Sono figlia di un operaio, certe logiche non le capisco quindi le rifiuto. Io sono abituata a lottare.

Per anni ho visto mio papà soltanto nei fine settimana. Per anni, la domenica pomeriggio ho visto mia mamma preparargli con cura e amore la valigia per una settimana. Per anni, la domenica sera si accompagnava il papà a prendere l’autobus. E lo si vedeva rientrare il venerdì sera. Distrutto da ore di lavoro e alienato dal lavoro sempre uguale.

Per anni non ho capito perché il mio papà era costretto a partire tutte le domeniche per poter lavorare. E farsi centinaia di chilometri ogni domenica ed ogni venerdì.

“Qui non c’è lavoro” – mi spiegava mia mamma quando mi vedeva appiccicata al finestrino della macchina mentre guardavo l’autobus che portava via mio papà insieme ad altri tanti operai – “Il papà deve andar via per forza, lavorare è importante per mangiare, vestirsi, andare a scuola” – spiegava mia mamma a me e al mio piccolo fratellino.

Ma il venerdì, a casa mia era una festa, e quando il papà rientrava la mamma preparava sempre delle cene buonissime e si passava la serata davanti al camino, tutti insieme.

 

Per anni, mio papà, dedito al lavoro ha sacrificato la possibilità di stare tutte le sere con noi, a casa. E l’ha fatto – mi ha spiegato più tardi – perché ha sempre creduto nel valore del lavoro. Valore così poco rispettato in Meridione. E non è mai voluto scendere a compromessi. Per questo motivo piuttosto che accettare condizioni di lavoro pessime e piuttosto che vedere i propri diritti calpestati, ha sempre rinunciato al tempo da condividere con noi. Per anni. Per 25 anni. Per un salario minimo, ma garantito. Quando la crisi lavorativa riguardava più il Sud che il Nord dell’Italia.

L’ho visto soffrire, quando si è trovato nelle condizioni di dirmi che il suo stipendio non gli permetteva di concedermi le vacanze, d’estate.

L’ho visto soffrire quando ci doveva spiegare che il suo stipendio non ci permetteva di andare a mangiare fuori il sabato sera ma che forse la pizza era meglio prenderla e mangiarla a casa.

L’ho visto soffrire quando ha dovuto dirmi qualche anno fa: “La laurea specialistica magari si può rimandare di qualche anno, eh? Tuo fratello è ancora al liceo e il mio stipendio non basta per tutto”.

L’ho visto soffrire quando ho comprato la macchina e ho dovuto fare un finanziamento con la mia prima busta paga perché i risparmi dei miei genitori erano stati utilizzati per i miei tre anni di università.

 

L’ho visto preoccupato quando la crisi stava diffondendosi anche al Nord. E i primi a pagarne le spese erano gli operai, tra cui lui. Mio padre.

L’ho visto amareggiato, quando è arrivata la cassa integrazione. E l’ho visto ancora più afflitto quando è arrivata la mobilità perché a differenza della cassa integrazione che illude gli operai del fatto che potrebbero essere re-integrati a lavoro, la mobilità non è alternativa al licenziamento, lo presuppone.

L’ho visto sentirsi sconfitto quando un giorno mi ha detto: “Nemmeno il sindacato in cantiere ci difende, è d’accordo con i padroni”.

L’ho visto distrutto, quando a 53 anni è rimasto senza lavoro.  L’ho visto sentirsi umiliato quando, cercando lavoro, imprenditori e padroni gli hanno detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

 

E mi sento male tutte le volte che sento politici e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, tutte le volte che sento politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, tutte le volte che vedo sindacati firmare accordi a scapito degli operai. Mi sento male tutte le volte che sento dire che la soluzione alla crisi è la flessibilità lavorativa.

Il mio sangue ribolle nelle vene quando leggo editoriali di noti economisti “esperti” risolutori di questa crisi che dicono che la “difesa del posto di lavoro” deve essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, e i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”.  E ancora: il lavoratore, i cui salari sono ormai ridotti al minimo, non necessita più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma deve solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte. Traduzione: il tempo libero di un operaio non ha alcun valore, perché non è correlato al denaro.

Provo vergogna per alcuni sindacati, per alcuni partiti di sinistra, per gente che non comprende il reale significato di questa crisi che si protrae da 20 anni.

Io oggi ho quasi 30 anni e provo imbarazzo nei confronti di mio padre che ha sempre riposto fiducia nelle possibilità reali di cambiamento, che mi ha trasmesso il valore reale delle lotte per i diritti, che mi ha insegnato a non abbassare la testa, che mi ha educata secondo una logica NON borghese, che mi ha insegnato che cosa è la dignità.

Provo imbarazzo quando partiti cosiddetti di *sinistra* appoggiano proposte come il libero licenziamento e quindi l’abolizione dell’art. 18.

Provo rabbia di fronte ad un governo terrorista: un governo tecnico, un governo unico delle banche. Un governo nelle mani di uno che ha contribuito alla crisi dell’Italia.  Provo rabbia di fronte a quelle complici opposizioni che danno a banchieri e padroni gli strumenti per licenziare, derubare e affamare la povera gente.

Provo rabbia e tristezza nello stesso tempo. Ed è per questo che ora più che mai mi tornano in mente le parole di Marx:

Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione

 

Ieri sera mio padre al telefono mi ha detto: “Ed ora cosa cambierà dopo il capolinea di Berlusconi?”

Io un po’ imbarazzata gli ho detto: “Beh, bisogna che ci mobilitiamo tutti. C’è da ribellarsi di fronte a qualsiasi forma di governo che procede sulla stessa linea del precedente!”

“Hai ragione” – mi ha risposto – “ne va della nostra dignità!”

Eh già. La dignità. Non ci avevo pensato. Mio padre lo sa bene che cosa è la dignità. E’ un operaio.

 

Manuela Cibellis,

compagna dei Giovani Comunisti 

3 Responses to “Sono figlia di un operaio, certe logiche non le capisco quindi le rifiuto. Io sono abituata a lottare.”

  1. da affiggere su ogni muro di tutte le nostre città. Complimenti.
    Un abbraccio.

  2. complimenti….. bellissima…… ho pianto….

  3. Io credo che tutti abbiamo il DOVERE di difendere quei diritti e quella dignità di chi purtroppo nel sistema odierno e nella situazione politica attuale sta pagando il prezzo più alto.
    Alla lotta!

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