Quale alternativa a Berlusconi? Non il ”liberismo buono”

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Ma il liberismo buono non esiste

Nell’intervista sul “manifesto” del 10 agosto del responsabile economico dei Ds Pierluigi Bersani, emergono tutte le debolezze e le contraddizioni della parte moderata dell’Ulivo rispetto alla politica economica del governo Berlusconi. Dura è, naturalmente, la denuncia del fallimento della destra. Il vuoto di risultati, le promesse mancate, la confusione e l’incompetenza della compagine governativa sono sotto gli occhi di tutti: il governo ha finito col farsi ingannare dalla propria stessa propaganda. La favoletta liberista secondo la quale basterebbe ridurre i diritti del lavoro e la spesa sociale, e allo stesso tempo diminuire le tasse ai ricchi e alle imprese per rimettere in moto lo sviluppo non funziona più. L’economia italiana dunque se la passa peggio di gran parte di quelle dei paesi più ricchi proprio per la dabbenaggine e le incapacità del governo Berlusconi. Tuttavia la crisi italiana avviene in un contesto recessivo o di stagnazione di carattere mondiale e se non si coglie questo dato non è possibile neppure costruire una ricetta efficacemente alternativa a quella della destra.

Qui però c’è il vuoto nell’intervento dell’esponente dei Ds. Alla denuncia della destra si contrappone semplicemente l’esaltazione del buon governo passato mentre si ammicca la rinnovata disponibilità delle imprese a interloquire con il centro sinistra. Si dimenticano così due nodi di fondo, il primo che la critica della Confindustria al governo Berlusconi è oggi, sostanzialmente, “da destra”, i vincoli di Maastricht e del patto di stabilità impediscono quelle manovre sulla moneta, sul deficit pubblico, quelle forme più o meno mascherate di sostegno alle imprese, che nel passato hanno permesso al sistema industriale di reggere sul fronte della competizione mondiale. E infatti, e qui c’è il secondo nodo, sono anni che il sistema industriale italiano si allontana da quello dei paesi più avanzati, sono anni che c’è un progressivo sganciamento dell’Italia dal pacchetto di testa dei paesi più ricchi e forti. La Confindustria sa bene tutto questo e chiede al governo di recuperare danaro fresco per finanziare le imprese, tagliando brutalmente sanità, pensioni e ciò che resta delle prestazioni sociali.
Mi pare evidente che se si dovesse oggi realizzare una crisi di governo e dovessero prevalere le forze neocentriste, quelle vicine alle imprese più importanti, il risultato sarebbe una politica più accettabile sul piano dei principi liberali, ma ben più a destra sul piano sociale. Si fa fatica a capire quale sia in questo contesto il disegno prevalente nel centro sinistra. Manca infatti qualsiasi esame critico delle scelte da esso compiute nel passato.

Lo sganciamento dell’Italia dai sistemi industriali più avanzati viene da lontano, non è colpa di Berlusconi. Si è lasciata morire l’Olivetti, si è smantellata l’Italtel, si sono liquidate le partecipazioni statali, si è usciti da molti settori strategici, dalla chimica alla automazione, si è rinunciato per anni a fare politiche industriali mirate alla crescita della ricerca e degli investimenti di qualità. Solo due anni fa esponenti del centro sinistra si vantavano che le privatizzazioni italiane fossero più consistenti di quelle realizzate dalla signora Thatcher. Se è vero, come dice Bersani, che la destra ha puntato tutto, fallendo, sugli “spiriti animali” del capitalismo è altrettanto vero che la sinistra moderata ha puntato sul senso di responsabilità industriale delle imprese, fallendo anch’essa.
Ora la crisi si aggrava, tra breve l’ultima grande impresa italiana, la Fiat, cesserà di esistere nella forma con la quale l’abbiamo conosciuta, e tuttavia dal centro sinistra non vengono neppure quelle spinte pragmatiche che hanno portato il presidente francese Chirac a intervenire a sostegno del gruppo Alsthom.

Insomma, si contrappone al liberismo confuso e pasticcione del centro destra il liberismo serio, responsabile, concertato del centro sinistra. Si continua a riproporre la politica dal cui fallimento è emersa vittoriosa la destra barbara che conosciamo. E’ bene allora dirsi che senza rimettere in campo nuovi parametri e nuove coordinate di politica economica e sociale, se non si ha il coraggio di proporre una politica economica e sociale fondata su un rinnovato intervento pubblico, non ci sarà alternativa vera alla destra.

da Liberazione del 12 agosto 2003

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