Tutta la vita davanti

E’ nelle sale da una settimana il nuovo film di Paolo Virzì, Tutta la vita davanti. Parla di una brillante neo-laureata in Filosofia che, non trovando altro lavoro più adeguato alla sua preparazione, finisce per lavorare in un call center. Il film rappresenta molto bene la condizione di vita e di lavoro di molti giovani in Italia, caratterizzata dall’estrema difficoltà di conquistare una prospettiva solida e sicura, e dovuta essenzialmente alla rapacità di un sistema che favorisce pochissimi privilegiati a scapito di tutti gli altri.

Tra i molti e interessanti spunti di riflessione, colpisce in particolare il confronto insistito tra il lavoro nel call center e la finzione dei reality show. Tutto, nel mondo precario in cui Marta, la protagonista, si ritrova a vivere, ricorda la Casa del Grande Fratello: i colori tanto accesi da sembrare finti, dentro e fuori l’ufficio (perfino il cielo è di un azzurro innaturale!), la costruzione avveniristica e ipertecnologica. Ma non è solo la forma a rendere il paragone, sono soprattutto le dinamiche del lavoro nel call center che somigliano drammaticamente a quelle del reality: chi non ce la fa (chi non produce abbastanza) viene prima “nominata”, avvisata una volta, e poi cacciata pubblicamente, nel modo più umiliante. Quando una ragazza è licenziata piange disperatamente, non solo, sembrerebbe, per aver perso il lavoro, ma perchè deve abbandonare la Casa, e insieme a lei piangono anche le altre, proprio come in TV. Ma sono lacrime di coccodrillo, perchè nemmeno troppo in fondo serpeggia tra le telefoniste una concorrenza spietata. Solo una, ogni mese, vince il premio per la migliore telefonista, e solo una, con la giusta perseveranza e spregiudicatezza, riuscirà a diventare un giorno come lei, la team leader, una che “faceva la telefonista anche lei, e guarda dove è arrivata!”. La capufficio, impersonata da Sabrina Ferilli, ricorda tremendamente certe conduttrici televisive di reality: con le lavoratrici è a volte mamma, come quando ogni mattina manda loro un patetico messaggino “motivazionale”, a volte crudele torturatrice, a volte complice, ma sempre con il coltello dalla parte del manico. Ha ottenuto quel ruolo conquistando i favori di Claudio, il manager/tronista che tutte le ragazze cercano di contendersi.

Torna a più riprese, il Grande Fratello. Gli ex compagni di studi di Marta si sono riciclati in lavori “che non c’entrano nulla con la Filosofia”, un paio di loro sono proprio tra gli autori del reality più popolare. Ma è proprio vero che non c’è un legame tra questi due mondi, apparentemente così distanti? Da sempre la Filosofia, come la Religione, è al servizio del potere. Perlomeno, da sempre esistono filosofi disposti, più o meno consapevolmente, a modellare il proprio pensiero secondo l’utilità della classe dominante: è così per molti dei maggiori, dall’antichità all’età contemporanea, da Platone a Popper passando per gli scolastici, Kant ed Hegel. Oggi, i Filosofi (in questo caso, i laureati in Filosofia) vengono usati dalla classe dominante per creare, anche attraverso i programmi della TV-spazzatura, un terreno favorevole a un’organizzazione della società basata sulla concorrenza individuale, sulla ricerca spasmodica del successo personale, da raggiungere a qualsiasi costo e da esibire con il lusso più sfrenato. Gli eroi di questi valori meschini sono veline e tronisti, calciatori e personaggi dei reality, salutati da folle plaudenti di plebe precaria che oggi guadagna 1.000 euro al mese, e quando chiuderà il call center resterà semplicemente a casa, senza lavoro, a guardare la televisione.

Non è frutto del caso, né di un generico degrado dei tempi, che, oggi, questa sia la cultura di massa. E’ il frutto di un disegno preciso delle classi dominanti, dei capi di Multiple (la multinazionale che sta dietro al call center, nel film) e di Confindustria che controllano televisioni e giornali, che perseguono la stessa strategia di sempre: divide et impera.

C’è una soluzione? Secondo gli autori del film, apparentemente, no. E’ scartata l’opzione dell’organizzazione collettiva attraverso il sindacato, che ha fatto il suo tempo e non è più in grado di ricostituire la solidarietà di classe tra gli sfruttati. Giorgio, il funzionario del NIdiL CGIL che cerca di riscattare le lavoratrici, ha scelto di fare il sindacalista perchè si ricorda di quando da piccolo gli operai marciavano compatti, e toccarne uno era toccarli tutti. Ma nell’epoca del Grande Fratello finisce per essere dipinto come una via di mezzo tra l’inutile macchietta e il venditore di illusioni: il meglio che riesce a fare è far minacciare il licenziamento di quindici lavoratrici, che non raggiungono più gli standard richiesti dopo l’inchiesta sindacale finita sui giornali. D’altra parte, non sembra offrire una speranza concreta neppure la bimbetta che nell’ultimissima scena dichiara che “da grande farò Filosofia”: che garanzia c’è che scenderà davvero nella caverna di Platone a riscattare gli esseri umani che del mondo vedono soltanto le ombre, e non verrà invece corrotta, comprata pure lei, pagata proprio per coltivare l’illusione che quelle ombre siano l’unica realtà?

Si tratta, piuttosto, di avere o non avere fiducia nelle masse di sfruttati, precari in tutto tranne che nella costanza della propria precarietà: tutti, anche quelli con un contratto a tempo indeterminato, sotto il ricatto continuo del non farcela ad arrivare alla fine del mese. La fiducia che, di fronte all’emergenza, con le spalle contro il muro, da lì verrà una reazione, magari con l’esempio di quanto potrà avvenire nei prossimi anni in Paesi complessivamente più poveri del nostro, ma più avanti di noi sulla strada della coscienza di classe. In quel momento, anche le “vecchie” organizzazioni dei lavoratori potranno tornare a giocare un ruolo decisivo, e al povero sindacalista del NIdiL non appiccicheranno più dietro la schiena la scritta “tapiro de coccio”.

Alessandro Villari

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.