Nazionalizzata una fabbrica occupata in Venezuela!

La Venepal è un’importante fabbrica cartiera venezuelana, il cui stabilimento si trova a Moron, nello Stato di Carabobo. Su questa fabbrica ha messo le mani tempo fa la multinazionale nordamericana Smurfit, portandola rapidamente alla bancarotta. È interessante notare che anche in provincia di Pavia, a Torremenapace, esiste uno stabilimento della Smurfit che di recente è stato ceduto ad un’altra compagnia; questo perché questa multinazionale ha ovunque aperto un processo di “focalizzazione sul core-business” (solo produzione e non più trasformazione della carta), anche se fortunatamente pare che nel caso di Torremenapace la cessione dello stabilimento non dovrebbe comportare una perdita occupazionale.
Il 7 settembre scorso la Venepal è stata chiusa; gli operai l’hanno occupata chiedendone la nazionalizzazione sotto controllo operaio. Questa lotta importantissima ha raccolto una simpatia e una solidarietà su scala internazionale, al punto che quando il Presidente Chávez ha visitato Madrid ha trovato uno striscione con questa rivendicazione (versione italiana dell’appello di solidarietà).
Il 19 gennaio è successo un fatto clamoroso: è stata decretata la nazionalizzazione in regime di “cogestione statale-operaia” della Venepal. Il responsabile del sito Marxist.com, Alan Woods, ha commentato questo importante punto di svolta della Rivoluzione Venezuelana in un articolo che abbiamo tradotto e che qui pubblichiamo.

La nazionalizzazione della Venepal: che significato ha?

di Alan Woods

“Senza cedere alle illusioni e senza temere le calunnie, i lavoratori avanzati sosterranno completamente il popolo messicano nella sua lotta contro gli imperialisti. L’esproprio del petrolio non è il socialismo né il comunismo. È però una misura sommamente progressista di autodifesa nazionale. Marx, naturalmente, non considerava Abraham Lincoln un comunista; questo, tuttavia, non impedì a Marx di provare la più profonda simpatia per la lotta che Lincoln capeggiava. La Prima Internazionale inviò al presidente della Guerra di Secessione un messaggio di saluto e Lincoln nella sua risposta apprezzò grandemente questo sostegno morale.
Il proletariato internazionale non ha ragione di identificare il suo programma col programma del governo messicano. I rivoluzionari non hanno bisogno di cambiare colore, adattando sé stessi, e dandosi all’adulazione alla maniera della scuola di cortigiani della GPU, che in un momento di pericolo svenderanno e tradiranno i più deboli. Senza rinunciare alla propria identità, ogni onesta organizzazione della classe operaia dell’intero mondo, e prima di tutto in Gran Bretagna, è doverosamente tenuta ad assumere una posizione inconciliabilmente contraria ai saccheggiatori imperialisti, alla loro diplomazia, alla loro stampa e ai loro scagnozzi fascisti. La causa del Messico, come la causa della Spagna, come la causa della Cina, è la causa della classe operaia internazionale. La lotta per il petrolio messicano è solo una delle scaramucce di prima linea delle future battaglie tra gli oppressori e gli oppressi.”

(Lev Trotskij, Il Messico e l’Imperialismo Britannico, su Socialist Appeal, 25 giugno 1938)

Eventi drammatici stanno svolgendosi in Venezuela. La nazionalizzazione della Venepal col decreto numero 3438 segna una nuova netta svolta nella situazione. È un colpo contro la corrotta e marcia oligarchia venezuelana e i saccheggiatori imperialisti che le stanno dietro. Sarà accolta entusiasticamente dai lavoratori di tutti i Paesi, così come Trotskij accolse la nazionalizzazione dell’industria petrolifera messicana ad opera del Presidente Lazaro Cardenas nel 1938.
Sebbene in sé non comporti un cambiamento qualitativo nella natura di classe della Rivoluzione Venezuelana, questa misura risoluta significa certamente un passo nella direzione giusta. Indica che la classe operaia sta intervenendo nella Rivoluzione con crescente determinazione, premendo per i suoi interessi di classe indipendenti, rivendicando una rottura col capitalismo e sospingendo in avanti la Rivoluzione. Questo, e questo soltanto, può garantire la vittoria finale e decisiva.
La Rivoluzione Venezuelana è iniziata come una rivoluzione democratica nazionale che non andava oltre i confini del capitalismo e della proprietà privata. A dispetto di ciò, essa ha immediatamente sollevato l’odio e l’implacabile opposizione dell’oligarchia venezuelana e dei suoi padroni a Washington oltre che della borghesia e dei reazionari in America Latina e nel resto del mondo.
Dai suoi primissimi inizi, la tendenza marxista internazionale rappresentata da Marxist.com ha coerentemente difeso la Rivoluzione Venezuelana contro i suoi nemici. È dovere elementare di tutti i lavoratori e i progressisti ovunque nel mondo quello di difendere la Rivoluzione Bolivariana contro le cospirazioni dell’imperialismo e dell’oligarchia. Allo stesso tempo, i marxisti difendono la propria politica, le proprie idee e i propri programmi. Noi ci basiamo fermamente sul proletariato e, entro il processo generale della rivoluzione democratica nazionale, difendiamo le sue indipendenti rivendicazioni di classe. Il nostro slogan è quello di Lenin: “Marciare separati e colpire uniti!”.
Il Presidente Hugo Chávez, come Lazaro Cardenas, si è mostrato un coraggioso campione dei poveri e degli oppressi e un combattente impavido contro l’imperialismo. Finora non ha posto la questione del socialismo. Eppure, sfidando risolutamente i privilegi della classe dominante e resistendo alle pressioni dell’imperialismo, si è inevitabilmente posto in rotta di collisione con le forze della vecchia società. Ciò ha una logica e una dinamica sue proprie.
Tutta la logica della rivoluzione tende ad esacerbare le contraddizioni fra i proprietari terrieri e i capitalisti venezuelani da un lato, e dall’altro lato i lavoratori e i contadini poveri venezuelani, spalleggiati dalle masse in America Latina e dal movimento operaio mondiale. Non vedere questo fatto sarebbe di una stupidità imperdonabile. Non vedere che la battaglia deve essere combattuta fino alla fine e che può risolversi solo nella vittoria decisiva di una classe sull’altra, sarebbe cecità riformista.
Il destino della Rivoluzione Venezuelana sarà deciso dalla lotta di classe. L’esito finale non è ancora sicuro. Quello che è completamente sicuro è che l’unica forza che ha salvato ogni volta la Rivoluzione dalla sconfitta sono le masse: i lavoratori e i contadini poveri, che hanno ripetutamente dimostrato la loro lealtà incrollabile verso la Rivoluzione Bolivariana, la loro disponibilità a combattere e a fare i massimi sacrifici per difenderla contro i suoi nemici. Questa è la vera base della Rivoluzione, la sua vera forza, la sua sola speranza.
I confusionari riformisti cercano di sfumare le differenze tra le diverse classi nella Rivoluzione. Parlano del “popolo” come fosse un blocco omogeneo, quando in realtà è una vuota astrazione che nasconde una netta differenza di interessi. Cos’ha l’operaio venezuelano in comune coi capitalisti? cos’ha il contadino venezuelano in comune coi proprietari terrieri? cos’ha il piccolo negoziante venezuelano in comune coi banchieri e gli usurai?
Ad ogni svolta decisiva nella Rivoluzione, i ruoli delle diverse classi si sono manifestati. I banchieri, i proprietari terrieri e i capitalisti hanno opposto resistenza alla Rivoluzione, l’hanno sabotata e hanno cercato di rovesciarla. E chi ha salvato la Rivoluzione ad ogni fase? Sono state le masse, e in primo luogo la classe operaia, a salvare la Rivoluzione durante il golpe dell’aprile 2002, sono stati gli operai che l’hanno salvata durante la serrata padronale che era stata progettata per paralizzare e mettere in ginocchio l’economia. Infine, sono state le masse ad accorrere magnificamente in difesa della Rivoluzione nel referendum di agosto che ha inflitto un colpo mortale alla controrivoluzione.

La minaccia della controrivoluzione

Tutti questi eventi sono state grandiose vittorie che hanno dimostrato la potenza colossale delle masse una volta che si mobilitino per combattere per un mondo migliore. Abbiamo festeggiato queste vittorie, ma allo stesso tempo abbiamo avvertito che la guerra non era finito, che i nemici della Rivoluzione non erano sconfitti in maniera decisiva e che avrebbero raccolto nuovamente le forze e organizzato nuove controffensive, una dopo l’altra. Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno provato che avevamo ragione. Hanno provato che aveva torto chi si immaginava che il risultato referendario avrebbe zittito i nemici della Rivoluzione. Gli imperialisti non sono interessati neanche un po’ alle regole della democrazia formale. Vedono la Rivoluzione Venezuelana come una grave minaccia ai loro interessi più vitali e non si fermeranno finché non l’avranno distrutta. Condoleeza Rice non aveva ancora finito di insediarsi nella sua nuova carica che già aveva attaccato il Venezuela. Ciò mostra che Washington rimane intransigentemente ostile a Chávez e alla Rivoluzione Bolivariana. Le belle parole o i gesti diplomatici non saranno mai sufficienti a placare gli imperialisti statunitensi!
George Bush e i suoi alleati all’interno del Venezuela non si fermeranno di fronte a nulla per eliminare Hugo Chávez e liquidare la Rivoluzione Venezuelana. Gli unici veri alleati della Rivoluzione Venezuelana sono le masse di lavoratori e contadini poveri dell’America Latina e il movimento operaio mondiale. Il rapimento di un guerrigliero colombiano [Si tratta di Rodrigo Granda, delle FARC, rapito il 13 dicembre nella capitale venezuelana. NdT] da parte di agenti colombiani in collaborazione con elementi delle forze armate venezuelane indica ciò che era evidente a tutti tranne che al più cieco tra i ciechi: che l’imperialismo USA e le sue marionette a Bogotá non hanno abbandonato i loro intrighi contro la Rivoluzione Venezuelana.
I controrivoluzionari rimangono attivi. Nuove cospirazioni sono in incubazione. Il rapimento a Caracas ha mostrato che Washington sta ancora utilizzando i suoi burattini a Bogotá per attaccare e minare la Rivoluzione Venezuelana. I suoi agenti armati operano con impunità sul suolo venezuelano. Il fatto che siano stati aiutati da elementi all’interno delle forze armate venezuelane indica che elementi controrivoluzionari ancora esistono in seno allo Stato e stanno cospirando coi nemici della Rivoluzione in patria e all’estero.
Il potere dell’imperialismo statunitense è molto grande ma ha dei limiti ben definiti. Washington non può permettersi il lusso di intervenire militarmente in Venezuela in un momento in cui è impantanato in un conflitto che non può vincere in Iraq. Può però intervenire indirettamente, utilizzando la Colombia e l’OSA . Dopo lo scandalo del rapimento, il Perù, il Messico e il Brasile si sono tutti affrettati ad offrire i loro servizi per “mediare”, cioè per porre il Venezuela dietro il banco degli imputati per aver presuntamente permesso a guerriglieri stranieri di entrare nel suo territorio, distogliendo l’attenzione dalle attività criminali del governo colombiano, delle sue forze armate e di chi li tiene a libro paga a Washington.
Contro la potenza dell’imperialismo e dell’oligarchia, la Rivoluzione Bolivariana ha le sue potenti riserve di supporto: la potenza delle masse in lotta per i loro diritti, i lavoratori, i contadini, la gioventù rivoluzionaria e gli intellettuali progressisti. Gli imperialisti USA hanno il sostegno dei loro mercenari prezzolati in Colombia e i loro miserabili sciacalli nell’OSA. Ma la Rivoluzione Bolivariana ha punti di sostegno infinitamente maggiori – le masse oppresse nel complesso dell’America Latina e la classe operaia del mondo intero.
Proprio come Simon Bolívar capì la necessità di portare la fiamma della Rivoluzione a tutta l’America Latina, così gli eredi moderni di Bolívar hanno la medesima missione. Possono riuscire dove lui ha fallito – ad una condizione, che non si lascino ipnotizzare dal rispetto servile verso la proprietà privata, verso la legalità borghese e verso lo Stato nazionale.

Serve chiarezza!

I marxisti genuini (in contrapposizione ai chiacchieroni settari) hanno energeticamente sostenuto la Rivoluzione Venezuelana. Un sostegno al governo Chávez contro l’imperialismo e l’oligarchia controrivoluzionaria, però, non vuol necessariamente dire accettazione acritica di tutto ciò che viene fatto a Caracas. Come ogni rivoluzione vittoriosa, la Rivoluzione Bolivariana ha attratto un gran numero di “amici” e ammiratori – alcuni dei quali ancora ieri erano i suoi critici più aspri. Questi sono amici della domenica che volteranno le spalle alla Rivoluzione nel momento in cui si trovasse in difficoltà. Con “amici” come questi non c’è bisogno di nemici!
Questi “amici del Venezuela” producono un coro costante di lodi e adulazione. Insistono che non dovremmo criticare il governo ma semplicemente annuire e dargli ragione. I lavoratori e i rivoluzionari del Venezuela non hanno bisogno di servilismo. Come disse una volta Lenin, le chiacchiere, la retorica e il servilismo hanno rovinato più di una rivoluzione. Quel che serve è un giudizio onesto e franco sulla Rivoluzione, sui suoi punti di forza e sulle sue debolezze, sui suoi successi e sui suoi fallimenti. Solo sulla base di un’onesta discussione la Rivoluzione può imparare ed avanzare. Quel che serve è la chiarezza.
Purtroppo, il programma dei bolivariani non è sempre chiarissimo. Anche le misure attualmente prese in rapporto alla Venepal non sono interamente chiare. Il governo ha detto che investirà molto denaro nell’azienda allo scopo di renderla autosufficiente. Lo Stato ne sarà il proprietario all’inizio ma ci sono indizi che in seguito sarà consegnata ai lavoratori sotto forma di cooperativa, come pagamento per i salari arretrati che sono loro dovuti. Si è anche parlato di cogestione tra i lavoratori e lo Stato (il che potrebbe significare tutta una gamma di cose diverse, da una rappresentanza dei lavoratori nel consiglio d’amministrazione fino al controllo operaio ecc.).
È necessario chiarire tutte queste questioni ed aprire un dibattito sulla direzione futura che sarà presa non solo dalla Venepal ma dalla stessa Rivoluzione Bolivariana. In questo dibattito i marxisti daranno un sostegno critico ai dirigenti della rivoluzione democratica nazionale. Diremo: “Questo è un inizio, un inizio importante – ma solo un inizio. La nazionalizzazione della Venepal va benissimo, per quel che significa. Ma non significa ancora abbastanza. Una rondine non fa primavera e un’impresa nazionalizzata non fa una rivoluzione socialista. Per vincere, ad ogni modo, la rivoluzione democratica nazionale deve trasformarsi in una rivoluzione socialista”.
Nonostante questo, è necessario vedere l’altra faccia della questione. La vera forza di Hugo Chávez e della Rivoluzione Bolivariana è che ha rimesso in piedi le masse. Una volta che la classe operaia entra nell’arena della lotta, acquisisce una sua dinamica e un suo proprio movimento. La forza del movimento rivoluzionario in Venezuela non sta nella sua comprensione della teoria ma nella sua pratica quotidiana. I suoi atti parlano più forte delle sue parole. Le sue azioni surclassano di gran lunga la sua coscienza. Presto o tardi, però, le masse diverranno coscienti del vero significato delle loro azioni; arriveranno a capire la necessità oggettiva di una rottura radicale col capitalismo. I recenti discorsi del Presidente Chávez ne sono una già un’anticipazione.
Marx una volta fece notare che, per le masse, un passo avanti reale vale cento programmi giusti. Anche Lenin disse che per le masse un’oncia di pratica vale una tonnellata di teoria. La classe operaia, in Venezuela, in Gran Bretagna o in Russia, non impara dai libri, ma dall’esperienza. “La vita insegna” dice un proverbio russo. I lavoratori apprendono dagli eventi, specie dai grandi eventi come la Rivoluzione Venezuelana. Stanno imparando in fretta attraverso la partecipazione attiva. È stata la pressione dei lavoratori dal basso che ha portato alla nazionalizzazione della Venepal, e questo a sua volta rafforzerà la tendenza verso la statalizzazione delle forze produttive, verso una rottura col capitalismo, verso un piano democratico socialista di produzione.

“L’appetito vien mangiando”

C’è un vecchio proverbio: “L’appetito vien mangiando”. La nazionalizzazione della Venepal è un grande passo avanti. Il suo grande merito è che ha rotto il ghiaccio e aperto la diga. I lavoratori porranno delle domande: perché la nazionalizzazione dovrebbe limitarsi a fabbriche fallite o che minacciano di chiudere? perché lo Stato dovrebbe sempre nazionalizzare le perdite e privatizzare i profitti? Affinché le imprese nazionalizzate siano vitali, dovrebbero far parte di un piano generale di produzione; ciò non sarà possibile finché sezioni chiave dell’economia, come il sistema bancario e creditizio, rimangono in mani private.
L’argomentazione secondo cui la Rivoluzione Bolivariana non deve andare oltre i confini del capitalismo, deve rispettare la proprietà privata e così via, è a volte portata avanti da certi leader bolivariani. Viene presentata come un punto di vista “realistico”, in contrapposizione alla presunta “utopia” del socialismo. In verità, questo argomento è esso stesso la forma più miserabile di utopismo. L’idea che la Rivoluzione debba confinarsi entro la ferrea camicia di forza del capitalismo è un vuoto formalismo. La vita ci insegna una cosa diversa! Ad ogni passo questa argomentazione confligge con le richieste della realtà. I padroni esprimono il loro odio amaro contro la Rivoluzione, sabotano la produzione, licenziano lavoratori, condannano le loro famiglie alla fame e cospirano con l’imperialismo e la controrivoluzione. I lavoratori lo sanno molto bene. Non possono capire come gli interessi della Rivoluzione possano essere serviti conciliandosi coi suoi nemici, permettendo loro di mantenere la loro stretta sui punti nevralgici dell’economia nazionale. Per tutte queste ragioni i lavoratori stanno rivendicando la nazionalizzazione e il controllo operaio. Desiderano aiutare il governo bolivariano a combattere contro i suoi nemici, cacciando via i proprietari terrieri e i capitalisti, concentrando il potere nelle mani dei soli che hanno veramente a cuore l’interesse della Rivoluzione – gli operai e i contadini e i loro alleati naturali, i poveri delle città, la gioventù rivoluzionaria, i soldati, le donne e il ceto intellettuale rivoluzionario.
Una volta che il potere economico della borghesia fosse spezzato, una volta che la terra, le banche e le industria fossero nelle mani dello Stato, sarebbe possibile mobilitare tutta la capacità produttiva della nazione in un’economia socialista comune, democraticamente pianificata. Molto rapidamente sarebbe possibile vincere la guerra contro la povertà e la miseria, innalzare l’intero Paese ad un livello nuovo e più elevato.
Il movimento bolivariano ha molti punti di forza, e anche un certo numero di importanti debolezze. La debolezza principale del movimento bolivariano è la sua mancanza di teoria. La teoria occupa nelle rivoluzioni il posto che la strategia militare occupa nella guerra. Una strategia sbagliata in guerra condurrà inevitabilmente ad errori nella tattica e nelle operazioni pratiche. Comprometterà il morale delle truppe e porterà ad ogni tipo di passo falso, di sconfitta e di perdite innecessarie di vite umane.
È la stessa cosa in una rivoluzione. Gli errori nella teoria presto o tardi si rifletteranno in errori nella pratica. Uno sbaglio nella vita quotidiana può spesso essere rettificato. Gli sbagli nella vita d’ogni giorno non sono di solito faccende di vita o di morte; ma le rivoluzioni sono lotte per la vita o per la morte e gli errori possono essere pagati molto cari. Il compito della Corrente Marxista Rivoluzionaria Venezuelana è fornire la necessaria chiarezza teorica e programmatica, non pontificando da bordo campo, ma partecipando con energia al movimento, combattendo in prima fila e spingendolo in avanti in ogni fase.

Imperialismo e capitalismo

Il problema centrale che affronta non solo la Rivoluzione Venezuelana bensì il popolo del mondo intero sono l’imperialismo e il capitalismo. Gigantesche corporation stanno tentando di controllare tutto il mondo e di saccheggiarlo per il proprio profitto. Sono sostenute dai grandi prepotenti imperialisti, in primo luogo gli USA, che godono di un potere senza precedenti e lo usano per fare e disfare governi ed assoggettare interi Paesi e continenti al proprio volere. Nessuno dei problemi che stanno di fronte alle masse può essere risolto senza una lotta a tutto campo contro il capitalismo e l’imperialismo.
È impossibile raggiungere i nostri fini senza una rottura radicale col capitalismo. Per risolvere problemi come la disoccupazione o la mancanza di abitazioni e scuole è necessario che il governo introduca la pianificazione economica – che delinei un piano economico basato sui bisogni della maggioranza, non sul profitto di una minoranza. Ma non si può pianificare quello che non si controlla e non si può controllare quello che non si possiede. Nella misura in cui la terra, le banche e la grande industria rimangono in mani private, non è possibile alcuna soluzione.
Questa è la sfida centrale che la Rivoluzione Venezuelana deve affrontare oggi. La Rivoluzione è iniziata, ma non è finita. A dire il vero, la sua missione principale è ancora incompiuta. Qual è il problema centrale? Solo questo: che numerose leve economiche chiave rimangono nelle mani dell’oligarchia venezuelana.
Il problema qui è sia economico sia politico. L’oligarchia non si riconcilierà mai con la Rivoluzione. Sebbene finora la sua proprietà sia stata a mala pena sfiorata, sebbene goda ancora della sua ricchezza e dei suoi privilegi, sebbene tenga ancora stretti nelle sue mani potenti mezzi di comunicazione come i principali quotidiani e canali televisivi, che usa per vomitare un torrente quotidiano di immondizia, menzogne e calunnie contro il governo democraticamente eletto – a dispetto di tutto questo, essa non è soddisfatta; e non sarà mai soddisfatta finché non avrà rovesciato il governo e schiacciato le masse sotto i suoi piedi. Il controllo operaio è un grandioso passo avanti e dobbiamo incoraggiarlo. Sfida il “sacro” diritto di gestione dell’industria dei capitalisti e dei buocratici, dando agli operai un’inestimabile esperienza nell’amministrazione e nel controllo che potrà essere messa a buon frutto in un’economia pianificata socialista. Tuttavia, nella misura in cui gli elementi chiave dell’economia restano in mani private, nella misura in cui non c’è una genuina economia nazionalizzata pianificata, l’esperienza del controllo operaio avrà inevitabilmente un carattere parziale, unilaterale e insoddisfacente.
Il Presidente ha detto ieri che l’esproprio della Venepal è stata una misura eccezionale: “Non porteremo via la terra, se è vostra è vostra”. Tuttavia ha pure detto che “le fabbriche chiuse o abbandonate, le prenderemo. Le prenderemo tutte quante”; e ha aggiunto: “Invito i dirigenti operai a proseguire su questa strada”. Queste parole non cascheranno nel vuoto. Gli operai in altre fabbriche occupate le prenderanno come segnale per mobilitarsi e rivendicare che il governo bolivariano espropri i loro padroni. Questa è la strada giusta! Ciò che è necessario fare è nazionalizzare la terra, le banche e quanto è rimasto della grande industria privata. Questo ci permetterà di pianificare l’economia e mobilitare le forze produttive a beneficio della maggioranza della popolazione. Hugo Chávez si è candidato in due elezioni e ha ottenuto una sostanziosa maggioranza in entrambe. Ha un’ampia maggioranza in parlamento. Ha ottenuto una vittoria schiacciante nel referendum. Cosa può fermare ora il governo dall’introduzione di una legge d’emergenza (decreto legge) che nazionalizzi la proprietà dell’oligarchia? Sarebbe possibile spiegare al Paese in televisione le ragioni per farlo (e ci sono numerose buonissime ragioni). Allo stesso tempo, si dovrebbe fare appello agli operai e ai contadini a non aspettare il parlamento (che tende ad essere lento) ma ad intraprendere azioni immediate, occupando le terre e le fabbriche.

Dialettica e Rivoluzione

Il marxismo è basato su un metodo ben definito – il metodo dialettico. Esso spiega che ogni processo inevitabilmente arriva ad un punto critico (per usare un’espressione della fisica) in cui la quantità si trasforma in qualità. Questa è l’essenza di una rivoluzione. C’è un punto preciso dove il potere della vecchia classe dominante viene decisivamente sgretolato e il corso dell’intera situazione cambia. Se e finché questo punto non è raggiunto, la Rivoluzione non può dirsi compiuta.
Le teste quadre settarie si sono lamentati perché noi diciamo che c’è una rivoluzione in Venezuela. Questa gente parla un sacco di rivoluzione ma non hanno la minima idea di cosa sia una rivoluzione. Quando una rivoluzione ha effettivamente luogo proprio davanti ai loro occhi non riescono neppure a vederla! Il fatto che per parecchi anni milioni di operai e contadini si siano mobilitati per riprendersi la vita e il destino nelle proprie mani, combattendo la reazione nelle strade, nelle fabbriche, sui campi e nelle caserme – tutto questo passa completamente sopra le loro teste. Si rintanano nelle loro biblioteche a scrivere articoli “colti” con citazioni di Lenin e di Trotskij. Non volendo disturbare il loro beato stato di trance, li lasceremo in pace e continueremo col compito pressante di intervenire effettivamente nella Rivoluzione.
In Venezuela possiamo dire definitivamente che la Rivoluzione è cominciata, ma possiamo dire che si è completata? possiamo dire che c’è stato un cambiamento decisivo nelle relazioni di proprietà e nello Stato al punto che non si possa più tornare indietro? Alcuni hanno effettivamente detto questo. Ma questo punto di vista nono solo è sbagliato ma è anche irresponsabile e nocivo alla causa rivoluzionaria. Lo stesso Hugo Chávez l’ha respinto quando, in mia presenza, ha paragonato la Rivoluzione Venezuelana al mito di Sisifo nella leggenda greca. Le masse si impegnano e si sforzano spingendo un pesante macigno in cima alla collina, solo perché sia poi risospinto indietro prima che la vetta sia riaggiunta. Questa analogia è abbastanza corretta. La Rivoluzione Venezuelana non è ancora irreversibile. Nonostante tutti gli sforzi eroici delle masse, nonostante anche le loro indubbie conquiste, il macigno può ancora rotolare giù dalla collina, stritolando molte vite nella sua corsa. Il punto del cambiamento qualitativo non è ancora stato raggiunto in Venezuela e non sarà raggiunto finché non si stringono le redini e si espropriano i proprietari terrieri e i capitalisti. La nazionalizzazione della Venepal è un passo importante in questa direzione. Ora altri passi, ancora più decisivi, sono necessari.
Il Presidente Hugo Chávez ha costantemente mostrato un infallibile istinto rivoluzionario. Si è sforzato di esprimere gli istinti rivoluzionari delle masse. Questa è la sua grande forza! Lo ha dimostrato ancora una volta con la nazionalizzazione della Venepal. Tuttavia, ai vertici del movimento bolivariano c’è gente di ogni tipo. Il Presidente è circondato da consiglieri, i quali non sono tutti dei fermi rivoluzionari. Non tutti loro condividono la fiducia del Presidente nelle masse; hanno un’inclinazione verso il compromesso, le concessioni, il cosiddetto “realismo” – cioè, tendono verso politiche che, se accettate, minerebbero la Rivoluzione e la farebbero naufragare completamente.
Nel suo discorso alla cerimonia di firma del decreto, Chávez ha detto: “Qui stiamo creando un nuovo modello, ed ecco perché a Washington sono arrabbiati… il nostro modello di sviluppo implica un cambiamento nell’apparato produttivo. La classe operaia dev’essere unita, deve imparare e deve partecipare”; ha detto correttamente che il capitalismo è un modello basato sulla schiavitù “ed ecco perché a Washington sono arrabbiati, perché vogliamo liberarci dal capitalismo, così come erano arrabbiati molti anni fa per le idee del Liberatore Simon Bolívar”.
Egli ha aggiunto che qualcuno potrà essere infastidito da quanto sta avvenendo in Venezuela, ma “continuerà ad essere infastidito dal processo rivoluzionario, perché nessuno ci toglierà da lì”. Questo è il tipo di guida che le masse stanno cercando! Non ha niente in comune con i provvedimenti cauti e codardi proposti dai riformisti. La Rivoluzione non può fermarsi a metà strada! Deve andare da un atto di forza a un altro, infliggendo colpi ai suoi nemici, oppure fallirà.
Il Presidente Chávez ha detto anche che “il ruolo dei lavoratori in questo modello è fondamentale e questa è la differenza tra questo modello e il modello capitalista”; ha enfatizzato che “è necessario cambiare i rapporti produttivi”. “Il capitalismo vuole annichilire i lavoratori… qui noi stiamo portando avanti un processo di liberazione dei lavoratori, ecco perché sono infastiditi a Washington”. La liberazione dei lavoratori dalla schiavitù capitalista è possibile solo attraverso una fondamentale alterazione nei rapporti produttivi – ma questo non può significare altro che la rivoluzione socialista.
Ciò è mille volte vero; ma è necessario trarne tutte le conclusioni. La Rivoluzione Venezuelana sta già entrando in conflitto con le ristrette limitazioni del capitalismo; non può accettare queste limitazioni: deve o aprircisi un varco attraverso, strapparle e dirigersi con risolutezza lungo un nuovo corso, o altrimenti sarà infine costretta ad una ritirata e alla sconfitta.
Come ha fatto notare ieri Jorge Martin, le misure di nazionalizzazione devono essere estese a tutti i settori dell’economia che sono sotto monopolio e controllo imperialista, come il sistema bancario (in cui la parte del leone è nelle mani di due multinazionali spagnole), il settore delle telecomunicazioni (nelle mani di multinazionali statunitensi), il settore della distribuzione alimentare (nelle mani di un paio di compagnie venezuelane possedute da noti golpisti) e altri.
Lavoratori del Venezuela! Prendete la strada della lotta! Occupate le fabbriche imponendo il controllo operaio! Chiedete che siano nazionalizzate! Cacciate i padroni controrivoluzionari! La Rivoluzione Venezuelana trionferà come rivoluzione socialista o non trionferà affatto.
La questione è posta nero su bianco: chi prevarrà? Ci sono solo due possibilità di fronte al popolo del Venezuela: o la Rivoluzione eliminerà il potere dell’oligarchia, e allora spargerà la rivoluzione al resto dell’America Latina, o l’oligarchia, insieme all’imperialismo statunitense, eliminerà la Rivoluzione. Non è possibile una terza via.

Londra, 21 gennaio 2005

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