Lezioni dell’insurrezione irachena

Sono passati ormai numerosi giorni dall’inizio dell’insurrezione irachena, che abbiamo tutti seguito con attenzione sui giornali e sulla televisione. Le ragioni della nostra opposizione alla guerra e all’occupazione coloniale che ne è scaturita sono ogni giorno più evidenti; non possiamo, però, avere un atteggiamento superficiale ed astratto: è importante approfondire la nostra comprensione degli sviluppi concreti della situazione e trarne delle lezioni politiche. È possibile iniziare a tirare alcune conclusioni dai sanguinosi eventi dell’Iraq di queste settimane:

  1. “Guerra civile” e unità contro l’occupazione – Ci avevano raccontato che la presenza delle truppe d’occupazione in Iraq aveva tra i suoi obiettivi impedire lo scatenarsi delle rivalità etniche e confessionali, che sarebbero senz’altro sfociate in una terribile guerra civile. In realtà è stata proprio la Coalizione a guida USA (in questo assolutamente andando a braccetto con gruppi come Al Qaeda) a seminare zizzania fra sunniti e sciiti, fra arabi, curdi, turcomanni e assiri, fra questo e quel settore di ciascun gruppo etnico-confessionale. La semina tuttavia non ha portato un buon raccolto: è stato registrato (con eloquente preoccupazione!) da tutti i media padronali come la rivolta, sicuramente innescata dalle milizie del leader sciita Moqtada Al Sadr, si sia rapidamente estesa a zone sunnite del Paese (come Fallujah). La colonna di migliaia di uomini e donne che si è mossa da Baghdad per portare aiuti e sostegno alla popolazione assiedata di Fallujah sollevava striscioni e cantava slogan inneggianti all’unità di sunniti e sciiti contro gli occupanti. Le stesse milizie di Al Sadr pare abbiano raccolto adesioni anche presso i sunniti, in quanto viste in questo momento come la forza che più efficacemente ed audacemente si oppone alla strategia imperialista.
  2. Debolezza del fondamentalismo – La stampa padronale continua a caratterizzare la rivolta in corso come una specie di tentativo di colpo di Stato da parte di un gruppo estremista islamico sciita che punta ad instaurare un regime teocratico in Iraq. La stessa Miriam Mafai, polemizzando su La Repubblica contro chi (come noi) propone di collegare le celebrazioni del 25 Aprile e della Resistenza italiana con un’espressione di solidarietà verso la Resistenza irachena, chiama la lotta di liberazione in corso “una rivolta fondamentalista”. Indubbiamente esiste una componente islamica nella Resistenza irachena, e dal nostro punto di vista è inevitabile, pur in un quadro di accordi tattici militari, una differenziazione delle forze rivoluzionarie e proletarie-contadine della lotta di liberazione irachena da quelle con base religiosa. Queste forze tuttavia sono ben lontane dall’avere l’egemonia della composita Resistenza irachena e soprattutto non esiste affatto un appoggio di massa all’ipotesi di un regime teocratico, data anche la lunga tradizione laica e progressista del popolo iracheno. Basti dire che lo stesso Al Sadr ha dichiarato di non volere un regime fondamentalista in Iraq; un imam sciita di un quartiere meridionale di Baghdad appartenente al partito di Al Sadr e intervistato da La Repubblica ha dichiarato che il loro obiettivo è “uno Stato con un governo islamico ma un parlamento pluralista” di cui possano far parte tutti i partiti iracheni, compresi i comunisti. Questo la dice lunga su quanto siano isolate le posizioni fondamentaliste, se addirittura i gruppi radicali sciiti devono accettare l’idea di un parlamento liberamente eletto.
  3. Debolezza del collaborazionismo – Se ci fosse una scuola di colonialismo, una delle prime lezioni spiegherebbe l’importanza basilare, per chi voglia tenere soggiogato un Paese, del crearsi uno strato consistente di collaborazionisti: notabili locali, poliziotti locali, spioni e tagliagole locali, autorità religiose e tribali locali ecc. Naturalmente tutto questo apparato parassitario ha un costo, ma sono soldi ben spesi per i colonialisti. Il punto è che in Iraq manca precisamente questo alla “Coalizione dei Volenterosi” messa in piedi da Bush. Come bene dimostra la condizione miserevole degli abitanti della vicina Arabia Saudita, di cui porta la colpa l’aristocrazia reazionaria e collaborazionista con gli USA che domina quel Paese (che altrimenti potrebbe essere prospero e sovrano), l’imperialismo ha così poco da offrire, che nemmeno a cercarli col lumicino si trova un numero sufficiente di iracheni sufficientemente affidabili disposti a fare da cinghia di trasmissione tra i dominatori nordamericani e la società irachena. Sulla polizia irachena non si può contare e in diverse occasioni è passata dalla parte degli insorti. Nel Consiglio Provvisorio Iracheno messo in piedi dagli USA ci sono state negli ultimi giorni dimissioni a raffica, a dimostrazione di quanto questo organismo galleggi ormai nel vuoto, al punto da costringere anche i più incalliti leccapiedi a salvare la faccia (e forse anche la vita) tirandosene fuori. Le autorità religiose sciite, primo tra tutti l’ayatollah Al Sistani, su cui gli invasori facevano tanto affidamento, sono state costrette dalla pressione dal basso ad assumere una posizione molto amichevole verso il partito di Al Sadr. L’Università di Baghdad che gli USA avevano fatto riaprire come segno di normalizzazione e nella speranza di accattivarsi le simpatie almeno del ceto intellettuale più occidentalizzato, è subito entrata in lotta ed è stata circondata da carri armati statunitensi e posta sotto assedio. La Resistenza, invece, può muoversi ormai alla luce del sole, le sue azioni sono accolte con festeggiamenti pubblici in piazza, le effigi dei suoi leader sono portate senza pudore nelle sempre più frequenti manifestazioni popolari contro l’occupazione.
  4. Organizzazione della Resistenza – La Resistenza irachena appare sempre più organizzata. Quelle che erano azioni di disturbo e sabotaggio diventano sempre più una vera e propria guerra di liberazione nazionale, con caratteristiche simili alla prima Intifada palestinese, ma a condizioni enormemente più favorevoli. Negli ultimi giorni la Resistenza ha dato prova di essere capace di coordinare le proprie azioni su scala nazionale: solo il nord a maggioranza curda è stato poco toccato dall’insurrezione, che ha scavalcato i confini confessionali. Indubbiamente un ruolo catalizzatore è stato giocato dalle milizie di Al Sadr che hanno un buon livello di centralizzazione, ma il processo ha una sua dinamica che va al di là delle stesse possibilità di questo gruppo; se anche Al Sadr venisse eliminato o neutralizzato e il suo gruppo disciolto o in qualche modo ricondotto a più miti consigli (magari con intercessione iraniana), la lotta ha ormai assunto una sua sincronia su scala nazionale, soprattutto visti i grandiosi risultati delle recenti sollevazioni simultanee: Qut liberata, con gli ucraini che sono dovuti fuggire (solo l’intervento massiccio di truppe USA ha permesso alla Coalizione di riprenderne il controllo), e poi Nassiriya, Najaf, Kerbala, mezza Baghdad… qui una città è in mano agli insorti e posta sotto assedio, là il controllo occidentale è soltanto formale, in un’altra città ancora vige il coprifuoco e le truppe di occupazione non entrano nel centro (questa è grosso modo la situazione di Nassiriya). La situazione ricorda i cartelli posti dai nazisti ai confini delle zone sotto controllo partigiano durante la nostra Guerra di Liberazione: “Achtung Banditen!”, dopo questo segno non si passa. C’è almeno una differenza però: i partigiani italiani controllavano le montagne e i paesi, i partigiani iracheni controllano i quartieri centrali e popolari delle grandi città.
  5. Coinvolgimento dei lavoratori – Ora come ora la grande massa del popolo iracheno partecipa alla lotta di liberazione nazionale fondamentalmente in quanto generica “popolazione”, non ancora chiaramente come movimento operaio. Ci sono stati scioperi e movimenti con un connotato di classe, ma non hanno ancora messo il loro segno sul conflitto in atto; questo è uno sviluppo probabile e positivo della lotta, che ci aspettiamo e che metterà in campo una forza decisiva a cui gli imperialisti non potranno far fronte facilmente (anche perché non si risolve militarmente). La marcia di solidarietà con gli assediati di Falluja (tendenzialmente pacifica, ma nel corso della quale sono stati realizzati alcuni attacchi ben riusciti contro isolate forze imperialiste) è un ottimo segnale, e peraltro pone la Resistenza irachena sotto la giusta luce per raccogliere maggiore solidarietà anche da parte dei lavoratori occidentali, che sempre più si rendono conto dell’opinione di quel popolo sull’occupazione militare. È evidente che i militari italiani che rinverdiscono i fasti di Bava-Beccaris sparando sulla folla e addirittura sbriciolando palazzi con i cannoni a Nassiriya non riescono a raccogliere la stessa simpatia di quando ci venivano presentati, a novembre, come vittime innocenti del terrorismo. Inoltre quanto più la guerriglia di sabotaggio si evolve in lotta popolare di liberazione ed eventualmente in rivoluzione sociale, tanto più sono messi alle corde i gruppi di fanatici religiosi e quelli che praticano il terrorismo individuale (come Al Qaeda).
  6. Convenzionalizzazione della guerra di liberazione nazionale – Nella lotta contro l’occupazione cominciano a manifestarsi i tratti tipici di una guerra più convenzionale: ci sono leader riconosciuti che cercano di trattare col nemico, vengono ottenuti degli armistizi temporanei (anche molto favorevoli), si fanno prigionieri e si tratta per il loro scambio con i prigionieri iracheni in mano alla Coalizione… la Resistenza irachena sta scoprendo la tattica. Questo collide frontalmente con le chiacchiere che si sentivano ancora qualche mese fa, secondo le quali i guerriglieri iracheni erano pochi disperati senza futuro e destinati alla sconfitta. La stessa cattura di ostaggi occidentali, che ci viene presentata come “una barbarie” (così anche Fassino), è un passo avanti rispetto alla loro uccisione immediata ed è normale in qualsiasi conflitto di questo genere. Chi oggi piange lacrime di coccodrillo per i 4 italiani presi prigionieri e per quello che tra loro è già stato fucilato (Fabrizio Quattrocchi), finge di dimenticare che i rapiti erano mercenari (o forse agenti segreti?) al servizio delle compagnie occidentali andate ad organizzare lo sfruttamento e il saccheggio delle risorse e della forzalavoro dell’Iraq, che agivano da un lato fuori da ogni controllo politico (una vera e propria privatizzazione della guerra che ci riporta ai metodi dei conquistadores spagnoli), dall’altro in stretto contatto con i Paesi invasori e sfruttatori dell’Iraq; chi oggi parla di unità tra governo e opposizione contro il terrorismo e di necessità di fermezza contro i “banditi iracheni” (così il socialista Del Turco), finge di dimenticare anche che i rapitori hanno posto al governo italiano condizioni che sembrano del tutto ragionevoli alla maggioranza degli stessi italiani: le scuse di Berlusconi al popolo iracheno, un piano di ritiro delle truppe italiane (la maggioranza degli italiani è, come noi, addirittura per il ritiro immediato, loro si accontentavano di un “piano di ritiro”), il rilascio di alcuni prigionieri iracheni in mano al comando italiano di Nassiriya.

Queste riflessioni, volutamente lasciate sul piano analitico, devono naturalmente tradursi in concreta azione politica e nell’elaborazione di prospettive e parole d’ordine: questi saranno i temi di un prossimo articolo.

Mauro Vanetti

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