Pablo Genova: lettere a Liberazione

In questo documento riporto alcune lettere che ho inviato al nostro quotidiano comunista, sui più svariati argomenti. La versione che riporto qui è quella originale (generalmente la versione pubblicata è tagliata in alcune sue parti). Penso che sia importante inviare lettere a Liberazione, spesso vengono pubblicate e in questo modo emergono le infinite anime del nostro Partito.

Pablo Genova

I finti radicali

Caro compagno Curzi,

leggo su Liberazione di oggi (1/11/2003) che i “radicali” rappresentano una versione “illuminata del pensiero liberale”.
Quindi le proposte reazionarie dei radicali italiani come l’abolizione del sistema sanitario nazionale, l’attacco costante ai sindacati, la strenua difesa della deregulation che costantemente Capezzone & Co. fanno – posizione che in Inghilterra è stata sostenuta ed attuata dalla Thatcher e negli USA da Reagan – sarebbero il liberalismo illuminato??
(mi sembra piuttosto tetro capitalismo selvaggio del peggior stile anglosassone). Penso che i comunisti non debbano perdere la bussola costituita dalla lotta di classe (noi siamo con i lavoratori, loro sono con i padroni). Su tutte le principali questioni economiche i radicali italiani di oggi hanno una posizione reazionaria (nient’affatto illuminata, i cattolici progressisti sono dei rivoluzionari rispetto a Della Vedova). Non possiamo quindi sdoganarli e osannarli soltanto perché si sono spesi per l’antiproibizionismo o per i diritti civili. Pensiamo davvero che l’anticlericalismo dozzinale condito con Freheitsbravaden [bravate di libertà (Marx)] possa costituire un buon metodo per difendere i lavoratori? Del resto Carlo Marx e Federico Engels non erano né liberali né libertari (bisogna ricordarlo? lo facciamo davvero il ritorno a Marx o è un modo di dire??).
Ma i veri radicali (“am radikalsten”, nel modo più radicale, si dice nel Manifesto) erano loro, come la storia ha ampiamente dimostrato…

Pablo Genova
Giovani Comunisti, Pavia

Che Fazia tosta!

Caro compagno Curzi,

apprendo dalla televisione che il banchiere Fazio sostiene che i dipendenti pubblici (funzionari dello Stato) non devono essere mossi dall’arricchimento e dal denaro, ma da più alti valori culturali e morali.
Quale scoperta? (io stesso sono pagato precariamente dallo Stato per compiere ricerche scientifiche, non per arricchirmi personalmente).
Ma perché solo quelli pubblici e non l’umanità intiera?
E perché allora non dà il buon esempio (cristiano) tagliandosi il suo stipendio miliardario?
La risposta è, a mio modesto avviso, semplice: egli appartiene alla stirpe boiarda, dura a morire, tanto brava a tirar fuori motivi morali quanto scaltra nel difendere i suoi privilegi in barba a questi stessi principi. Se un dipendente pubblico, onesto servitore dello Stato, chiede un aumento del suo modesto stipendio (o della sua pensione) ecco che saltano fuori i sacri principi morali, quando invece si tratta degli stipendi di lorsignori, padroni e banchieri, “altissimi silenzi e profondissima quiete”, perché in tal caso il vero dio che comanda, quello più potente, si chiama Capitale, col suo figlio Profitto e mediante lo spirito santo Mercato.

Timeo Danaos et dona ferentes.

Pablo Genova
Giovani Comunisti, Pavia

La storia secondo Bobo

Caro compagno Curzi,

ho letto su Liberazione del 29 Novembre che Bobo Craxi dice ad Alessandra Mussolini: “A lei che è democratica e libertaria [sic] ho detto garbatamente che dovrebbe precorrere a ritroso il cammino di suo nonno, quando, prima della stagione diciannovista, era direttore dell’Avanti, un socialista libertario [sic]”.
A quanto pare non c’è limite alla decenza tra i figli di Craxi e i nipoti di Mussolini…
Al di là della battuta, ci vogliono far credere che Mussolini all’inizio era bravo e lo stesso vale per Craxi (meglio di Berlinguer secondo Fassino).
Naturalmente la storia, quella realmente accaduta, non si presta a così disinvolti stiracchiamenti…
E mi piacerebbe sapere in cosa consista il socialismo libertario del primo Novecento… (P. Gobetti cercava di coniugare liberalismo e socialismo, ma vedeva appunto nel Grande Ottobre la vera rivoluzione liberale da imitare…)

Pablo Genova
Giovani Comunisti, Pavia

Anticomunismo in Europa orientale (e non solo)

Caro compagno Curzi,

ho appreso dal sito dell’Ernesto (che citava una informativa del PKE) che il vicepresidente del Partito dei Lavoratori Ungherese, comp. Attila Vajnai, è sotto processo per aver indossato una spilletta recante la gloriosa Stella Rossa.
In Ungheria, oggi, è addirittura vietato esporre i simboli del comunismo, dei lavoratori e del movimento operaio. E’ chiaro che una simile situazione (analoga a quanto succede ad esempio in Cechia) rasenta il fascismo ed è vergognoso che Romano Prodi sia favorevole a simili leggi anticomuniste.
Io, che pure sono giovane, ritengo che per quanto grandi possano essere stati gli errori dei partiti comunisti dei paesi in transizione al socialismo, non si può accettare la cancellazione delle conquiste che questi stessi partiti insieme con i lavoratori di tali paesi hanno saputo compiere.
In fondo con queste leggi gli Ungheresi rinnegano la loro stessa Storia – non dimentichiamo Bela Kun e la repubblica sovietica d’Ungheria – o forse rievocano sinistramente i loro trascorsi fascisti (il controrivoluzionario fascista Horty ed il suo regime) successivi al trionfo della controrivoluzione e poi fortunatamente spazzati via dalla liberatrice Armata Rossa.
Nell’Europa che vogliamo, dobbiamo almeno avere la libertà di esporre i nostri simboli, tra cui la Stella Rossa, che sono simboli di libertà, di lavoro, di lotta allo sfruttamento, di lotta strenua contro i padroni, contro il fascismo…

Pablo Genova
Giovani Comunisti, Pavia

Sulle forme di lotta, differenza tra resistenza e terrorismo

Caro compagno Curzi,

volevo sottolineare l’importanza della precisazione fatta ieri (17/12/2003) dal compagno Losurdo sulla distinzione tra violenza indiscriminata e resistenza armata all’aggressore.
A mio avviso è fondamentale per noi comunisti saper distinguere le due cose: un conto è un kamikaze che si fa esplodere in una discoteca o in un mercato colpendo obiettivi civili, gratuitamente e senza reale vantaggio per il suo popolo o peggio ancora attentati di matrice fondamentalista religiosa nei luoghi di culto – per non parlare delle forme di lotta terroristiche utilizzate dai fondamentalisti ceceni che colpiscono indiscriminatamente i lavoratori russi, già duramente provati dal capitalismo mafioso-oligarchico -; ben altra cosa è invece la scelta di combattere con le armi l’aggressione illegittima ed imperialistica degli Stati Uniti d’America, i loro alleati e i governi fantoccio da loro insediati.
E’ chiaro che se ci si converte al pacifismo assoluto si finisce per rigettare ogni violenza, ma questa non è la posizione comunista classica, che deve saper distinguere tra le varie forme di lotta a seconda delle circostanze storiche concrete (vedi lotta partigiana di liberazione dell’Italia dal nazifascismo).

Pablo Genova
Giovani Comunisti, Pavia

Contro il pacifismo assoluto

Caro compagno Curzi,

noto che va per la maggiore nel nostro partito una nuova ideologia, l’ideologia della non violenza, secondo cui d’ora in poi in ogni circostanza storica che si presenterà ed in ogni luogo della Terra si deve rifiutare l’uso della forza e della violenza, e addirittura si devono bandire dal lessico politico termini come battaglia, guerra di posizione, tattica, strategia schieramento, lotta etc. etc., un vero e proprio pacifismo assoluto. Mi auguro che il nostro partito abbia ancora una coscienza comunista sufficientemente salda da saper rigettare questa visione schematica ed antistorica. Dobbiamo forse ricordare che il riformista Turati, nell’Inno dei Lavoratori, scriveva “guerra al regno della guerra” e che J. Jaurés (anche lui socialista) diceva che il capitalismo porta con sé la guerra come le nuvole portano con sé la tempesta? Come ci insegna la migliore tradizione politica comunista, le forme di lotta variano al variare delle forze in campo, della situazione concreta, senza assoluti astorici ed imperativi etici astratti (siamo infatti marxisti e non kantiani). Altrimenti si finirà inesorabilmente per condannare, in nome del pacifismo assoluto, parti nobili ed importantissime della nostra storia, quali ad es. la Resistenza e in generale le grandi rivoluzioni (compresa quella borghese francese, tutt’altro che pacifica e non violenta) e soprattutto si avranno scarse possibilità di incidere seriamente in determinate situazioni, che possono richiedere forme di lotta diverse da quelle non violente. Naturalmente, qui ed ora (oggi come oggi, in Italia ed in Europa), il terreno di lotta è quello democratico e non violento, ma ad es. in Irak è diverso e dobbiamo sempre essere preparati al peggio (se dovesse tornare il fascismo…).

Pablo Genova
Giovani Comunisti, Pavia

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