Rousseau e l’illuminismo dimenticato.

Da oggi in libreria l’introduzione di Alberto Burgio alla principale opera politica di Rousseau. Questa recensione è stata pubblicata su Liberazione del 18/4/2003.

La modernità del contratto sociale

Dai tanti giudizi espressi su Rousseau – ora assunto come massimo riferimento della teoria della sovranità assoluta del popolo, ora invece come ispiratore della democrazia totalitaria – si potrebbe dedurre la statura di un pensatore che per primo ha indagato la potenza della politica nella società moderna, ma anche i rischi in essa inscritti. Ed è, appunto, il tentativo di mettere a punto un dispositivo politico in grado di difendere la modernità dai suoi stessi pericoli – di regressione plebiscitaria e trionfo degli interessi particolari su quelli generali – la principale chiave di lettura applicata al filosofo francese da Alberto Burgio, autore di una introduzione all’edizione tascabile del Contratto sociale, in uscita oggi per i Classici dell’Universale Feltrinelli.
Il Contrat social vede la luce ad Amsterdam nell’aprile del 1762, dopo un periodo di gestazione lungo una decina d’anni. Non a caso il problema fondamentale della politica è individuato da Rousseau nel compito di conciliare l’interesse generale – la “giustizia” – con la legittima pretesa di ciascun individuo di difendere il proprio interesse particolare. Questo tema teorico trova una corrispondenza nel contesto storico della Francia attraversata, nella metà del XVIII secolo, dalla perdita della supremazia economica e militare, e dalla crisi strutturale dell’ancien régime. La rigidità dell’assetto feudale nella proprietà fondiaria, sommata al perdurare del dominio dell’alta nobiltà e del clero, impediscono la trasformazione in senso moderno delle strutture produttive.
Il paese è bloccato nello stallo dei conflitti corporativi tra opposti egoismi di ceto e di fazione: corona, aristocrazia, grande borghesia terriera e borghesia “delle arti e dei mestieri”. Una teoria politica deve anzitutto affrontare il nodo di come sia possibile “associare – scrive Rousseau nel proemio del primo Libro – ciò che il diritto permette con ciò che l’interesse prescrive, perché la giustizia e l’utilità non si trovino mai separate”. L’abolizione di questa distanza tra ciò che l’individuo si rappresenta soggettivamente come proprio interesse e il bene oggettivo della collettività, segna per Rousseau il rifiuto di una concezione utopica della politica e la scelta di prendere “gli uomini come sono”, orientati verso il proprio egoismo e la propria autonomia. Ma è proprio in virtù di una scelta così radicale che il prevalere dell’arbitrio è presente come rischio potenziale, in agguato ogni qualvolta la comunità debba procedere alle proprie deliberazioni politiche. “Il problema – riassume Burgio – consiste nell’evitare che l’individualismo agisca come vettore di prevaricazione, il che sortirebbe due effetti perversi: trasformerebbe la legittima cura di sé in un fattore di dissoluzione della comunità civile, e renderebbe inevitabile una declinazione particolaristica dell’individualismo stesso”, vale a dire, la dominanza degli interessi di alcuni impedirebbe a una parte della comunità di perseguire i propri. “In questo senso si può dire che scopo del Contrat è proteggere la modernità da se stessa, individuando un antidoto al suo male più caratteristico: appunto quel contrasto degli interessi privati che, se ha reso necessaria l’istituzione delle società, ne minaccia tuttavia senza posa la sopravvivenza”.
Né la soluzione potrebbe consistere semplicemente in un ritorno al primitivismo, dal momento che non è possibile prescindere dalla dimensione dell’interesse individuale che la modernità ha spinto al suo massimo sviluppo. Si tratta, invece, di mettere a punto un dispositivo politico capace di assicurare “la generalizzazione della salvaguardia degli interessi particolari e, per ciò stesso, la loro convergenza con l’interesse generale”. E’ in questa prospettiva che il filosofo francese recupera la tradizione del contrattualismo giusnaturalistico, filtrata attraverso le opere di Hobbes e Locke.
Il “contratto sociale” ha la funzione di mediare il passaggio tra la condizione prepolitica dello stato di natura e l’istituzione di un ordine politico e sociale, “la cui legittimità è vincolata al rispetto delle clausole stabilite nel patto” tra gli individui. Ma è anche una rottura rispetto a tale tradizione quella che Rousseau opera quando nega che le medesime leggi valide nello stato di natura possano esserlo anche nella comunità politica. Nel contratto sociale va piuttosto riconosciuta una cesura antropologica che trasforma l’individuo in io sociale, membro di una collettività indivisibile, soggetto di interessi immediatamente coincidenti con quelli della comunità.
“In che modo – prosegue Burgio – il contratto consegue il risultato prefisso? Attraverso una sola clausola: la alienazione totale di ciascun individuo: ciascuno mette in comune la propria persona e tutta la propria potenza e in tal modo determina la nascita della collettività”. Nella misura in cui questa erogazione completa di individualità riguarda tutti allo stesso modo, si crea una condizione di uguaglianza tra tutti i membri, come del resto formula efficacemente Rousseau: “ognuno dando tutto se stesso, la condizione è uguale per tutti, e la condizione essendo uguale per tutti, nessuno ha interesse a renderla gravosa per gli altri”.
Il principio dell’utile non è negato ma, anzi, affermato e generalizzato per tutti i membri della comunità. Nessuno è discriminato – poiché il sacrificio richiesto è uguale per tutti – e ognuno vede riconoscersi dalla politica le proprie legittime istanze, senza esclusione. La reciprocità degli obblighi tra membro e collettività – di obbedienza alle leggi per il primo, di farsi carico dei contraenti per la seconda – assicura una condizione di “scambio vantaggioso”. Su questa base Rousseau può procedere a definire la macchina politica che procede dalla sovranità popolare come fonte di legittimazione – espressa nell’idea di “volontà generale” – al governo, titolare del potere esecutivo. “Il sovrano (cioè il popolo allorché è legittimamente riunito in assemblea legislativa) enuncia la propria volontà attraverso le leggi”. Queste ultime sono perciò espressioni della “volontà generale”, di tutti i cittadini, e non possono avere a proprio oggetto che deliberazioni riguardanti tutti i membri. La loro applicazione concreta spetterà, invece, al governo esecutivo, organo ristretto, eletto in base a criteri di competenza e mandatario di un potere revocabile.
Senonché il meccanismo politico così rapidamente descritto non pone la collettività al riparo, una volta per tutte, dal rischio di dissoluzione ad opera dell’egoismo dei singoli. Ne è la prova la pervicacia con cui Rousseau rifiuta di far coincidere del tutto la “volontà generale” con il semplice computo numerico delle opinioni individuali. Se, da un lato, essa deve tendere – per lo meno quando si tratta di prendere decisioni fondamentali – all’unanimità, dall’altro, una deliberazione “è generale – scrive Burgio – se riflette l’interesse comune del popolo, il che avviene (quando avviene) indipendentemente dal numero dei voti favorevoli”. Il principio di maggioranza – benché Rousseau non ne autorizzi mai la violazione – non è sufficiente a rendere legittime le decisioni prese. Al calcolo dei voti deve aggiungersi un “criterio materiale di legittimazione”, la tutela, in altri termini, di quelle condizioni etiche e culturali – clima, religione, tradizioni e costumi – che agiscono come “cornice determinante la decisione politica”. Affinché un popolo possa essere messo in grado di riconoscere e esprimere la propria autonomia politica non è sufficiente il solo rispetto delle procedure formali, se a questa non si accompagna la tutela della costituzione materiale e culturale. Laddove quest’ultima venga abbandonata a uno stato di degrado, i cittadini possono cadere preda del loro stesso inganno e divenire incapaci di esprimere nelle preferenze soggettive i propri interessi oggettivi. Si presenta così, di nuovo, la scissione tra l’egoismo e la volontà generale alla quale si credeva d’aver trovato un antidoto efficace. Tuttavia, se di fallimento si può parlare, resta in Rousseau una “lezione ancor oggi attuale in tema di teoria della democrazia e della legittimità” che mette a nudo la natura formale di qualsiasi autorità che “rispetti la lettera del contratto senza tuttavia riuscire a governare il popolo secondo il suo spirito… Laddove dispone di piena legittimità (anche sostanziale) soltanto quel sistema politico che produce deliberazioni giuste e conformi al bene comune”.

Tonino Bucci

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