più recentemente per larga parte della destra radicale contemporanea. Le sue opere, già tradotte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Stati Uniti, da qualche anno circolano anche nell’ex-Unione Sovietica. Non casualmente in Italia sono state oggetto, nell’ultimo decennio, di un complessivo piano di ripubblicazione. Due le case editrici in prima fila: le Edizioni Mediterranee, sotto la supervisione della Fondazione Julius Evola di Roma, e le Edizioni di AR curate da Franco Freda.

Discendente di una nobile famiglia siciliana, nato a Roma, Evola si fregiò sempre del titolo di “barone”, firmandosi “Julius”, fin dagli esordi della carriera pubblicistica, piuttosto che con il proprio vero nome di Giulio Cesare. Definito da Giorgio Almirante «il nostro Marcuse», fu ancora indicato nel gennaio del 1995, all’atto di nascita di Alleanza Nazionale, tra i più significativi riferimenti teorici e culturali. Dal canto suo, il gruppo senatoriale, sempre di An, sotto la presidenza di Giulio Maceratini, non più tardi del febbraio 2000, gli dedicò, a 25 anni dalla scomparsa, un convegno.

In cinquant’anni di attività, Evola fu autore di centinaia di saggi e articoli. Il suo pensiero viene ora riproposto in un ampio saggio critico curato da Francesco Cassata A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri, 533 pagine, 30 euro). Un lavoro disancorato da ogni suggestione o accondiscendenza, che giunge quasi a oggettivo completamento di altri studi, anch’essi recenti, come Razza del sangue, razza dello spirito di Francesco Germinario, uscito nel 2001, sempre per la Bollati Boringhieri.

Due in particolare, nella ricostruzione di Francesco Cassata, gli aspetti da sottolineare: la centralità del razzismo nell’elaborazione evoliana e l’interventismo politico, ambedue volutamente depotenziati e “purificati” nella vulgata dei suoi estimatori, tesi a veicolare un’immagine edulcorata del “maestro”.

Il razzismo non fu in Evola una breve parentesi, chiusasi con il 1945, né i contenuti espressi meno criminali di quelli nazisti. Cassata dimostra ampiamente come il “barone nero” si fece portatore di una teoria che egli stesso definì «totalitaria», incentrata su tre livelli (razzismo del corpo, dell’anima e dello spirito) «ben più rigorosa e discriminante» di quella in auge nel Terzo Reich, non limitando l’indagine razziale unicamente ai corpi. Ad ogni salto di grado corrispondeva infatti un ulteriore giro di vite nella selezione razziale del genere umano. «Il razzismo evoliano – sintetizza bene l’autore – non è affatto, come vorrebbe De Felice, un razzismo per così dire dal “volto umano”: esso non esclude il razzismo biologico, ma lo potenzia». L’approvazione data al progetto eugenetico della Germania hitleriana, con l’eliminazione di oltre 80 mila portatori di handicap e malati mentali, per «impedire che un’eredità guasta si trasmetta in altre generazioni», come scrisse lo stesso Evola, è lì a testimoniarlo.

La “dottrina della razza” fu centrale nel pensiero evoliano. Elevata a concezione generale, a visione del mondo, fu anche concepita come possibile motore di una «rivoluzione conservatrice», in cui la guerra, il «più alto strumento di risveglio interno della razza», avrebbe preparato un definitivo ritorno al mondo delle «Origini e della Tradizione», segnato non solo dal dominio delle «razze superiori», ma anche socialmente da una rigida gerarchia in caste. La storia stessa è «storia delle razze», disse Evola. Anche l’antisemitismo fu “totale”, fino a «giustificare – scrive Cassata – ideologicamente pratiche di persecuzione e di sterminio». L’ammirazione, contraccambiata, per Himmler, che finanzierà i soggiorni di Evola in Germania, rimarrà costante. Verrà riaffermata nel dopoguerra, quando sulla rivista di “Ordine Nuovo” Evola dedicherà pagine apologetiche proprio alle SS, assunte a modello “ascetico-cavalleresco”.

Sarà solo per ragioni di opportunità che Evola conierà, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il termine di «razzismo spirituale». All’epoca della sua carcerazione, nel maggio del 1951, con l’accusa di essere l’ispiratore del gruppo terroristico dei Far (i Fasci di Azione Rivoluzionaria), guidato da Pino Rauti e Clemente Graziani, in sua difesa cercherà di dimostrare come le teorie razziste da lui stesso elaborate si muovessero unicamente nel campo rarefatto dello “spirito”. Si smentirà negli anni immediatamente successivi in opere come Gli uomini e le rovine (1953), dove disquisirà della «necessità di combattere e perfino di sterminare un altro popolo». Finirà negli ultimi anni della sua vita a inveire contro «l’egualitarismo democratico», la «sovversione comunista» e la «rivolta dei neri», pronunciandosi a favore dell’apartheid e della deportazione dei popoli di colore. Ossessionato dalla «negrizzazione» degli Stati Uniti, destinata a coinvolgere presto anche l’Italia e l’Europa, si scagliò contro il rock and roll e la beat generation, i blue-jeans, il jazz, le ballerine di colore, tutte espressioni della decadenza del mondo moderno. Un altro aspetto fondamentale, presente nell’opera di Julius Evola nel dopoguerra, fu senz’altro il tentativo di condizionare gli avvenimenti politici, nonostante fosse stato costretto su una sedia a rotelle, dopo le ferite riportate a Vienna nel 1945 nel corso di un bombardamento. Il gruppo di Ordine Nuovo, strutturatosi inizialmente come corrente interna al Msi, fin dal 1954, rappresentò in un qualche modo una sua proiezione. Dopo i fatti del luglio 1960 si pronunciò con forza in favore di un colpo di Stato militare, sostenendo la necessità di «un’azione preparatoria» all’interno delle «forze sane» dell’esercito, delineando «un’ora X» in cui si sarebbero dovute occupare le sedi del Partito Comunista ed arrestare i suoi rappresentanti. A tale scopo indispensabile era, sempre secondo Evola, il sostegno degli Stati Uniti e della Nato. Propose anche un «blocco nazionale» composto da liberali, missini e monarchici. Non si limitò, in conclusione, come qualcuno ancora ci vorrebbe far credere, a rimanere nel campo dell'”utopico” e dell'”impolitico”. Dagli scritti di Evola, se opportunamente letti, si ricava un profilo ben più complesso dall’asceta indifferente al corso della storia. Decisamente qualcosa di più di un semplice “maestro spirituale”.

Saverio Ferrari

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