America Latina: voglia di capirci di più

Seminario sull'America Latina, il pubblicoChi dice che nessuno si interessa più di politica? Chi dice che i giovani sono tutti intorpiditi ed addomesticati dal sistema? Chi dice che nessuno è più stimolato ad approfondire e ad affrontare lunghi e noiosi discorsi marxisti?

Il 21 gennaio scorso (tra l’altro, anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia) questa teoria pessimista ha avuto un’ennesima smentita a Pavia, alla nostra assemblea-seminario sull’America LatinaSeminario sull'America Latina, la presidenza, a cui abbiamo registrato una presenza superiore alle 30 persone, che ha sorpreso noi per primi, infatti la sala prenotata non era abbastanza comoda per accogliere tutti i compagni venuti ad assistere: studenti (diversi del CSP e per la prima volta da molto tempo un giovane comunista vogherese), universitari, giovani lavoratori, militanti adulti (tra cui il segretario provinciale di Rifondazione Comunista, il segretario cittadino del PdCI, il responsabile pavese di Italia-Cuba).L’iniziativa è cominciata alle 15. La formula scelta era piuttosto originale: i relatori non erano esperti, professori o dirigenti politici, ma gli stessi componenti dei GC che si sono preparati su vari argomenti. Oltre agli interventi dei relatori, è stata organizzata la presentazione di alcuni brani video che aiutassero a comprendere anche visivamente i processi in corso nel continente latinoamericano.
Il primo relatore è stato Matia Vaz Pato, studente universitario impegnato nella costruzione dei Giovani Comunisti di Garlasco, che ha parlato della situazione odierna in Brasile fornendo anche un inquadramento storico del Paese: il semifascismo di Vargas, l’arretratezza sociale prodotta da un capitalismo arrivato tardi sulla scena della storia ed incapace di risolvere le più pressanti esigenze delle masse. Il goveno del riformista Lula, nonostante sia stato riconfermato alle ultime presidenziali, è il governo di sinistra in quel continente che ha maggiormente deluso le aspettative del suo popolo, mantenendo una linea fondamentalmente liberista; questo non ha impedito tuttavia lo sviluppo di imponenti mobilitazioni sociali, come il movimento dei contadini senza terra e le occupazioni di fabbriche.

Il secondo relatore è stato Iacopo Torre, studente liceale, che ha affrontato l’Argentina, dal peronismo alla dittatura della junta fino alle insurrezioni di massa del 2001 e all’attuale governo “peronista di sinistra” di Nestor Kirchner. L’incapacità della borghesia argentina nel garantire uno sviluppo armonioso del Paese è la spiegazione tanto della situazione perennemente convulsa sul terreno sociale quanto dei tentativi ambigui ma in fondo inconcludenti di fuoriuscita dalla crisi proposti dal nazionalismo borghese, da Perón ad Evita a Kirchner. Anche in Argentina sono il movimento operaio e piquetero, con le esperienze avanzatissime di occupazione ed autogestione operaia, ad indicare la via.

A questo punto è stato proiettato un brano del film di Naomi Klein The take (“La presa”), che mostra il controllo operaio in azione nel concreto, in particolare attraverso l’esperienza della fabrica tomada di ceramiche Zanón.
La terza relatrice è stata Irina Bezzi, laureanda e coordinatrice provinciale dei GC, che è intervenuta sul Cile soprattutto da un punto di vista storico. Il tragico epilogo nel 1973 dell’incompiuta rivoluzione cilena e l’eroico contegno mantenuto quell’11 settembre dal compagno Allende non possono assolvere le direzioni dei partiti socialista e comunista cileni dalla responsabilità storica di aver voluto fermare una rivoluzione a metà strada, preparando oggettivamente la strada al colpo di Stato pinochettista telecomandato da Kissinger. In quegli anni, furono le masse popolari, specie operaie, a spingere in avanti il processo rivoluzionario e ad indicare ad Allende, purtroppo inascoltate, la via della trasformazione rivoluzionaria e dell’autodifesa proletaria come unica soluzione alla crisi orchestrata dai controrivoluzionari (DC e destra golpista). La “transizione” ha riportato in Cile una democrazia borghese, per giunta ipotecata dalla mancata punizione dei responsabili della dittatura, che ha restaurato un solido controllo del capitale sul Paese, che non viene oggi messo in discussione da dirigenti riformisti come la Bachelet che nulla hanno imparato dalla vicenda terribile del martirio di Salvador Allende.

Dopo una pausa, l’assemblea è ricominciata con la triste proiezione dell’ultimo video di Bradley Roland Will, girato nei giorni convulsi e violenti della lotta per la difesa della Comune di Oaxaca. Si è trattato sicuramente di un’efficace introduzione alla relazione di Federica Adamo, studentessa universitaria, sul Messico. Questo Paese, di cui in Italia si (stra)parla a sinistra quasi solo per glorificare piuttosto astrattamente le teorie no-global del subcomandante Marcos e l’insurrezione indigena guidata dall’EZLN, è stato attraversato nell’ultimo anno da colossali fermenti rivoluzionari. Il tentativo di escludere Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO), candidato presidente di sinistra del PRD, dalla competizione elettorale è fallito in seguito alla mobilitazione di massa, ma le manovre antidemocratiche della destra (PAN e PRI) hanno avuto comunque successo attraverso la sperimentata tattica messicana della frode elettorale a vantaggio del candidato di destra, Felipe Calderón. Ciò ha creato un clima seminsurrezionale, con AMLO che è stato proclamato “vero presidente legittimo” da assemblee di massa con milioni di partecipanti. Simultaneamente, la Comune di Oaxaca, con la costituzione di un vero e proprio soviet cittadino che ha tenuto il potere per diversi mesi, ha mostrato concretamente le possibilità straordinarie di rivoluzione sociale esistenti nel gigantesco Paese centramericano.

Il quinto relatore è stato Mauro Vanetti, ingegnere informatico ed ex coordinatore dei GC di Pavia, che ha parlato della Bolivia. Dopo un anno di governo Morales, la sinistra deve trarre un bilancio del governo socialista. Si potrebbe tracciare qualche paragone con il governo Allende, in quanto indubbie riforme sociali come quella agraria e la nazionalizzazione parziale degli idrocarburi sono state sicuramente implementate, senza tuttavia essere portate fino in fondo; ciò è bastato a provocare la Reazione ma non a soddisfare le esigenze sociali delle masse boliviane, che però non hanno smesso di mobilitarsi. La forza del sindacato COB, specie tra i minatori e nella roccaforte proletaria di El Alto, entra nell’equazione come un fattore di massimo rilievo, facendo da contrappeso nei rapporti di forza tra le classi alla ritrovata aggressività della destra, che attorno alla questione della maggioranza qualificata nell’Assemblea Costituente, dell'”autonomia locale” di stampo leghista per le regioni più ricche e mediante il controllo di alcune prefetture (governatorati) chiave (come quella di Cochabamba, dove è sorta una lotta violenta tra il potere ufficiale e un contropotere proletario), cerca di mettere in stallo il processo rivoluzionario.
Il sesto relatore è stato Alessandro Villari, avvocato del lavoro e responsabile formazione dei GC. Avevamo pensato di non affrontare più il Venezuela, l’avanguardia della rivoluzione mondiale di cui abbiamo già parlato in tantissime altre iniziative, ma gli ultimi sviluppi verificatisi dopo la vittoria elettorale chavista del 2 dicembre ci hanno obbligati a parlare ancora della Repubblica Bolivariana, che si appresta a diventare Repubblica Socialista. Abbiamo reintrodotto con piacere il Venezuela nell’ordine del giorno, perché le notizie da quel Paese sono straordinariamente positive. Abbiamo già detto dell’annuncio della proclamazione del socialismo nel Paese, ma al di là delle questioni nominali abbiamo sul campo la nazionalizzazione dei settori chiavi dell’economia, la fondazione di un nuovo partito rivoluzionario unificato, la rilanciata lotta contro la burocrazia (oggi il principale freno allo sviluppo del processo rivoluzionario, come ha spiegato Chávez stesso citando Lenin e Trotskij), la formazione di un contropotere attraverso i consejos comunales capace forse di sostituire in futuro l’apparato statale borghese… Insomma, il Venezuela dimostra davvero la praticabilità della transizione al socialismo ai giorni nostri. Molte questioni sono ancora aperte, non diciamo che ogni problema è stato risolto e che quella trasformazione, appena iniziata, sia ormai irreversibile, ma gli eventi venezuelani meritano tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno.

L’assemblea si è conclusa con la proiezione di un breve documentario molto interessante, realizzato da una delegazione della campagna internazionale Giù le mani dal Venezuela! in visita a Caracas nei giorni delle elezioni.

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