Terremoto: ci rimettono sempre i lavoratori

È la seconda grande scossa di terremoto quella che oggi, 29 maggio, ha colpito il nord Italia, ed in maniera molto grave la zona del modenese, dove hanno perso la vita 16 persone (la cifra è ancora provvisoria). Solo nove giorni fa, in un’altra forte scossa sismica, i morti erano stati cinque. Le case hanno retto, i monumenti e le fabbriche no. Molto spesso un castello, una chiesa o un palazzo hanno una storia che si perde nei secoli passati. Rientra nella norma se crolla uno di questi edifici – con la conseguente perdita di un patrimonio architettonico, culturale e storico insostituibile – così come rientra nella norma che le abitazioni reggano a una scossa sismica. Non è invece normale che crollino capannoni industriali che hanno alle spalle pochi anni di vita.

O meglio, è normale che sia così nel sistema in cui viviamo noi, dove tutto è tempo e denaro. Quindi è normale che degli imprenditori abbiamo costruito capannoni in quattro e quattr’otto, perché la burocrazia, i protocolli sulla sicurezza sono solo una perdita di tempo e di denaro, un lusso che non possono permettersi, così come è diventato il lavoro, un lusso. Alla prima scossa i pilastri cedono, il tetto crolla e chi c’è sotto finisce schiacciato.

Il 20 maggio scorso, quattro operai facevano il turno di notte: una lunga levataccia per una miseria in più in busta paga. Lavoravano per garantire la produzione a ciclo continuo, lavoravano per far campare le loro famiglie. La fabbrica è rovinata sopra di loro alla prima scossa.

Oggi tre operai sono morti a San Felice per il crollo di un capannone; stessa sorte è toccata ad altri due lavoratori morti a Mirandola, così come per un’operaia rimasta sotto le macerie di un mobilificio crollato a Cavezzo. Diversi sono i feriti, e la lista non è ancora terminata.

È con queste notizie che l’Italia si accorge stamani che gli operai esistono ancora. Si credevano un ricordo del passato, o comunque, in ogni caso, una categoria troppo privilegiata, che crede di possedere il proprio lavoro, di potersi gestire da sola nella produzione, dimenticando che in realtà il capannone, i macchinari e loro stessi appartengono ad una sola persona: il padrone. Bene: visto che le cose stanno così, allora anche il responsabile è uno solo, ed è proprio il padrone. Sotto quei tetti avrebbero dovuto esserci tutti quelli che hanno speculato sulle vite altrui, come quegli imprenditori che se la ridevano al telefono leccandosi i baffi alla notizia dell’avvenuto terremoto all’Aquila. Tutte queste persone avrebbero dovuto trovarsi sotto quei capannoni, a morire per la loro avarizia, per la loro idea di credersi i padroni del mondo, di poter fare il bello e il cattivo tempo. Per ora, hanno fatto solo dei morti. Perché loro li hanno fatti, non il terremoto.

E così in questi giorni sentiremo quei benpensanti che si erano dimenticati dell’esistenza degli operai, quegli economisti che vogliono far uscire l’Italia dalla crisi dissanguando sempre più i lavoratori, elogiarli, arrivando forse a chiamarli “eroi”. No, loro non sono eroi, loro non sono “risorse umane”, loro sono lavoratori, loro sono operai. E loro, da morti, varranno sempre più di tutti quei padroni da vivi.

Riccardo Scanarotti

Giovani Comunisti Pavia

 

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.